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Le “Volpi del deserto” tra gloria e dolore

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Antonio Mattera) –

Le “Volpi del deserto”

È il mundial 1982, quello in Spagna, quello che si tingerà d’azzurro.

È quello del triplice grido di Martellini “Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo”

È il mundial di Pablito, capo cannoniere dopo due anni di stop per il calcio scommesse, di Bruno “Marazico” Conti, del fallo del portiere tedesco Schumacher su Battiston, del principe del Kuwait che, di fatto, “annulla” il gol di Giresse (Francia) contro la sua squadra, scendendo in campo e inducendo l’arbitro del match, il russo Stupar, ad annullare il gol del 4-1.

È forse l’ultimo mondiale con un alto tasso tecnico e un numero di campionissimi distribuiti in tutte le nazionali partecipanti.

È il primo mondiale dove le squadre africane, Camerun e Algeria, fanno tremare i polsi di ben più forti nazionali.

Il Camerun, nel girone dell’Italia, porta a casa tre pareggi su tre partite, e solo la differenza reti nei nostri confronti lo mortifica e permette, invece, agli azzurri di entrare nella leggenda.

Ancora peggio va all’Algeria, vittima di un vero e proprio furto.

L’ Algeria, pur nello scetticismo iniziale, si dimostra subito in grado di poter far bene.

Non è un caso, le “Volpi del deserto” (così sono nominati nel loro continente) vengono da ottimi risultati dopo decenni di nulla.

Infatti hanno vinto i Giochi del Mediterraneo (1975) e i Giochi Panafricani (1978), e sono arrivati in finale di Coppa d’Africa nel 1980.

La cavalcata delle Volpi del deserto culminerà con due partecipazioni consecutive ai mondiali (Espana 82 e Mexico 86, prima squadra africana a riuscirci) e nella vittoria in Coppa d’ Africa del 1990.

Il simbolo di una generazione di giocatori, che trova fortuna pure in Europa, è sicuramente Rabah Madjer, attaccante di razza purissima.

Proprio dopo il mundial in Spagna, dal 1983, si sarebbe trasferito in Europa e sarebbe entrato nella storia grazie al gol di tacco siglato nella finale di Coppa dei Campioni 1987, vinta dal suo Porto sul Bayern Monaco a Vienna.

Un gesto cristallino che gli valse il soprannome Tacco di Allah.

Non fu un gesto isolato, tant’è che l’anno dopo segnò il gol che permise al Porto di vincere la Coppa Intercontinentale sul Penarol.

Una curiosità: nel 1988 il presidente dell’Inter, Ernesto Pellegrini, lo acquistò, presentandolo persino in pompa magna con tanto di conferenza stampa. Salvo poi il fatto che l’algerino non superò le visite mediche (per una presunta rottura di un muscolo di una coscia, che ne avrebbe compromesso, per i medici dell’Inter, la carriera) e al suo posto venne preso il “puntero” argentino Ramon Diaz.

Il Mundial ’82

Pronti, partenza e via e l’Algeria subito si fa notare.

6 giugno 1982, prima partita del suo girone, l’avversario è la Germania Campione d’Europa.

Sembrerebbe una passeggiata per i teutonici, ma già lo 0-0 del primo tempo racconta un’altra storia, svelata tutta nella seconda parte dell’incontro.

È il 9° del secondo tempo, Belloumi si invola verso Schumacher, tira ma il portierone tedesco riesce a deviare, ma sui piedi di Madjer che segna.

Incidente di percorso, pensa qualcuno.

E, infatti, al 23°, la Germania arriva al pareggio con Rummenigge.

Sembra l’avvio di un “ripristino della normalità”, ma non è così.

Qualcuno non ha fatto i conti con l’incredibile spirito dell’Algeria, che non si abbatte dopo il gol subito e ritrova immediatamente il vantaggio.

Infatti passa solo un minuto, siamo al 24°, e Assad serve Belloumi che fa secco un’altra volta Schumacher.

È il 2 a 1 per le Volpi del deserto, che resisteranno fino alla fine, opponendosi agli assalti teutonici e sfioreranno a loro volta il terzo goal.

L’Algeria perderà poi con l’Austria e batterà di misura il Cile, ma 4 punti (allora la vittoria valeva 2 punti) non le basteranno a qualificarsi.

Infatti, più che il demerito algerino poté la farsa tra Germania e Austria nell’ultima partita del girone.

La Germania, dopo aver travolto il Cile, supererà 1-0 l’Austria in un match molto discusso, che vedrà le due compagini europee operare una lunga e noiosissima melina, e che qualificherà entrambe alla seconda fase, in base a un calcolo di differenze reti.

L’impresa dell’Algeria resterà ugualmente indelebile.

Rimarrà il ricordo di un gioco spumeggiante e aggressivo, fatto di pressing, velocità e prestanza fisica.

Già, la prestanza fisica.

Al mundial successivo, in Messico, l’Algeria si qualifica di nuovo ma non ripete le brillanti prestazioni di 4 anni prima.

Un solo punto, frutto del pareggio contro l’Irlanda del Nord e due batoste contro Spagna e Brasile.

Qualcuno trova giustificazioni nella fine di un ciclo di straordinari giocatori.

Ma non è così.

