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Gianni Rivera, lo stile italiano dopo gli anni bui

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Roberto Morassut) Alla fine degli anni Cinquanta, quando Gianni Rivera emerse come giovane talento calcistico italiano, l’Italia del pallone era ancora nel buio del dopo Superga.

La tragedia di Torino cancellò la prima linea del calcio nazionale per un decennio.

A seguito di quel drammatico evento fu deciso di riaprire le frontiere del calcio nazionale agli stranieri ed in particolare agli “oriundi” per rimpinguare la linfa del vivaio italico cosi duramente compromessa dalla scomparsa di tanti campioni.

L’arrivo degli stranieri si sarebbe poi interrotto nel 1966 dopo il disastro coreano per i motivi esattamente opposti: favorire la crescita di talenti nuovi e limitare l’eccessiva presenza nelle squadre di calciatori stranieri che bloccavano l’affermazione dei nostri calciatori.

Le frontiere furono riaperte, come è noto, nel 1980, dopo lo scandalo del “calcio scommesse” che escluse dall’attività molti calciatori italiani importanti e rese indispensabile un limitato ricorso agli stranieri.

Ma per tornare a Rivera, egli si trasferì a Milano dall’Alessandria nel 1959 in tempo per incrociare Juan Alberto Schiaffino, grande campione uruguaiano, campione del mondo nel 1950 e che contribuì notevolmente ad affinare l’innato talento di Rivera.

Schiaffino sarebbe poi andato alla Roma nel 1960 per completare l’opera di educazione calcistica dei talenti italiani con Giancarlo De Sisti che per diversi anni affiancò Rivera e Mazzola nel centrocampo azzurro.

Oggi ricorrono i 50 anni dalla designazione del “Golden Boy” al Pallone d’Oro il 23 dicembre del 1969.

Era la prima volta che un italiano di nascita otteneva questo riconoscimento e Rivera veniva da due anni di vittorie che in Nazionale lo avevano visto trionfare all’Europeo (pur saltando per infortunio le due finali con la Jugoslavia) e nel Milan, nel campionato italiano, nella Coppa delle Coppe, nella Coppa dei Campioni e soprattutto nella Coppa Intercontinentale.

Quest’ultimo trofeo era stato conquistato dopo una finale drammatica con la squadra argentina dell’Estudiantes proprio poche settimane prima dell’assegnazione del Pallone d’Oro a Rivera.

Nella partita di ritorno alla Bombonera di Buenos Aires il 22 ottobre del 1969 il Milan dovette subire un vero e proprio linciaggio in campo da parte degli argentini.

Nestor Combin, considerato un traditore per aver segnato nella partita di andata a San Siro ma soprattutto per essere un renitente alla leva argentina, fu picchiato in campo e poi trattenuto dalle autorità argentine dopo la partita.

Ebbene, in quell’inferno, in cui ognuno prese la sua parte di botte (Prati uscì dopo un quarto d’ora per un calcio alla schiena), Rivera riuscì col suo stile a beffare gli argentini con un gol in contropiede e resistendo ad una carica assassina del portiere in uscita.

Lo stile di Rivera nel calcio, che gli valse il Pallone d’Oro, era, a ben pensarci, una cosa molto italiana.

L’eleganza dei suoi movimenti, la genialità delle sue giocate, la sensibilità nel tocco di palla compensavano grandemente la non spiccata predisposizione atletica, la scarsa abnegazione alla fatica e alla corsa.

Con Rivera il pallone girava e viaggiava sulle geometrie, sulla fantasia, sulle veroniche.

La fatica la mettevano altri, in particolare quel Giovanni Lodetti, mediano infaticabile, il quale nel Mondiale messicano del 1970 pagò probabilmente la sua appartenenza al giro di Rivera.

Infatti, in quel Mondiale, come tutti ricordano la rivalità tra Rivera e Mazzola si rivelò un bel problema per il CT Ferruccio Valcareggi.

Per carità, si trattava di una rivalità più che altro tattica, nulla di personale ma effettivamente i due apparivano difficilmente compatibili per personalità.

Accadde che in quella nazionale nella quale il peso dell’Inter faceva pendere la bilancia a favore di Mazzola, alla vigilia del Mondiale si infortunò Anastasi, per un colpo alle parti basse e dovette rientrare in Italia.

Valcareggi prese dunque la salomonica decisione di sostituire il centravanti juventino con un interista ed un milanista e convocò sia Boninsegna che Prati.

Dovendo sacrificare un convocato di troppo per restare nel numero dei 22, la scelta cadde su Lodetti, l’uomo che avrebbe potuto garantire a Rivera un ottimale rendimento in campo e che fu rispedito in Italia in maniera poco simpatica.

Rivera non la prese per niente bene ed essendo un uomo non facile e niente affatto docile, minacciò di tornarsene in Italia, sentendo puzza di bruciato in questa scelta.

Fu necessario l’arrivo in Messico del “paròn “Nereo Rocco per convincerlo a restare.

E fu un bene perché il Mondiale messicano ebbe per gli azzurri, grazie alla prestazione superlativa di Rivera nei quarti di finale contro il Messico, una vera e propria svolta.

