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La Penna degli Altri

Fabio Rustico: “Non sono stato un calciatore di grandi qualità… grinta, determinazione e forza le mie doti”

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ILPOSTICIPO.IT (Simone Lo Giudice) – Ci sono calciatori nati per vivere una “vita militare dorata” e calciatori che non sono disposti a qualsiasi cosa pur di fare carriera. Fabio Rustico è stato un difensore alla rovescia sotto molti aspetti. È cresciuto nel vivaio dell’Atalanta, dopo un paio di prestiti si è ritagliato un posto in prima squadra con Emiliano Mondonico nella stagione 1996-97: fin qui niente di sorprendente. Dopo nove stagioni però, a soli 28 anni, Fabio ha detto basta col calcio e ha scelto di dedicarsi alla politica nella sua Bergamo, prima del grande salto in Sicilia raggiunta dopo aver compiuto il percorso opposto a quello fatto dai suoi genitori. Rustico è stato un difensore e un assessore. Oggi fa l’agricoltore nell’assolata Mazara del Vallo, dove si sveglia presto, si sporca le braccia e si sente libero tra i suoi trattori e le sue buone letture.

[…] Io non sono stato un calciatore di grandi qualità e lo dico in maniera obiettiva. Però ho capito quasi subito che cosa fare grazie ad Aldo Cantarutti, che faceva il dirigente all’Atalanta dopo essere stato un centravanti. Una volta mi ha detto che avrei dovuto fare di grinta, determinazione e forza le mie doti perché non avevo le stesse qualità dei miei colleghi. Qualcuno sottolineava il mio stile ruvido, ma non l’ho mai presa male. Non sono mai stato un difensore cattivo. Alcune situazioni di tensione agonistica sono state dovute a un eccesso di attenzione: cercavo l’anticipo e tenevo il fiato sul collo dell’attaccante. Questo è stato il mio marchio di fabbrica. Mi davano dello zappatore e del ruvido, anziché offendermi l’ho preso come un consiglio per la mia seconda o terza vita.

[…] Non ero appassionato al mestiere che facevo e quando ho smesso di giocare non ho più seguito il calcio perché sono stato preso da altri interessi. Da quel poco che conosco, penso di poter dire che è il calcio è cambiato molto. Anche quelli con cui giocavo pensavano che il calcio degli Anni ’80 fosse migliore. È un po’ una logica che si ripropone: che si riproponga sempre in peggio forse è vero, ma il mondo va avanti. Ai miei tempi c’era maggiore identità delle squadre e le differenze tra i campionati e i giocatori erano più percepibili. Per chi è appassionato di calcio ed è un tifoso in passato c’erano punti di riferimento più stabili, oggi è tutto più liquido e più cangiante. Ai tifosi di oggi sfuggono di mano i punti di riferimento della Serie A o della Champions League oppure della propria squadra.

[…] Ho sempre avuto bisogno di libertà e quindi prendevo decisioni con una certa autonomia. Mi sono corazzato così per affrontare chi mi criticava. Quando una persona si crea il suo mondo interiore prova a perseguirlo. In qualsiasi ambiente non sono viste bene espressioni che prescindono dall’ambiente stesso. Il mondo del calcio in Italia è molto esasperato e fare il calciatore è un lavoro molto stressante: si guadagna bene, ma ciò che gira attorno crea tensione. Chi gioca a calcio è assorbito a 360 gradi da questo mestiere. Io ho avuto la fortuna di restare a Bergamo: mentre giocavo per qualche anno ho frequentato l’Università, facevo Economia e Commercio. Finito l’allenamento tornavo a fare la mia vita con le mie abitudini. In un altro posto forse sarei stato assorbito dalla vita del calciatore a 360 gradi.

[…] Quando c’era la guerra in Iraq io entravo in campo con la bandiera della pace sulle spalle e la mettevo al centro del terreno di gioco, ma questa cosa ha creato casino. Volevano che lasciassi fuori certe cose e che pensassi solo a fare il mio mestiere. Molte volte vengono presi in giro i giocatori che rilasciano interviste e dicono frasi fatte che non dicono niente, chi esprime un’opinione in modo più netto però sa di tirarsi addosso polemiche. Quando ero giovane ho commentato un derby perso dopo una guerriglia urbana: il lunedì mattina mi hanno chiesto che cosa ne pensassi, io 18enne ho detto che condannavo la violenza e che chi la aveva commessa non sarebbe più dovuto tornare allo stadio. Quella frase ha creato casini con la tifoseria […]

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