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La Penna degli Altri

Il Pallone d’Oro e le “cadute” dei vincitori

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Viaggio a ritroso nel tempo de Il Fatto Quotidiano che questa settimana si sofferma sui vincitori del Pallone d’Oro che, dopo il premio, hanno avuto una sorta di caduta. Ecco un estratto.

[…] Il limite dei premi è che guardano sempre indietro. Scattano una foto di quello che è stato. Ma non possono tenere in considerazione quello che sarà. Il problema è che il futuro non sempre è coerente con il passato. Ci sono fratture che rendono i due piani impossibili da sovrapporre, capitoli antitetici di uno stesso racconto. Non c’è riconoscimento che non si porti dietro polemiche. Perché è un tentativo disperato di razionalizzare l’unica cosa che non può essere spiegata a parole: il talento.

[…] Jean-Pierre Papin, Pallone d’Oro 1991 –C’è stato un periodo in cui il suo nome era diventato sinonimo di gol. Papin ne infilava uno dietro l’altro. Con la maglia bianca dell’Olympique Marsiglia. Con la maglia blu della Francia. “Forse è attualmente il miglior attaccante del mondo”, scrive Mario Sconcerti nel dicembre del 1991. Ed è vero. Perché pochi giorni dopo la punta di Boulogne-sur-Mer vince il Pallone d’Oro. La votazione ha assunto quasi subito le sembianze del plebiscito. Papin ottiene 141 voti. Su 145. Una maggioranza bulgara. Anche perché la punta ha vinto la classifica dei marcatori del campionato francese. Per cinque anni consecutivi. In Coppa Campioni si è fermato a tre titoli di capocannoniere uno insieme all’altro. Più che un attaccante sembra un alieno. “Sembra immortale ma è come noi”, direbbe Rino Gaetano. Il Milan di Berlusconi lo acquista per 14 miliardi di lire. Un mucchio di quattrini. Anche perché quella campagna acquisti assomiglia a una depredazione continua. A Milano arrivano anche Savicevic, De Napoli, Eranio e Lentini. Oltre a Boban, che rientra dal prestito al Bari. Il problema è che il regolamento prevede un massimo di tre stranieri in campo contemporaneamente. Il Milan ne ha sei. Gullit, Van Basten, Papin, Rijkaard, Savicevic e Boban. Scegliere diventa impossibile. O quasi. Quando il francese sbarca in rossonero il Guerin Sportivo gli dedica la copertina. Si vede il suo faccione girato a trequarti come a scrutare l’infinito. I capelli increspati, gli occhi chiari, il sorriso appena accennato. Sotto c’è un titolo giallo. Con scritto Monsieur gol. Un vaticinio che viene declassato a semplice auspicio. Perché i problemi iniziano quasi subito. Il Milan vince la Supercoppa. Contro il Parma finisce 2-1. Papin gioca in coppia con Van Basten. E sembra subito un corpo estraneo alla squadra. Dopo 65’ viene sostituito. Così come era successo spesso nel precampionato. L’8 settembre il suo acquisto è già un caso. L’attaccante si aggrega alla Nazionale. E racconta che dopo aver guardato in faccia il Diavolo è iniziato il suo inferno. “Non sono certo andato al Milan per essere continuamente sostituito. Non valeva la pena acquistarmi per questo. Troppo facile giocare solo metà partita, per poi lasciare a un altro i frutti del mio lavoro, con l’avversario diretto affaticato”, dice. E ancora: “Io devo avere il diritto di giocare di più. Al mio ritorno a Milano, voglio avere un colloquio con Capello, gli voglio esporre le mie ragioni. Intanto stasera, con la mia nazionale, sarò almeno sicuro di giocare novanta minuti”. Qualche giorno dopo Berlusconi arriva al centro di allenamento del Milan. In elicottero. Il Cavaliere ascolta, rassicura, garantisce. Si dice addirittura che abbia fatto una scommessa con Papin. Se il francese dovesse segnare più di 20 gol in stagione avrà un regalo speciale. Qualcuno ipotizza che si tratti addirittura di una Ferrari. Ma è difficile. Perché Jean-Pierre non ama le auto veloci, anzi. “Papin deve ancora adattarsi ai nuovi meccanismi – dice Massaroentrare nel gioco del Milan non è facile, ma è solo questione di tempo, lui è un grande giocatore, non si deve demoralizzare”. Il problema è proprio quello. Il francese inizia a ballare con i suoi demoni. A ottobre segna una doppietta al Cagliari. Ma si dice che Tapie lo abbia ricontattato per riportarlo a Marsiglia. Subito. L’operazione sfuma. Papin inizia a sfruttare le poche chance che gli vengono concesse. A novembre il Milan gioca contro il Napoli. I rossoneri sono funestati dagli infortuni. E Capello si lascia andare a una dichiarazione buffa: “Papin non l’avrei fatto giocare comunque, ma non posso mandarlo in panchina perché ha sentito dolore al ginocchio sinistro”. Qualche tempo dopo si ferma anche Van Basten. E Gianni Brera scrive una frase particolare: “L’olandese è oggi il centravanti migliore del mondo: non poterne disporre sarebbe grave handicap per il Milan, costretto a impiegare Papin”. A inizio dicembre la punta viene sostituita dopo un’ora. E di dice “molto delusa”. Andrà peggio prima di Natale, quando dichiarerà di essere “furibondo”. Il suo primo anno al Milan si chiude con 13 gol in 22 spezzoni di partita. La Ferrari non arriverà mai. Nella seconda stagione ne segna 5 in 18 spezzoni. Bayern Monaco, Bordeaux, Guingamp, e Saint-Perroise sono tappe di un lungo viaggio alla ricerca di se stesso, un inseguimento a quello che era stato.

