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La Penna degli Altri

Sebino Nela: “Falcao? Aveva la sua vita, lo vedevamo solo in allenamento e alla partita”

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CORRIERE DELLO SPORT – La lotta contro un male di nome “tumore”, il suo passato in giallorosso, l’esperienza in società come responsabile della Roma Femminile e il suo rapporto con Falcao… Sebino Nela, a cui vanno i nostri migliori auguri, racconta, e si racconta, in una lunga intervista concessa a Giancarlo Dotto del Corriere dello Sport. Di seguito un estratto delle sue parole, in maniera particolare sulle vicende relative a Falcao…:

Hai legato poco, eufemismo, con Paulo Roberto Falcao. Antipatia congenita?
«Non mi sta antipatico. Lui a Roma faceva vita a sé. Noi, io, Pruzzo, Ramon Turone, Chierico, stavamo magari da “Pierluigi”, il ristorante, a giocare a tressette fino alle quattro di mattina, lui se ne stava a casa, non usciva mai. Per me far parte di un gruppo significa spirito di appartenenza. Lui aveva la sua vita, lo vedevamo solo in allenamento e alla partita».

C’è poi la storia del rigore non tirato.
«A Roma c’è tutt’ora un’adorazione per Falcao. Anche per questo lui quel rigore doveva tirarlo. Tu pensi che il Totti di turno, Del Piero o Baggio si sarebbero scansati in una finale mondiale?».

Lui dice che stava male, che l’effetto delle infiltrazioni era finito. Che quella partita nemmeno doveva giocarla.
«Non esiste che tu non tiri il rigore in una finale di Coppa Campioni davanti ai tuoi tifosi. Tu, Falcao, devi essere l’esempio. Potevi stare pure zoppo, ma lo tiri, non me ne frega un cazzo. E lui zoppo non era. Ha sbagliato, mi dispiace. Come se in guerra, alla battaglia finale, chi ti comanda scappa, diserta. Non te lo aspetti. Da quella sera ho dubitato di lui».

Sei stato l’unico a prenderla così male?
«Non sono stato l’unico, ma sono l’unico a dirlo, così, a cuore aperto. Degli altri non me ne può fregare di meno. Se un giorno viene Paulo a Roma e c’invita tutti, probabile riceva un no da me. Io sono fatto così e non dico che sono fatto bene».

Perché Agostino Di Bartolomei si è ucciso?
«Lo stimavo immensamente. Un capitano vero. Come devono essere i capitani. Era malato dentro, nell’anima. Ci ho pensato anch’io, spesso, negli anni duri della malattia, ma non ho mai trovato il coraggio».

 

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