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Storie di Calcio

21 giugno 1970 – L’Italia è seconda solo al Brasile di Pelè

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Giovannone) – Dobbiamo essere onesti, noi italici, seppur possiamo vantare una grande tradizione nel football, seppur i nostri vivai siano sempre stati fucine, pressoché inesauribili, di ottimi giocatori, non abbiamo mai primeggiato nelle doti tecniche più sopraffine, fatto salvo per alcuni campioni indiscussi.

Nessun dubbio, siamo forti, ce lo dicono i numeri, abbiamo (al pari dei tedeschi) quattro coppe del mondo in bacheca, secondi soltanto ai brasiliani, che sono gli unici, ad oggi, ad aver conquistato ben cinque titoli mondiali. Proprio loro, i verde-oro, non sembrerebbero essere così lontani da noi, ma questa è una parziale verità: se non siamo così lontani in termini di successi conquistati (ci siamo giocati con loro anche due finali, entrambe perse, una alla lotteria dei rigori), quello che ci distanzia dai brasiliani, è il modo in cui raggiungiamo le vittorie, oltre al potenziale tecnico a disposizione. Loro di fuoriclasse ne hanno avuti, e ne avranno sempre un numero esagerato, mentre noi, seppur potendo contare sulle gesta di diversi campioni, abbiamo sempre bisogno di creare, attorno a questi, per raggiungere un obiettivo, una amalgama, un collettivo, la cui cifra tecnica ed identitaria, supera di gran lunga, quella che verrebbe fuori da una mera somma algebrica, della forza dei singoli giocatori. La tenacia, l’arguzia, la tattica, a volte anche quel fare sornione del caricaturale <<Luigi Forello>> (l’italiano medio, descritto dal giornale tedesco Der Spiegel), che <<unge e buggera>> i suoi avversari seppure, riconosciuto, essere, da parte dei nostri detrattori, un perfetto <<buono a nulla>>, sono delle peculiarità che ci denotano da sempre, e ci regalano quel qualcosa in più, rispetto agli altri.

Se volessimo utilizzare una metafora in ambito studentesco, l’italiano è quel ragazzo dotato, che ha, inoltre, un ottimo metodo, una grande caparbietà, conosce le domande più gettonate dell’esame, e studia fino all’ultimo secondo utile. In virtù di tutto ciò, si presenta all’esame, e prende un bel trenta. Il collega brasiliano è, invece, quello che, studia lo stretto necessario, non si interessa mai delle domande fatte nelle sessioni precedenti, e la sera prima dell’esame, esce a prendere una birra con gli amici. In ragione di questo, e grazie ad una brillante intuizione, che strega il professore, porta a casa un trenta, con tanto di lode.

Nel calcio, spesse volte, la suddetta capacità di arrangiarsi nostrana, ci ha tolto diverse castagne dal fuoco, permettendoci di arrivare fino a là, dove forse, in base ai pronostici, ed alle reali forze in campo, non saremmo mai dovuti arrivare.

In questo solco, si sono mosse la nazionale italiana di calcio di Bearzot, del mondiale 1982, partita da casa tra le contestazioni, e con pochissimi favori del pronostico, quella di Lippi, nel torneo del 2006, affardellata dallo scandalo di calciopoli, oppure le meno fortunate (e nettamente meno dotate) compagini di Prandelli (2012) e Conte (2016), in occasione dei tornei europei. Tutte quante, seppur raggiungendo traguardi diversi, hanno saputo sopperire alle difficoltà, ed hanno oltrepassato le aspettative della vigilia, raggiungendo alcune volte, e sfiorando in altre, la vittoria finale.

Tornando indietro nel tempo, quello che accade nell’atto finale del mondiale di calcio, del 1970, disputato in Messico, è testimonianza di quanto raccontato fino ad ora.

Il prezioso tagliando d’ingresso alla Finale del 21 giugno 1970 Italia Brasile (Collezione Matteo Melodia dal libro “World Cup Tickets” di M. Melodia, Anniversary Books, 2018)

Il palcoscenico è quello dell’Azteca, il maestoso stadio di Città del Messico, è il 21 giugno, e si disputa la finale della coppa del mondo (ai tempi, coppa Rimet) tra il Brasile di Zagallo, e l’Italia di Valcareggi.

Le due squadre arrivano all’appuntamento in condizioni, anche mentali, diverse. Il Brasile reduce dalla semifinale vinta di misura con l’Uruguay, mentre gli azzurri arrivano da un’impresa epica, quella di battere la fortissima Germania, in una delle partite più emozionanti della storia del calcio, col punteggio di 4-3, dopo i tempi supplementari. L’incontro che ancor oggi viene ricordato come la “partita del secolo”. I nostri dunque raggiungendo la finale, ma hanno già raccolto più di quanto sperato, perché, in partenza, si auspicava al massimo il raggiungimento della semifinale.

L’onda emotiva è enorme, il convincimento di poter buttare ancora una volta, il cuore oltre l’ostacolo è palpabile, la nazione crede alla possibilità di battere il Brasile, che in ogni mondiale, puntualmente, sembra schierare la squadra più forte di sempre.

In pochi scorgono nelle maglie di quella memorabile impresa, la stanchezza, forse l’appagamento degli italiani, mentre molti, invece, sembrano dimenticare la spaventosa potenza di fuoco del Brasile. L’occhio attento di un osservatore eccelso come Gianni Brera, riesce ad essere, però, lucido e rivelerà, a proposito di quella memorabile partita contro i tedeschi: “ … proprio nelle semifinali, quando i sentimentali e i romantici si sono abbandonati a orge di entusiasmo e di gratitudine verso gli azzurri, chi avesse seguito il gioco più freddamente e lucidamente, si sarebbe accorto che il tono tecnico-tattico della nostra squadra era assolutamente inferiore al suo compito …”.