[…] Hristo Stoichkov, Pallone d’Oro 1994 – Nel nome di Dio. Nel vero senso della parola. Nel 1994 Hristo sembra trascendere la dimensione umana. È tutto e il suo contrario. Contemporaneamente. Tecnica delicata e istinto brutale. Orpello che si fa sostanza. Altruismo ed egoismo in parti non sempre uguali. Usa 1994 diventa il suo giardino di casa. Segna 6 gol, tanti quanti Salenko, trascina la Bulgaria ai quarti. La sua corsa finisce lì, contro un’altra divinità. Ha un codino che si agita dietro alla nuca. E un numero 10 bianco stampato sul retro di una maglia azzurra. Hristo ha vinto la Liga con la maglia del Barcellona. E si aggiudica anche il Pallone d’Oro. Una volta raggiunto l’apice qualcosa si rompe. Il rapporto con Johann Cruyff va in pezzi un anno dopo. “Stoichkov si trascina di festa in festa fino alla domenica”, dice l’olandese. E ancora: “Non ha il minimo rispetto dei compagni, è stato formato in un regime dittatoriale, dove al migliore è concesso di tutto e gli altri, i meno dotati, non fanno che adularlo, se se ne va è meglio per tutti, non voglio bombe nello spogliatoio“. Il Parma affonda il colpo. Tanzi stacca un assegno da 15 milioni. E il bulgaro arriva in gialloblù. “Il mio compito sarà quello di fare gol e penso di farne tanti”, dice Stoichkov. La realtà racconta una storia molto diversa. L’attaccante con l’8 sulle spalle segna appena cinque reti in campionato. In primavera diventa praticamente impalpabile. A fine stagione raggiunge la Nazionale impegnata agli Europei e dice: “In Italia mi sono annoiato da morire, sono stati mesi orribili, non ci voglio mettere più piede”. E verrà accontentato. Il Barcellona lo riprende dopo appena un anno. Ma ora Hristo non è più titolare. Robson lo manda in campo come prima alternativa al trio d’attacco. Poi Van Gaal lo spinge ai margini del progetto. Nel 1997/1998 mette insieme 2 presenze. È lì che inizia il suo giro del Mondo: CSKA Sofia, Al-Nassr, Kashiwa Reysol, Chicago Fire, DC United. Il meglio, però, è alle spalle.

(ILFATTOQUOTIDIANO.IT di Cristiano Vella)

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