L’amara realtà

Forse c’è un altro pezzetto di storia che va raccontato, al fianco della qualità, indiscutibile, di alcuni componenti di quella leggendaria squadra, capace di far tremare i polsi alla Germania.

Ed è un pezzetto che esula dalla capacità di effettuare un dribbling, un goal, un colpo di tacco, che rimangono quello che sono: gesti straordinari per calciatori non ordinari.

Però, questo pezzettino di storia, se non inficia forse il gesto tecnico, si affianca sul piano atletico.

Ed è una storia fatta di dolore, di paura, di tremende ammissioni.

Quell’Algeria miracolosa, che domina con corsa e velocità il gigante teutonico, che viene miseramente fatta fuori dal mundial spagnolo, i quali componenti vengono accolti in patria alla stregua di eroi, nasconde dietro una tragica realtà.

Fatta di “stregoni dell’Est”, di cure miracolose, di sport coniugato con pratiche poche ortodosse.

Negli anni ’80 alla guida della selezione algerina si erano avvicendati diversi commissari tecnici, anche stranieri: personaggi discussi e ambigui, soprattutto provenienti dall’Europa orientale, dove il doping di stato era pane quotidiano.

Oscuri medici della Germania Est oppure mitteleuropei, scienziati del blocco sovietico, incominciano a frequentare gli istituti di medicina sportiva algerini.

A nulla servirono le denunce di un coach di atletica leggera, che, preoccupato delle pratiche osservate, scrisse ai vertici dello sport algerino: non solo non venne ascoltato, ma finì per essere emarginato.

Dalla gloria alla tragedia

I primi sospetti vennero fuori quasi subito: negli anni ’80 e ’90 ben otto giocatori di quella comitiva ebbero figli affetti da gravi disabilità fisiche e mentali.

Otto su 34, più altri tre di cui si vociferò senza mai trovare conferme ufficiali: un numero che non può essere considerato come una accettabile media, frutto solo di una casistica, o di un comune destino cinico e baro.

Nello specifico il “destino cinico” colpì il portiere Cerbah, i difensori Larbes e Chaib, il centrocampista Kaci Said, gli attaccanti Belloumi, Menad, Bensaoula e Tlemçani.

Solo tre di questi in seguito hanno squarciato il velo d’omertà, gridando la loro rabbia dolorosa e chiamando in causa lo staff medico della nazionale degli anni ’80, accusato di essere all’origine di queste tragedie.

Mohamed Kaci Said ha detto della figlia Medina, disabile mentale: «La mia vita è un inferno. Ho spazzato il sospetto di consanguineità tra me e mia moglie: io sono di origine cabila, mia moglie è di origine turca, quindi non vi è alcuna relazione di parentela tra di noi. Ho pensato in un primo momento che fosse la volontà di Dio, poi…»

Più esplicito Mohamed Chaib, che ha avuto addirittura tre figlie handicappate, una delle quali morta adolescente: «Ho fatto una serie di analisi con mia moglie presso un luminare francese, il professor Menick: mi ha detto che non avevo nulla di grave e che avrei potuto avere dei figli normali. Mi ha chiesto qual fosse il mio mestiere: quando ho spiegato che facevo parte della squadra nazionale algerina, ha ipotizzato che il doping potrebbe essere la causa della disabilità delle mie figlie».

Djamel Menad è ancora più drastico: «Ho una figlia che non può vivere senza medicine: ogni giorno soffro con lei. Non sono l’unico di quel gruppo ad aver avuto questi problemi, e non può essere una coincidenza. Ricordo benissimo che dello staff della nazionale faceva parte un medico russo, che ci dava delle pastiglie gialle dalla forma strana: diceva che erano vitamine, noi le prendevamo senza domandare».

Il medico citato ha un nome e un cognome; è il russo Aleksander “Sacha” Tabarchuk .

È stato costantemente nell’entourage della nazionale africana in quel periodo, anche se non sempre con ruoli ufficiali.

Verrà alla ribalta nella stagione 86/87, quando rimise in sesto “magicamente” Madjer fino a portarlo sul tetto d’Europa con il suo Porto contro il Bayern di Monaco.

Guarda te il destino, le vittime “sportive” sono sempre germaniche.

Naturalmente, oltre al dolore e le denunce di pochi atleti, non c’è niente altro.

Poco per far sì che in Algeria fosse istruito un processo, né insediata una commissione d’inchiesta.

E men che mai la Fifa, da sempre interessata a lavare i panni sporchi in casa se non addirittura a cestinarli completamente, ha ritenuto di ficcare il naso negli affari interni della federazione algerina. È abbastanza, però, per non pensare che l’impresa di Espana ’82 sia costata un prezzo troppo alto.

foto wikipedia

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Nato a Roma, classe ’68, residente a Ischia. Diplomato Capitano di Lungo Corso, ex sergente Radiotelegrafista M.M. Collaboratore del sito www.acam.it, con pubblicazioni su riviste del settore (Archeologia e Misteri). Autore del sito www.pensolibero.it, Web Writer. Autore di racconti brevi pubblicati in varie antologie come “Dritto al Cuore”, “Lasciami Andare”, “L'Altro”, “Brevi Autori” e “Il Bene o il Male”. Autore dei romanzi “Nel bene, nel male”, “ Genocidio civile” e “Storie di uomini. E di calcio”.

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