Nella finale di Città del Messico, l’Italia schiera una squadra, al solito molto pragmatica, quadrata, che rispecchia, oltre alla nostra tradizione, il carattere dell’allenatore Valcareggi. L’eroe della semifinale, Rivera, parte dalla panchina e, ci affidiamo al talento di Riva e Boninsegna, là davanti, per far male ai brasiliani. Alle nostre due punte, oltre che a Mazzola e Domenghini, sono affidate le speranze di competere contro la nazionale più forte del mondo.

Il Brasile, di talento, invece ne ha da vendere, il terzino Carlos Alberto ha una tecnica sublime, non esattamente propria di un difensore; Jairzinho, uno dei più temuti alla vigilia, è una vera ira di Dio, imprendibile negli scatti, per la maggior parte dei suoi avversari; a centrocampo spicca Gerson, con un piede tale, da regalare lanci lunghi e precisi come pochi al mondo; e poi l’apoteosi, con Tostao, Rivelino e “O’Rey” Pelè, ad imperversare nel reparto offensivo.

Nel giorno della finale, il clima non è dei più facili per giocare al calcio, è noto che le temperature e l’altura, specie in Messico, possono essere letali per quegli atleti che spendono più del dovuto, in termini di energie. Proprio in questo clima torrido, quasi asfittico, i brasiliani con la loro tecnica sopraffina, fanno l’unica cosa che andrebbe fatta: fanno cantare la palla, ovvero la fanno girare con maestria, evitando loro di correre e sudare; l’unico che sembra contravvenire all’ordine di scuderia è Jairzinho, un vero e proprio fenomeno, che fa ammattire i difensori italiani con le sue scorribande, velocissime, da extraterrestre.

Il pallino è in mano ai ragazzi di Zagallo, che non ci mettono molto per passare in vantaggio: siamo al minuto ’18, quando Rivelino crossa quasi fortuitamente in area, dove c’è Pelè, che sale in cielo, pensa bene di rimanerci sospeso per qualche istante, e poi incorna il pallone senza che né Albertosi, non esente da colpe, in quanto rimasto inerme tra i pali, e ne l’arcigno Burgnich, incapace di impedire al’ campione brasiliano di arrivare alla palla, possano impedire la realizzazione.

Potrebbe essere l’inizio della fine, ma non lo è, o meglio, il tracollo degli azzurri arriva più tardi. Nel primo tempo, sulle ali della possibilità di compiere un’altra impresa, e attingendo alle ultime forze residue, l’esausta Italia, ha un sussulto di orgoglio, e termina la prima frazione di gioco sul risultato di parità: siamo al minuto ’37 quando Boninsegna, in maniera molto rocambolesca, approfittando di una leggerezza balistica di un brasiliano, riesce a insaccare la rete difesa da Felix. Da metterci la firma, prima che iniziasse l’incontro.

Nel secondo tempo, la distanza siderale tra le due compagini purtroppo emerge nitidamente, perché gli italiani, reduci dalla semifinale con i tedeschi pagano caro l’enorme sforzo prodotto, per condurre in porto la semifinale con la Germania. I brasiliani fanno correre la palla, ancora più velocemente, e dopo una ventina di minuti dall’inizio della ripresa, Gerson piazza una botta terrificante che fulmina il già disorientato Albertosi. Da qui in poi non c’è più partita, ed è lo stesso Gerson con uno dei suoi lanci millimetrici, a trovare Pelè in area che, questa volta nelle vesti di rifinitore, con una calma che appartiene solo ai più grandi, serve Jairzinho che si trova davanti ad Albertosi, e che segna la terza marcatura. Ormai è notte fonda per i ragazzi di Valcareggi, e a poco serve l’ingresso di Rivera a pochi minuti dal termine. C’è però ancora il tempo per Pelè di servire un altro assist, da fermo ormai, come se stesse giocando al cortile con gli amici, all’accorrente terzino (si fa per dire) Carlos Alberto, che scaglia il pallone in rete, con una potenza inaudita.

Termina così un incontro, per larghi tratti impari, tra una squadra di buoni giocatori, quella italiana, ed una di extraterrestri, quella dei brasiliani, che hanno fatto prevalere la loro cifra tecnica tendente all’infinito.

Non sono, però, di questo parere i tifosi italiani: la squadra al suo rientro a Fiumicino, viene aspramente contestata, divampano, infatti, le polemiche per i ricchi premi ricevuti dai giocatori, per il mancato e tardivo utilizzo di Rivera da parte di Valcareggi, e per presunte sindromi da appagamento, dopo l’impresa con la Germania.

È vero che l’indole del tifoso, spesso e volentieri, non va molto a braccetto con lucidità e razionalità, ma in questo caso pretendevamo davvero troppo. Qualche volta Davide batte Golia, ma nella maggior parte delle volte accade il contrario, tanto più, in questa circostanza Golia rispondeva al nome di Edson Arantes do Nascimento, meglio conosciuto come Pelè, il più forte giocatore di sempre.

E allora, giù il cappello, amici miei.

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Innamorato del calcio, tifoso della Roma e di professione bancario. Sono qui perché mi hanno sempre appassionato il giornalismo e la scrittura. Ad maiora.

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