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George Best … un tipo alla Cyrano de Bergerac

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Riccardo Lorenzetti) – Si passa alla storia quando si è al posto giusto nel momento giusto.

Il resto non conta, o conta poco.

Se si è al posto giusto nel momento giusto, basta un gesto, o anche una frase: una di quelle che si ricordano negli anni, e strappano ai posteri un “oh” di ammirazione, oppure un sorriso. Il famigerato Cambronne, accerchiato dalla fanteria inglese o Il povero Francesco Ferrucci, prima di cadere sotto la spada di Maramaldo. Maria Antonietta, e quel “dategli le brioches “; che non pronunciò mai, in realtà, ma è diventato ugualmente un luogo comune.

Come Boskov, che non si sarebbe mai sognato di sciorinare tutte quelle frasi che gli attribuiscono sul web; e magari sarà proprio grazie a quelle che finirà per essere ricordato.

Perché la storia attuale è fatta anche di fake, o di cose appena verosimili ma che diventano immediatamente autentiche per il semplice fatto che suonano bene.

Ma la potenza di un personaggio è di quello che evoca, non solo quello che è stato realmente: George Best, e la sua leggenda, sono come la Virna Lisi della pubblicità, che con quella bocca può dire ciò che vuole.

Specialmente dopo lo speciale di Federico Buffa, qualche anno fa, che inauguro le “Storie di Campioni” su Sky, e che forse fu il più ben fatto di tutti. Perché Maldini, o Cristiano Ronaldo, o Di Stefano, sono grandi campioni, ma non hanno di George Best né la suggestione, né la capacità evocativa, né la portata drammatica. Che lo rendono unico.

Il Best che fa un paio di tunnel a Crujff e poi, ormai sfiatato, si appoggia al palo e gli sussurra: “sei il più bravo solo perché io non ho più voglia, né tempo”. Oppure il sempiterno: “ho speso tutto in donne, motori e alcool. Il resto l’ho sperperato.”.

Due dichiarazioni che sono, nella loro apparente ingenuità, due manifesti generazionali: la classica “rottura “che avrebbe potuto pronunciare un artista del Futurismo, che dichiarava la guerra ai chiardiluna e alle serenate romantiche. O un qualsiasi eretico del medioevo che andava a sconvolgere l’ordine teologico costituito: Padre, Figlio e Spirito Santo (e la decima al parroco).

C’era lo spirito del tempo, in George Best… Quello che i filosofi tedeschi chiamano lo Zeitgeist.

Un tempo ribelle e disordinato: una stagione che brucia, che taglia e che offende. E proprio per quello sarà levatrice di un mondo nuovo.

Il pallone d’oro che gli tocca, nel fatidico sessantotto, è una specie di scherzo del destino. Due, tre anni più tardi non avrebbe avuto lo stesso effetto … Ma due, tre anni più tardi George Best non era più il miglior giocatore d’Europa.

Era un tipo che dimostrava molti più anni della sua età effettiva, e aveva già preso la strada sbagliata. Lo stesso, drammatico sentiero di Jim Morrison e di Jimi Hendrix e di mille altri ancora. Simboli (scorretti) di una generazione e di un’epoca di grandi libertà, e di grandi incoscienze.

Piaceva, la droga. Forse, ci vedevano anche un fatto di emancipazione… Di certo, non se ne conoscevano le controindicazioni.

Non si pensava di poterne morire, insomma. Come è successo con l’eternit; che era mortale, ma c’è voluto un bel po’ prima di capirlo. E fino a trent’anni anni fa, ci costruivano anche i tetti delle scuole, e i depositi per l’acqua potabile.

È diventato un simbolo, George Best.

Un simbolo, più che un calciatore. Del quale (almeno in Italia) abbiamo visto sì e no qualche spezzone di partita: i gol al Benfica, un paio di dribbling in F.A Cup e qualche gol all’incrocio dei pali, con la gente che esulta selvaggiamente dietro le crush barriers dell’epoca.

Sono bastate quelle, per idealizzare il campione. Lo stesso meccanismo che ha fatto anche del povero Gigi Meroni il campionissimo che tutti ricordano con nostalgia. E che probabilmente non è mai stato.

Un tipo alla Cyrano de Bergerac. Irresistibile, nella sua essenza di campione e di anticampione ma che, alla fine, ci ha lasciato poco e niente.

Ma che poi, quando muore, finisce per commuoverci tutti: perché si capisce come uno come lui sia stato tutto. Astronomo, filosofo eccellente, musico, spadaccino, viaggiatore del cielo, gran maestro di tic-tac.

Ma lo sia stato invano.

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Riccardo Lorenzetti ne ha combinate molte, in vita sua. Ha ideato, e condotto, programmi radiofonici e televisivi; ha scritto per giornali e riviste, per il teatro e per il cinema. Ha lavorato in fabbrica, ha insegnato matematica in una scuola primaria, ha diretto redazioni giornalistiche ed emittenti locali. Si è cimentato anche come paroliere di musica leggera. E’ nato nel 1966; e infatti vorrebbe avere la genialità di Zola e l’irruenza di Alberto Tomba. Gli eccessi di Eric Cantona, la misura di Costacurta, la bellezza di Cindy Crawford. Avrebbe tanto voluto essere al posto del moretto che balla Reality con Sophie Marceau e, soprattutto, gli sarebbe piaciuto scrivere il testo di “Baciami Ancora”, di Jovanotti. Non essendone evidentemente capace, si è accontentato di rubargli l’incipit, per questo suo quinto libro. Dopo “L’anno che si vide il Mondiale al Maxischermo” (2012), “La Libertà è un colpo di tacco” (2014), “L’amore al tempo di Mourinho” (2016), “Il Paese più Sportivo del Mondo” (2018).

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