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La Penna degli Altri

Andrea Arrica, l’artefice del grande Cagliari di Riva

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(STORIEDICALCIO.ALTERVISTA.ORG di Mimmo Carratelli)

Storie di Calcio realizza un ritratto di Andrea Arriva, storico dirigente del Cagliari di Riva. Ecco un estratto.

[…] La compagnia era di primissimo ordine: Gipo Viani e Paolo Mazza, che il calciomercato l’avevano inventato, Italo Allodi alla corte interista di Angelo Moratti, Bruno Passalacqua elegante manager del Milan, i direttori sportivi Franco Manni, Giuseppe Bonetto, Brunetto Fedi, Carletto Montanari, l’esile dottor Ceppi del Lecco, Pesaola, Oronzo Pugliese vestito di bianco, perché era un fan di Rodolfo Valentino, e un giovane e imprevedibile Corrado Ferlaino presidente del Napoli. Ma la star era Andrea Arrica, sardo della provincia di Oristano, il piccolo, elettrico, magro e scattante vicepresidente del Cagliari. Al vertice della società c’era Enrico Rocca, ma il Cagliari era rappresentato soprattutto ed esclusivamente da quella simpatica “canaglia” di Oristano che giungeva al Gallia in compagnia di Scopigno e teneva in scacco il calcio-mercato intavolando le più fantasiose trattative per il trasferimento di Riva, sebbene fosse chiaro che il campione non avrebbe lasciato mai Cagliari.

[…] Per quattro volte le insistenze delle altre società di avere Riva furono molto pressanti, Inter e Juve in prima linea. Ma fu il Napoli ad andare vicinissimo alla conclusione della trattativa. La prima volta fu quando Moratti avrebbe voluto il giocatore all’Inter, ma a Herrera, che definì Riva “un Barison ripulito”, piaceva il bolognese Pascutti.

[…] La seconda volta fu quando Riva stava per passare al Napoli per 450 milioni, e sembrò proprio la volta buona.

[…] La terza volta fu nell’estate del 1973 dopo che la Juve perse la finale di Coppa dei Campioni a Belgrado e Boniperti disse ad Agnelli: «Per vincere questa coppa bisogna prendere Riva».

[…] Un ultimo tentativo lo fece ancora l’Inter. Il direttore sportivo FrancoManni si inginocchiò davanti ad Arrica.

[…] A piccoli passi, e in sette anni, Arrica costruì il Cagliari dello scudetto.

[…] Dopo la grande vittoria, il Cagliari non fu più lo stesso. Intanto passò a giocare nella cattedrale nel deserto del Sant’Elia abbandonando l’amichevole Amsicora, «il nostro cortile da caserma» come lo definiva Arrica. Senza un filo d’erba e col pubblico incombente, l’Amsicora era un vero campo-trappola per le squadre avversarie. I gravi infortuni di Riva con la nazionale pregiudicarono il rendimento del Cagliari e, passata l’euforia dello scudetto, la squadra declinò.

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