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La Penna degli Altri

#Prequel, prima del Professionismo: Intervista ad Arrigo Sacchi

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IOGIOCOPULITO.IT (Antonio D’Avanzo) – Profeta, visionario, rivoluzionario. Sono solo alcuni degli appellativi più in voga che non basterebbero a descrivere la complessità di uno degli allenatori più analizzati e discussi della storia recente. Testardo, riflessivo, controcorrente. Queste, invece, sono alcune caratteristiche del carattere di un uomo assimilato a un marziano piombato all’improvviso su un pianeta diffidente verso le novità, come il calcio italiano. Fusignano, Alfonsine, Bellaria, Cesena, Rimini, Fiorentina, Parma, Milan, Atletico Madrid, Parma e Nazionale Italiana. Sono le numerose tappe della carriera di allenatore, un laborioso percorso teorico iniziato nel suo paese di origine nonostante una modesta abilità nella veste di calciatore, e proseguito sui banchi del Corso di Coverciano, dove Sacchi era uno dei migliori allievi. Nel suo palmarès figura un Campionato Primavera vinto con il Cesena prima della trionfale epopea sulla panchina del Milan, dove Sacchi ha vinto uno scudetto, due Coppe dei Campioni, due Supercoppe Europee, due Coppe Intercontinentali e una Supercoppa Italiana. Con la Nazionale sfiorò il titolo mondiale nella finale del ’94 contro il Brasile, un risultato che divise i tifosi degli Azzurri in due fazioni, una formata da chi ringraziò l’altra da chi contestò le sue scelte tattiche. L’agitatore culturale della panchina ha sicuramente avuto il merito di far emergere nei dibattiti sul calcio italiano il confronto e lo scontro tra due opposte filosofie, due modi di pensare il calcio, due diversi stili che hanno animato le discussioni, nei bar di paese come sui giornali, negli studi televisivi o negli spogliatoi di Serie A. Durante il lasso di tempo dell’infanzia, il più nascosto al pubblico, un uomo come Arrigo Sacchi già cullava il sogno di sovvertire gli schemi, dalla sua piccola Fusignano, in provincia di Ravenna.

[…] sono stato un dilettante anche nel… professionismo. Ero un calciatore mediocre, ma ho sempre avuto una grande passione per il calcio, sin da bambino. Mi sovviene in mente un aneddoto a tal proposito. Nel 1954 avevo 9 anni, in quel periodo i televisori in circolazione erano ancora rarissimi, con la mia famiglia eravamo al mare. I miei genitori a un certo punto mi diedero per disperso, ma mio padre non si fece prendere dal panico perché già sospettava il luogo dove mi avrebbe ritrovato: ero in un bar a guardare una partita dell’Uruguay. In quel mese si stava disputando il Mondiale del 1954. […].

Ho avuto il buonsenso di smettere di giocare a calcio a 19 anni perché conoscevo i miei limiti, poi un po’ per caso mi sono ritrovato su una panchina. Ho giocato fino a quando ho accusato il mal di schiena, la squadra della mia cittadina stava retrocedendo e un uomo di grande cultura e intelligenza come Alfredo Belletti, purtroppo venuto a mancare 14 anni fa, mi disse “Fai tu l’allenatore”. Gli risposi che non mi sentivo capace, ma lui era convinto del contrario e infatti dopo un mese parlavo già come un allenatore. Dopo qualche settimana gli chiesi di comprare un libero, lui mi portò una maglietta con il numero 6 e disse: “Adesso se sei un bravo allenatore il libero lo costruisci con il lavoro e con le idee”. Mi fece capire che non c’erano i soldi, quella fu la prima vera importante missione che ricevetti nel mondo del calcio.[…]

Come tutti i bambini cullavo il sogno di diventare un grande calciatore, ma i lavori che attiravano maggiormente la mia attenzione avevano qualche analogia con quello dell’allenatore di calcio perché mi sarebbe piaciuto fare il regista cinematografico o il direttore d’orchestra. In realtà pensavo che per fare il direttore d’orchestra sarebbe bastato muovere velocemente la bacchetta…

[…] a scuola mi impegnavo poco, non studiavo per niente e marinavo la scuola molte volte.

[…] Viviamo in un periodo abbastanza confuso. Io passo per un rivoluzionario del calcio, ma in Italia basta fare cose normali per essere indicati come rivoluzionari. Ho fatto solo cose normali, ho pensato che il calcio fosse uno sport di squadra, ho pensato che giocare bene sia un valore e che aiuti a crescere i singoli in autostima, in capacità e in creatività. Per me una vittoria senza merito non è una vittoria, ho interpretato sempre in questo modo il gioco del calcio e dello sport in generale in un paese che la pensava in modo opposto. […]

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