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La Penna degli Altri

10 anni senza Bearzot

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21 dicembre 2010, dieci anni fa ci salutava Enzo Bearzot, il “Vecio”. Artefice di una impresa storica alla guida degli Azzurri nel mondiale spagnolo.

Alcuni estratti dei quotidiani odierni…

LA STAMPA (Gigi Garanzini) – […] Dieci anni dopo l’immagine di Bearzot è quella del galantuomo. Di più. Dell’Hombre vertical, specie assai rara e invia di estinzione. Dopo il Mondiale di Spagna, e ancora dopo la conclusione dell’avventura a Messico ’86, lo cercarono in tanti, in particolare dall’Inghilterra, per affidargli le chiavi di club prestigiosi. A tutti rispose con un no grazie, spiegando che al di là del tetto del mondo colorato d’azzurro non si poteva andare. Guardandosi bene dal farlo sapere in giro. il suo testamento calcistico lo affidò ad un libro. Dove scrisse di suo pugno: «La mia Nazionale è nata come un’orchestra jazz, una delle grandi passioni della mia vita. La batteria che dà i tempi di fondo, come il regista dettale cadenze di gioco, il sax è il fantasista, il contrabbasso il libero capace di difendere ma anche di offendere, la tromba il goleador. Tu che dirigi devi farlo in funzione dell’assolo del solista, perché è quello che ti mette i brividi e ti fa vincere le partite»[…]

CORRIERE DELLO SPORT (Mimmo Carratelli) – […] Voglio ricordarlo con affetto, la sua immagine fissa nei miei occhi e nel mio cuore […] Enzo era un vecchio che ascoltava i dischi del jazz e fumava la pipa. Spese la sua vita sui campi di calcio […] Bearzot nacque in un paese di montagna del Friuli. «Siamo gente di contropiede. Chiusa, riservata, timida, abituata a difendersi, però sempre col lampo di una rivincita». Era scolpito con l’accetta, alto, spigoloso e spiritato. E aveva un naso coraggioso da pugile. Le sue mani erano nervose e aveva un sorriso imbronciato, ma con gli squarci improvvisi di una risata felice e a scatti che gli disegnava rughe su tutto il volto. Era un uomo riservato e schivo che si aprì con pochi amici. Vide e giocò tanto calcio che, quando smise, poté insegnarlo. […] Era vecchio non perché avesse molti anni, ma perché la sua faccia era segnata dalla fatica, s’era indurita col tempo e i capelli diventarono radi, ed ebbe una fronte rugosa. Dei vecchi ebbe una dolcezza dentro al cuore che per pudore non mostrò mai. Diceva: «lo ho bisogno della mia solitudine. Siamo fatti così in Friuli. Apparire non mi piace. E faccio cose semplici: strimpello l’organo, raccolgo francobolli e statuette».

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