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Il Calcio Racconta

8 giugno 1990 – L’Italia è il centro del mondo… iniziano le “Notti Magiche”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Matteo Fontana @teofontana) – Doveva essere la celebrazione di uno stile di vita, di una visione, di quel made in Italy che correva veloce, spinto dall’economia di mercato, dal craxismo, i socialisti, il Pentapartito, i miliardi e gli yuppies e l’America sta qua, mica dovevi sognare per forza gli USA. Era il Mondiale del 1990, le notti magiche, la canzone di Edoardo Bennato e Gianna Nannini, nella versione internazionale musicata da Giorgio Moroder, a proposito di italiani export di successo. C’erano tutti, quel giorno a Milano, San Siro che del calcio era tempio e teatro. Si cominciava così, nel pomeriggio di un’inaugurazione che fu uno spettacolo della moda: le indossatrici con gli abiti ispirati ai continenti, le firme di Valentino, di Missoni, di Gianfranco Ferrè, di Mila Schön, la sfilata in un pomeriggio assolato, il cielo che è un delicato dipinto indaco e ciano. È l’8 giugno, un venerdì, l’annuncio della Bellezza che sarebbe venuta a miracol mostrare come la dantesca Beatrice.

Il prezioso tagliando d’ingresso alla Cerimonia inaugurale e al primo incontro Argentina – Camerun 0-1 (Collezione Matteo Melodia dal libro “World Cup Tickets” di M. Melodia, Anniversary Books, 2018)

Chi poteva dubitare che sarebbe stato un trionfo? La Serie A era il campionato più bello del mondo. Pensate al nome di un giocatore, pensate a uno che fosse forte, ma forte sul serio, non un bandolero stanco o un quaquaraquà: lo troverete in Italia, in quell’Italia. Non era un evento, era il Sogno, il Mondiale del 1990, un concetto elevato a sistema da Luca Cordero di Montezemolo, il vertice del COL, il Comitato d’Organizzazione Locale, il rampollo di casa FIAT, il demiurgo della Ferrari ai tempi di Niki Lauda, già designato per il comando di una nuova Juventus, tutta bel gioco, irresistibile fascino e miliardi a pioggia, Roberto Baggio strappato all’amore di Firenze, la città in fiamme. Invece no, il Sogno si frantumò, per l’Italia, in una notte da Napoli, con i rigori che Sergio Goycochea, il portiere venuto dal nulla, parò a Roberto Donadoni e ad Aldo Serena. La finale se la prese l’Argentina, e non passò molto tempo prima che ci si accorgesse che era andata storta anche la partita dei conti: doveva essere amore, si rivelò un calesse, con l’esborso di danaro pubblico che rimase una voragine, tanto da dover ricevere una copertura, nella legge Finanziaria, fino a nuovo millennio inoltrato.

La Mascotte di Italia ’90 “Ciao” – Foto Wikipedia

L’Argentina, alfa e omega. Ci fu a Roma, all’Olimpico, per giocarsi il Mondiale con la Germania che era ancora Ovest, non ancora unificata, con il Muro era caduto pochi mesi prima. C’era all’inizio, al “battesimo”. Il Camerun, davanti, e tornando di ritorno rieccoci qua o, piuttosto, là. Milano, stadio Giuseppe Meazza, 8 giugno 1990. Non c’era, invece Goycochea. Meglio, non in campo, bensì acquartierato sull’arzigogolo della panchina, la stessa su cui si era appoggiato Claudio Paul Caniggia. Angeli e diavoli, mentre per l’Italia, per tutta l’Italia, eccezione fatta per il reame di Napoli, Belzebù era Diego Armando Maradona. Gli caddero addosso, al Pibe, contumelie e ingiurie, lui colpevole di aver sottratto lo scudetto, appena poche settimane prima, al Milan, in un duello che avrebbe fatto felice Sergio Leone. Uno spaghetti-western turbolento e feroce, con il Napoli che aveva scoccato l’ultima fucilata, in un “apriti cielo” che fece andare giù di testa la Pedata metropolitana che reclamava ferree punizioni per il sanculotto di Villa Fiorito, giacobino del fútbol che aveva rivoluzionato la geografia della A. Le intemerate del pubblico nel catino-toboga di San Siro, quelle bordate furiose contro l’Argentina, l’inno nazionale deturpato, e Maradona, prima, durante e dopo la partita con il Camerun, incendiarono la penna di Vladimiro Camiti. Sguainò la scimitarra, Camin, in un pezzo di fuoco sul “Guerin Sportivo”: “Ipocriti, meschinetti, lecchini, tutti quelli che, nella luce del Meazza, hanno fischiato l’inno nazionale d’Argentina. Già, i tifosi dovrebbero baciar la terra dove passa Maradona, coi difetti umani che può avere, essendo tutt’altro che un santo, per il giocatore che è. Invece tombolate di fischi, gragnuolate di fischi. Avrebbero dovuto rimangiarseli. E scoppiare insieme ad essi per la vergogna”. Esattamente un mese dopo, l’8 luglio, a Roma, quei fischi saranno ancora più crudeli e spietati. Maradona replicherà con un “Hijos de puta” urlato in Mondovisione. La Germania Ovest vincerà, l’Argentina perderà. Diego piangerà di una perduta tristezza.

