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Arte & Società

Italia, Tardelli: “L’urlo? Mi avrebbe dato più fastidio non farlo”

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Tardelli e il suo urlo: un momento iconico

40 anni fa, l’Italia fa il suo esordio nei Mondiali di Spagna. La Repubblica oggi, ha pubblicato un’intervista ad uno degli eroi di quella Nazionale: Marco Tardelli. Ecco alcuni estratti …

[…]Nemmeno un po’ di nausea per quell’urlo infinito?

“No, ne sono orgoglioso, non mi ha mai stancato o reso prigioniero. Duro sette secondi allora, il tempo di 175 fotogrammi, e dura ancora. Si e come congelato. Resta la mia pagina più bella, ha cancellato ogni prima e ogni dopo, appartiene ad un’altra epoca, ma è nella mia vita, anche se l’ha fatta sparire. È nella storia, per i miei figli e nipoti. Mi avrebbe dato più fastidio non averlo fatto”

La chiamavano Schizzo.

“Vero. Sono stato un giocatore insonne, uno agitato, l’unico ad avere una stanza solo per sé. Strano perché in famiglia nessuno aveva problemi di quel tipo. Forse era perché già da ragazzo avevo l’abitudine di bere caffè e latte prima di andare a letto, i miei non erano nutrizionisti, così ai Mondiali dell’82 ho passato le notti in piedi, bussavo alle porte degli altri, volevo chiacchierare, ma l’ultima notte Zoff e Scirea si chiusero dentro, non mi fecero entrare. Dormivano, beati. Io mi ero portato la mia scorta di libri: i romanzi di Morris West e tanto Gabriel Garcia Marquez, che mi piaceva e mi faceva stare bene”.

Urlò in finale, ma anche prima.

«Non ero imbavagliato, dicevo la mia. Allora con i giornalisti si parlava nello spogliatoio e fuori, si discuteva, si litigava, si faceva pace, e poi si ricominciava. Il calcio non era un prodotto tutelato, nessuno di noi aveva uno staff personale o un addetto stampa[…]

Quelli dove il ct Bearzot schiaffeggiò una tifosa che gli aveva dato dello scimmione per aver escluso Beccalossi.

“Una sberla educativa. Per insegnare il rispetto, anche la ragazza capì.[…] Bearzot era una persona perbene, potevi criticarlo, non offenderlo. Quando litigo con un giornalista era perché riteneva che da ospite in un ritiro, in casa di altri, hai il dovere di essere educato. E quando dissero che Cabrini e Rossi dormivano insieme, noi ci ridevamo, ma lui si rabbuio. Si chiedeva: non pensano ai parenti e ai figli rimasti a casa? Su certi temi aveva una sua morale, impazziva se toccavano la famiglia”.

Avevate al seguito grandi scrittori come Brera, Arpino, Soldati, Del Buono, Bene: voi però li avete lasciati senza parole.

“Strano e assurdo a pensarci oggi. Così tanti maestri e noi in silenzio-stampa. Io ancora mi rimprovero di avere insultato Brera. Scriveva che avevo le gomme sgonfie. Lo vidi entrare nel bar del ritiro a Pontevedra, mi alzai dicendo ad alta voce: «Vado via, sento puzza di merda». Non dovevo, ho sbagliato, non ho mai avuto modo di scusarmi. Mi resta il rimpianto, non mi assolvo. Anche dopo il gol alla Germania mi sono fatto il segno della croce, era mia abitudine chiedere perdono per quello che mi usciva dalla bocca”.

Più iconico il vostro successo al Mundial 1982 o quello del 2006?

«Meritati tutti e due, non è una gara a chi è stato più bravo. Ma se si parla di icone dico quello dell’82. Non solo perché battemmo l’Argentina di Maradona, il Brasile di Zico, la Germania di Rummenigge, ma per quello che successe nelle piazze. La gente torna a manifestare insieme per qualcosa e non contro qualcuno, sventolare il tricolore non era più fascista, ma significava riconoscersi in una biografia collettiva, dopo il terrorismo e le crisi, e al di là della retorica, si poteva tornare a credere in noi stessi. Ma questo lo capimmo quando tornammo in Italia sull’aereo di Pertini, appena atterrati. E ci servì per chiedere alla Juve un adeguamento di stipendio: perché gli stranieri che arrivavano, Platini e Boniek, dovevano prendere più di noi campioni?»

[…]“Dura solo un attimo, la gloria”, è il titolo dell’autobiografia di Zoff.

“Sì. Spesso ti oscurano da vivo e si sbarazzano dite da morto. Lo dico per Bearzot che meriterebbe oggi un grande ricordo, invece è trascurato. Parlano più di noi che di lui. Non è giusto. Lui se credeva in qualcosa buttava giù i muri a testate. I documentari sportivi non mancano, su Bearzot pero c’è poco. Ci ha fatto vincere un titolo che mancava dal ’38 e avere un successo che ci sfuggiva da 14 anni, dall’Europeo del ’68”

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