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La Penna degli Altri

Caro Millennial, ti spiego chi era Baggio, il poeta solitario

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VANITYFAIR.IT (Furio Zara) – Caro Millennial che pensi che come tocca Messi il pallone nessun altro mai, che adori Cristiano Ronaldo e metti «Like» ad ogni sua posa palestrata e che ritieni Balotelli uno che se solo volesse, beh, se solo volesse spaccherebbe il mondo; ecco, provo qui a spiegarti che c’è stato un fuoriclasse unico, speciale e definitivo, un ragazzo che giocava come chi fa surf  tra le onde imbizzarrite o chi passeggia con la fantasia tra le stelle, un campione che era come noi, magrolino, bassino e un po’ timido, solo molto più bravo di noi, ma talmente più bravo di noi – caro Millennial – che quando pensiamo a lui – quando pensiamo a Roberto Baggio – non possiamo che scioglierci in una spremuta di emozioni.

E’ stato un poeta. Con i piedi ha scritto pagine memorabili. E’ stato anche un solitario, si bastava a se stesso. Firenze per lui è scesa in piazza, non reggeva all’idea che il figlio prediletto partisse. Con la Juventus ha conquistato il Pallone d’Oro. A Bologna prima e a Brescia poi, con Mazzone, è rinato, quando tutti lo davano per finito. E’ l’unico caso di fuoriclasse italiano trasversale, amato da tutti, perché ha giocato un po’ ovunque, dal Vicenza alla Fiorentina, dalla Juventus al Milan e poi all’Inter fino al Bologna e al Brescia.

E ovviamente Baggio ha giocato con la maglia azzurra, regalandoci perle di assoluta bellezza e riuscendo persino a fissarsi nella nostra memoria per un errore, il rigore sbagliato contro il Brasile nella finale del Mondiale di Usa 94. Ricordiamo tutti dove eravamo quel giorno, è ancora lì, quel cielo americano di cartapesta che inghiotte il pallone calciato da Roby. Cose che capitano solo alle divinità. Caro Millennial, c’è un libro – l’ha scritto Raffaele Nappi e si intitola Roberto Baggio. Divin Codino – che racconta come si possa partire da Caldogno – profonda provincia veneta – e conquistare il mondo a colpi di piede.

I suoi dribbling erano ricami. La sua classe poggiava su ginocchia martoriate, una mappa del dolore lunga220 punti di sutura. Duecentoventi!!! A diciassette anni era senza menischi. Una volta a Vicenza l’abbiano visto segnare un gol ballando – hai letto bene: ballando – sotto il diluvio universale, un’altra volta a Torino ha messo a sedere due difensori spostando appena le sopracciglia. Per il suo addio – nel maggio del 2004 – tutta San Siro si alzò in piedi per ringraziarlo. Lui alzò la mano, ringraziò e se ne andò, a testa bassa, come sempre.

Colpiva il pallone con una grazia che non abbiamo più riscontrato. Sai qual era il segreto? Lo amava, quel pallone.Fin da bambino quando con i suoi fratelli giocava nel campo dietro casa, fino a quando sua madre non li chiamava tutti per cena e lui era sempre l’ultimo perché doveva allenarsi a calciare le punizioni alla Baggio, palombelle dolci come carezze che finivano all’incrocio dei pali e dei desideri.

Sai caro Millennial, Baggio agli allenatori stava un po’ sulle scatole. Perché gli faceva ombra, perché gli bastava un dribbling dei suoi per mandare all’aria ore e ore di lezioni tattiche. Baggio è stato un lampo di giovinezza durato vent’anni, è stato un lusso perché il talento dei campioni come lui – e ce ne sono una manciata nella storia del calcio – è l’arte di fare sembrare appunto lusso quello che gli altri chiamano necessità. Roby Baggio non è mai appartenuto a nessuno se non a se stesso. Per questo è stato di tutti, caro Millennial.

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