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La Penna degli Altri

Atalanta: son 111! Cartoline d’auguri di chi ha fatto la storia nerazzurra

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BERGAMONEWS.IT (Alberto Porfidia) – Sono 111 anni oggi, 17 ottobre, di cui più della metà (58) trascorsi in serie A. Tanti auguri alla regina delle provinciali. E alzi la mano chi non è mai andato una volta, all’Atalanta: nella sua casa, lo stadio di Bergamo, siamo stati bambini, adolescenti, adulti. L’Atalanta come una mamma, una sorella, un’amica, per tanti una fede lunga una vita. Cartoline che la memoria atalantina fa rivivere, tanti flash, pezzi di storia nerazzurra.

Zaccaria Cometti, 39 anni all’Atalanta: “Mi avrebbe voluto la Juve. Tentorio rispose che l’Atalanta aveva il suo portiere e mi avrebbe tenuto dieci anni. E anche il Milan mi aveva richiesto, ma poi prese Cudicini”. La sua Atalanta ideale: Cometti, Rota, Prandelli, Gustavsson, Roncoli, Domenghini, Maschio, Stromberg, Donadoni, Evair, Caniggia. Allenatore Valcareggi.

O l’Atalanta di Pierluigi Pizzaballa, con i suoi maestri: “Il dottor Brolis: dalla sua impostazione hanno copiato in tanti. E io ho avuto la fortuna, dico la fortuna, di stare in panchina parecchio all’inizio e di poter svolgere un lavoro costante con Ceresoli, un vero maestro. E fino a 40 anni ho cercato di migliorare”.

L’Atalanta operaia di Bruno Divina, “mi hanno premiato con una medaglia per aver giocato 150 partite consecutive con l’Atalanta, non ne saltavo una…”. O quella con la testa sulle spalle di Livio Roncoli, che nel 1950 rinunciò alla trasferta di Torino “per prepararmi agli esami di maturità”.

O, ancora, quella di Franco Vittoni, che proprio il 17 ottobre compie 85 anni (auguri!), a 18 anni il primo atalantino ad andare all’estero: “L’Atalanta non voleva che mi trasferissi, così mio padre ha dovuto lasciare una cambiale in bianco garantendo che sarei tornato indietro, perché allora i giocatori non si potevano prestare. E poi frequentavo l’Università, avevo appena finito gli studi al Liceo Classico. Ma stare un anno a Cannes mi è servito anche per imparare la lingua”…Vittoni, un attaccante poi diventato avvocato.

O l’Atalanta di Angeleri, 319 partite in nerazzurro, quando il figlio era piccolo per riuscire a dormire andava in albergo e andava a letto presto. E se non stava bene non lo diceva all’allenatore, perché lui voleva sempre giocare.

Poteva essere anche l’Atalanta di Gullit. Racconta Giampiero Boniperti: “Ne avevo già parlato con l’Atalanta. Noi avevamo Platini e Boniek, non potevamo ingaggiare un altro straniero e allora pensavamo di cedere Gullit in prestito all’Atalanta. Ma lui non volle accettare. Così andò al Milan”.

E’ stata invece l’Atalanta di Flemming Nielsen, che nel 1954, a 20 anni, faceva il giornalista, giocava al calcio e prima di giocare scriveva interviste: “Ero stato convocato per una selezione danese che doveva affrontare la Honved. Prima della partita vado all’albergo degli ungheresi per fare un’intervista a Puskas. Io parlavo e lui intanto palleggiava. Sono rimasto incantato e ho chiesto: ma è proprio lui che devo incontrare?” Nel 1961 arriva a Bergamo: “Un po’ mediano, un po’ regista, facevo anche gol, il più bello quando battemmo in casa l’Inter e segnai a Buffon con un tiro da 40 metri”.

Ma è anche l’Atalanta di Ezio-gol, bomber Bertuzzo che se n’è andato troppo presto. Raccontava: “Io ero un discreto giocatore, però avevo sempre una gran voglia di lottare. Io dimostravo sul campo sempre il mio entusiasmo. E i tifosi cantavano il mio nome, Ezio-gol”.

O l’Atalanta di Augusto Scala, la fantasia al potere: “Le mie punizioni? Fortuna. Non le ho mai provate in allenamento. Quando giochi e sei in alto, sull’altare, va tutto bene, ma quando smetti diventi un signor nessuno. Invece a Bergamo ho ancora tanti amici”.

L’Atalanta di Glenn Stromberg, eh sì. Lo svedese che sapeva accendere i tifosi e a 32 anni, alla vigilia della sua ultima stagione, mi diceva: “Non potrò mai giocare in un’altra squadra in Italia e su questi livelli. Per me esiste solo l’Atalanta, devo moltissimo a questa società… Ho fatto anche il centravanti? Io parto da un presupposto: prima viene la squadra, poi i miei interessi. Se la squadra può trarre qualche beneficio, è questo che conta di più”.

O l’Atalanta di Cristiano Doni, che nonostante tutto resta il cannoniere principe nella storia nerazzurra (112 gol) e, quando gli chiedevamo se potesse diventare come Stromberg, rispondeva: “Magari. Era uno dei giocatori che ammiravo di più, ce l’ho ben presente: io ero un ragazzino della Primavera del Modena, però uno come Glenn come si fa a non ricordarlo? Certo era più tranquillo di me”. Eh già…

O l’Atalanta di Domenico Morfeo, che ci ha deliziato con i suoi tocchi: “Non faccio magie, ma per fare certe cose ci vuole personalità. Non mi interessano i moduli, ma le vittorie”.

E l’Atalanta di Superpippo Inzaghi, quello che “è la palla che cerca lui, perché è il gol che è innamorato di lui”, spiegava uno che se ne intendeva, il suo allenatore Emiliano Mondonico. Anche lui ci ha lasciato troppo presto. Il Baffo di Rivolta che, quando andava a vincere a Torino, liquidava i giornalisti con un invito: “Parlate dell’Atalanta, non di me”. Un genio a leggere le partite, il Mondo, a cambiare la squadra in corsa e mettere in trappola l’avversario.

O l’Atalanta del Vava che, da buon difensore spazzatutto, da allenatore si è trasformato in mago e ci ha regalato momenti di calcio indimenticabili, come la lezione della sua Atalanta in casa del Milan di Maldini e Leonardo, a San Siro.

O gli elogi di Marcello Lippi, che sulla panchina nerazzurra ha sfiorato l’Europa, poi è diventato campione d’Italia e tornando al Centro Bortolotti ha detto ammirato: “Invidio Zingonia, è un inno al calcio. Vedere i ragazzi dell’Atalanta che si allenano vicino alla prima squadra è un’immagine bellissima”.

L’Atalanta è anche Chicco Pisani che vola e fa gol tra le nuvole dopo tante corse sui campi di calcio, sono passati più di vent’anni e sembra ieri. E oggi guardiamo a mago Gasp. Nessuno ha la bacchetta magica. Però lui, Gasperini, ci ha fatto divertire, ci ha regalato due volte un sogno europeo, ha fatto tornare allo stadio, a vedere l’Atalanta, anche chi si era un po’ disamorato, perché il calcio del Gasp è un piacere da vedere. Ogni tanto si soffre un po’ ma… se no, non sarebbe l’Atalanta.

Tanti auguri, per altri 111 anni almeno.

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