Quel mondiale epico si aprì dunque tra le polemiche intorno al ruolo di Rivera e si chiuse con altre polemiche su di lui a causa dei famosi sei minuti concessigli da Valcareggi nella finale, ormai persa, col Brasile.

Di mezzo vi fu il rischio di una ignominia eterna per Rivera quando, nella semifinale con la Germania, egli non tenne la posizione giusta sul palo di Albertosi, nel momento in cui Gerd Muller deviò di testa per realizzare il 3-3….

Investito di improperi dal portiere del Cagliari e suo futuro compagno di squadra nel Milan della stella, Rivera affidò alla fortuna il suo futuro e andò a segnare di piattone il gol leggendario della vittoria spiazzando Sepp Mayer e lasciandolo in terra ad imprecare, un’immagine in cui vennero a galla decenni di rivalsa anti tedesca, il grido di una nazione che nel 1970 aveva ancora fresche le ferite della guerra e nella mente il suolo duro e metallico della lingua germanica.

“Adesso non mi resta che segnare” aveva detto ad un Albertosi incaz**to nero, dopo aver mollato il palo su cui si era attorcigliato dopo il 3-3.

E cosi fece facendosi trovare, col suo divino senso della posizione e capacità di leggere il campo, al posto giusto e nel momento giusto sul traversone arretrato da sinistra di Boninsegna, inventatosi per la circostanza d’arrembaggio, ala sinistra.

Io sono sempre stato romanista ma in quegli anni mediocri devo confessare che meditai per un momento di passare al Milan e proprio per Rivera.

I ricordi potrebbero perdersi nel rievocare tante, troppe sue imprese a cavallo degli anni ‘60 e ’70 e vale la pena ribadire che il suo stile era uno stile tutto italiano fatto di genio e di arte che fa venire in mente il primato nazionale nella moda, nel design, nel lusso insieme ai nostri limiti nella produzione delle materie prime, nella forza dei minerali, del carbone, del petrolio, dell’acciaio, paragonabili alla non certo eccelsa predisposizione di Rivera per la fatica fisica in campo e per la corsa.

Gianni Rivera, come già accennato, non era un “uomo di sistema” nel calcio e vinse quasi tutto, nonostante questo suo carattere non accondiscendente.

Fu tra i promotori del sindacato dei calciatori, sorto proprio alla fine degli anni Sessanta, nel 1968, nel pieno di un cambiamento sociale generale in atto in un’Italia percorsa da nuovi movimenti e nuove spinte sindacali.

All’epoca i calciatori non avevano nessuna dignità di lavoratori ma erano semplicemente delle proprietà dei club che disponevano a piacimento del loro cartellino, dislocandoli dove volevano, indipendentemente dalle loro volontà ed era praticamente impossibile rifiutarsi.

Nel 1969 ci fu la tragedia di Giuliano Taccola e Rivera, insieme ad altri, fu tra coloro che sollevarono subito il caso del super sfruttamento degli atleti e delle trascuratezze mediche che spesso essi dovevano subire.

Si può quindi dire che nonostante il suo talento calcistico, Rivera non è mai stato un uomo facile per l’establishment.

Di formazione cattolica e di opinione democristiana partecipò, dopo diversi anni, all’attività politica approdando ad una posizione civica, fuori dei partiti tradizionali e in questa veste fu deputato per quattro legislature e sottosegretario alla Difesa.

Sfidò nel 2001 il Presidente del suo Milan, Silvio Berlusconi, nel collegio di Milano 1, non fu eletto ma ebbe un coraggio non comune.

Lo ricordo, delegato allo sport di Walter Veltroni Sindaco di Roma, negli stessi anni della mia esperienza amministrativa a Roma.

In quegli anni grazie a Rivera la città si riempì, soprattutto in periferia, di campi sportivi, di impianti per il calcio a cinque e per il calcio a undici, di tante nuove strutture a testimonianza di come per questo grande campione lo sport è stato sempre accompagnato da una testimonianza civile e da uno sguardo di solidarietà per i giovani, per gli altri, soprattutto se meno fortunati di lui.

Per chi come me è nato all’inizio degli anni Sessanta la figura di Gianni Rivera rappresenta un marchio incancellabile che ha reso indimenticabili le traiettorie dei suoi lanci e dei suoi passaggi misurati al compasso, la sorpresa delle giocate capaci di scardinare ogni catenaccio nell’Italia dei campionati difensivisti di quegli anni. Cinquant’anni dopo quel pallone d’oro ci resta il regalo di un’adolescenza felice anche per quel calcio e per quei campioni che, come Gianni Rivera, ci hanno fatto sognare e pensare di essere una grande nazione, almeno nel calcio.

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Romano classe 1963, laureato in Lettere Moderne si è occupato della storia politica e amministrativa di Roma nel secondo dopoguerra. Dirigente di partito, Deputato della Repubblica, ex assessore all’Urbanistica e a Roma Capitale della giunta Veltroni. Attualmente Sottosegretario di Stato del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare. Scrittore impegnato, come “impegnato” è il suo amore per il calcio e le sue storie.

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