Caniggia, a Milano, entrò. Fece un tempo, il secondo, con la difesa del Camerun che gli martellò le caviglie, le ginocchia e i talloni. Il dazio furono due espulsioni: fuori André Kana-Biyik e Benjamin Massing. Goycohea guardò, invece, Nery Pumpido, il portiere del Mondiale messicano, gettarsi con goffaggine gargantuesca sul pallone colpito di testa, dopo un salto da fenicottero, da François Omam-Biyk. Il rimbalzo fu uno stordimento per gli argentini e una makossa per il Camerun. Quel gol, l’apertura di Italia ’90, sarebbe entrato nella leggenda, perché valse l’1-0 con cui fu siglata una delle sorprese più grandi di sempre. Nessuno poteva immaginare che il Camerun sarebbe arrivato fino a un pugno di minuti dalla qualificazione alle semifinali, rimontato da due rigori dell’Inghilterra dopo essersi conquistato il vantaggio. Qualcuno, invece, suppose che l’Argentina avrebbe potuto prendere presto il volo di ritorno per Buenos Aires. Non andò così, e le circostanze che seguirono restano, dopo trent’anni, discusse e colme di polemiche. Nella decisiva partita con l’URSS, la seconda del girone eliminatorio, un tocco di mano di Maradona in piena area non fu rilevato: niente rigore, l’Argentina poi vinse per 2-0, quanto le bastò per superare il turno. Dopo il gol furfantesco all’Inghilterra, sempre in Messico, il satanasso Diego aveva fatto, di nuovo, pentole e coperchi. Sempre con l’URSS, Pumpido si spezzò una gamba in uno scontro con Olarticoechea. Il suo Mondiale finì. Sergio Goyochea prese il suo posto. Tutti sappiamo come andarono le cose di lì in avanti.

Matthaus e Littbarski alzano la Coppa del Mondo – Foto Wikipedia

La storia cominciata nella Milano da bere che in capo a pochi anni sarebbe diventata Tangentopoli avrebbe dovuto avere un epilogo diverso, per l’Italia e per gli italiani. Il destino girò, chissà, anche per quanto accadde al Meazza. Carlos Bilardo, el Narigón, il Nasone, il commissario tecnico dell’Argentina, dopo aver messo in campo Caniggia non lo tolse più. Al San Paolo, i suoi capelli si confusero con l’uscita di Walter Zenga, con il silenzio irreale che invase il Paese dopo il rigore di Serena e la parata di Goycochea. Bruno Pizzul annunciò, con voce grama: “L’Argentina è finalista in Coppa del Mondo. Sono immagini che non avremmo mai voluto commentare”. Eppure, nonostante il tempo sia passato e il prezzo da saldare sia stato imponente, le notti magiche ci sono state per davvero.

 

 

Classe 1976, giornalista, scrive per il “Corriere di Verona”, è corrispondente per “La Gazzetta dello Sport” e coordinatore di redazione del sito www.hellas1903.it. Collabora con la rivista indipendente “Athleta”. Ha pubblicato i libri “La maglia gialloblù”, “All’inferno andata e ritorno – Cronache di quando l’Hellas “doveva” sparire”, “Il miracoliere – Osvaldo Bagnoli, l’allenatore operaio”, “Cavalli selvaggi – Campioni romantici e ribelli nell’Italia di piombo”, “Giorni di tuono – Un mese per vincere: l’impresa del Verona”. Ha curato il soggetto dell’opera teatrale “Verona8485”.

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