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Arte & Società

1951-2021: settant’anni di dibattito su Nazionale e stranieri

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Andrea Gioia)

Volendola pensare alla Vico, potremmo dire che la ciclicità del pallone è una componente presente da più di un secolo. I corsi e ricorsi storici, di cui tanto si abusa nel pensiero, sono la prova tangibile che i sistemi commettono errori ripetuti e costanti, ai quali si cerca sempre una nuova soluzione.

Così, spulciando La Gazzetta dello Sport di un immediato dopoguerra, scopro che già nel 1951 si faceva riferimento al fatto che il calcio italiano stesse diventando troppo straniero, troppo dipendente da dinamiche che lasciavano poco spazio ai giovani nostrani.

L’articolo, a firma Ettore Berra, rileggendolo adesso, sembrava essere scritto con una cognizione di causa avanti di settant’anni. Il titolo emblematico era: La Nazionale e le società. 

Sottolineatura velata di un rapporto burrascoso, fin dal decennio ’50. Secondo l’autore, ex calciatore poi passato al giornalismo, le squadre più importanti mal digerivano i blocchi del campionato a causa della Nazionale; il calcio diventava affare, gli incassi dello stadio dovevano essere componente fondamentale e domenicale, senza sconto alcuno.

Per Berra, invece, il campionato aveva modo di esistere soprattutto per preparare gli atleti alla maglia azzurra, altrimenti sarebbe stato un semplice “palcoscenico da rivista”. In più, ad aggravare la situazione, l’accento ricadeva sui giocatori stranieri, additati come “dannosi perché sbarrano la via ai nostri all’ultimo gradino della gerarchia e rendono sterile il campo in cui la Nazionale deve mietere. Questo è il punto nevralgico della questione, al di fiori di ogni nazionalismo”.

La questione, soprattutto in quel decennio di vacche magre per l’Italia, diventerà materia di dibattito acceso. C’è da dire, però, che un filo logico c’era e c’è. L’Italia, scottata dalla catastrofica esperienza del 1966 al Mondiale inglese, decise di chiudere le frontiere fino all’inizio ’80. Vincemmo un Europeo e riuscimmo a costruire uno squadrone che sfiorò due tornei iridati. Grazie agli stranieri (massimo 3 fino all’inizio dei ’90), però, il nostro campionato rimase il migliore del mondo per almeno un ventennio.

Volendo essere molto critici, si può dire che non è un caso se il nostro calcio non riesca a produrre un 10 eccellente dai tempi di Totti. I settori giovanili, più che vivai, sembrano rami d’impresa nelle mani del mercato. E non è quindi un caso se nemmeno un talento nostrano trovi spazio nell’attacco (potremmo dire anche difesa e centrocampo) in nessuna delle grandi squadre del 2021.

Davvero abbiamo perso le qualità per crescere e formare un nuovo Scirea, un nuovo Tardelli, un nuovo Riva?

Corsi e ricorsi di un calcio camaleontico, bello e anche “ripetitivo”.

Al di fuori da ogni nazionalismo.

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Classe '83, viaggiatore instancabile ed amante del calcio e dello sport tutto. Una Laurea in Comunicazione, una tesi sul linguaggio giornalistico sportivo degli anni '80 ed una passione per il collezionismo, soprattutto quello inerente la nazionale italiana. Alla sua attività turistica, associa collaborazioni con giornali del mondo travel. Testata preferita: GLIEROIDELCALCIO.COM"

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