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Donne in Gi(u)oco

ESCLUSIVO – Intervista a Susy Siano: “Il calcio? Un sogno. Scendevo in campo per onorare la città e la maglia che rappresentavo”

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Una tigre in campo ma una ragazza dal cuore d’oro fuori dal rettangolo di gioco. Così viene descritta Susy Siano dalle compagne che hanno avuto il piacere di condividere con lei lo spogliatoio.

per GLIEROIDELCALCIO.com Giovanni Di Salvo

Infatti la difensora originaria di Capodimonte durante le gare sfoderava una grinta incredibile ma dopo il triplice fischio sembrava quasi un’altra persona, tanto era calma e pacata.

Il suo lungo viaggio nel mondo del calcio femminile è partito dal Cus Napoli e poi ha fatto tappa nella Nuova Gioventù Sommese, nella Turris, nel Monteforte Irpino, nel Verona, nel Gravina Catania, nel Lugo e nel Bardolino per poi concludere la sua avventura calcistica in Sicilia ritornando al Gravina Catania e vestendo poi la maglia del Camaleonte e dell’Acese. L’esperienza a Torre del Greco le regala il debutto in serie A e la prima convocazione in Nazionale ma soprattutto la lancia nell’elite del calcio femminile italiano diventando una delle difensore più richieste dalle corazzate della massima divisione. Così nella stagione 1995/96 arriva la ciliegina sulla torta con lo scudetto conquistato col Verona. Ma le soddisfazioni non sono mancate neanche negli anni successivi dove le “salvezze” sono valse quanto una Coppa e dove la scelta delle squadre non è stata condiziona dall’ingaggio ma dai valori umani e dal calore della gente.

Come è nata la sua passione per il calcio?

“Ai miei tempi non esistevano scuole calcio per le bambine e chi voleva giocare a pallone lo faceva per strada insieme ai maschietti. Avevo tanti fratelli eppure ogni pomeriggio cercavano me, tant’è che mia mamma gli diceva: “Ma è mai possibile che con sette maschi in casa mia venite a chiamare la femmina per giocare a pallone?”

Ho coronato il mio sogno di poter entrare in una squadra di calcio femminile e di poter calcare un vero campo da gioco grazie a mio zio Salvatore Penna, a cui sono ancora infinitamente riconoscente. Infatti un giorno mi propose una scommessa: mi avrebbe portata a fare un provino col Cus Napoli ma se non mi avessero presa avrei dovuto rinunciare a giocare. Mia madre si oppose ma lui per rassicurarla le disse: “Che ti pare che prendono lei?” Ed invece sapeva che avevo buonissime possibilità di farcela e difatti venni subito invitata a presentarmi l’indomani per svolgere le visite mediche e per potermi tesserare. Io per la felicità saltavo come un grillo e dissi a mio zio: “Ora son fatti tuoi andarglielo a spiegare alla mamma!”. Era la stagione 1985/86. Nel Cus Napoli c’era Maurizio Zavino come allenatore, coadiuvato da Giampiero Ventrone, futuro preparatore atletico della Juventus. Da qui è iniziata la mia lunghissima carriera, che ho concluso all’età di 47 anni segnando una rete al Fiano Romano nella mia ultima partita.”

Che tipo di giocatrice era?

“Ricoprivo il ruolo di difensora centrale ma all’occorrenza, in base alla squadra avversaria, mi spostavano nella zona di campo dove agiva la loro attaccante più pericolosa. Grinta, velocità, stacco di testa ed anticipo erano i miei punti forti. Ammetto che non avevo una tecnica sopraffina ma comunque il pallone lo sapevo trattare e mi sono tolta la soddisfazione di segnare anche dei bei gol come quello realizzato ad Antonini con una con una volée al volo in Verona-Lugo oppure la rete che segnai al Firenze, quando vestivo la maglia della Turris, partendo dalla mia metà campo e facendo una serie di scambi con le mie compagne.

La mia crescita è stata esponenziale col passare degli anni grazie alle attaccanti avversarie che ho incontrato. Infatti vedere i loro movimenti, come stavano in campo e il loro modo di giocare mi spingevano a fare sempre meglio. Prendiamo ad esempio Carolina Morace. Già la settimana prima della partita mi facevo il segno della croce e passavo notte e giorno a studiarla. Per me riuscire a fermarla era come vincere il Superenalotto. Però guardandola ho imparato tanto: faceva tante finte di corpo e cambi di direzione ed aveva anche una velocità impressionante. Avendo come parametro Carolina Morace, poi marcare le altre mi veniva più facile perché riuscivo a leggere e capire i loro movimenti prima ancora che li facessero.

Ci tengo a precisare che non sono mai entrata in campo per fare male alle avversarie. Ho sofferto di essere stata etichettata come una picchiatrice, si figuri che quando gli arbitri venivano a fare il riconoscimento prima di iniziare mi raccomandavano di andarci piano. Ma il mio ruolo non mi permetteva il lusso di dire passa alle punte perché significava di prendere quasi sicuramente un gol ed io quando scendevo in campo dovevo onorare la città e la maglia che rappresentavo.  

Solo una volta mi sono comportata male. Era la stagione 1997-98 e giocavo nel Lugo. Patrizia Sberti, l’attaccante del Pisa, per due volte simulò un fallo e l’arbitro prima mi ammonì e poi mi minacciò di espellermi al prossimo intervento. Mi arrabbiai tantissimo e le rivolsi delle brutte parole di cui ancora oggi mi pento: “Se tu continui così” – le gridai in napoletano- “la prossima volta io vado fuori perché mi prendo il rosso ma tu esci dal campo in barella”. Non ho mai detto delle cose così cattive ad una persona e di ciò me ne vergogno ancora e se ne avessi l’opportunità le chiederei ancora oggi scusa.”  

Quali sono state le attaccanti più forti che ha affrontato?

“Potrei fare un elenco lunghissimo, perché ho avuto l’onore di marcare le centravanti più forti: Betty Vignotto, Susanne Augustesen, Rose Reilly, Carolina Morace, Rita Guarino, Patrizia Panico, Novelli, Silvia Fiorini, María Ángeles Parejo, Patrizia Sberti e Isa Costanzo, solo per citarne alcune.

Secondo me i campionati più belli che ho disputato sono stati quelli degli anni Novanta perché ogni squadra aveva degli elementi di classe e mi sono divertita tantissimo perché ho incontrato gente che mi ha fatto crescere sia a livello sportivo che umano.

Ho ammirato tanto lo stile di gioco di Patrizia Panico perché non simulava mai un fallo né si buttava a terra al minimo contatto ma lottava, era caparbia e non mollava un centimetro.

Altra attaccante su cui voglio spendere delle parole è Betty Vignotto, una grande persona fuori e dentro il campo. La prima volta l’affrontai quando disputai il mio primo campionato di serie A con la Turris. Io la conoscevo solo per nome perché era la centravanti della Nazionale e mi aspettavo che fosse una giocatrice imponente ed invece quando la vidi di presenza mi stupii perché era piccola e minuta. In quella partita io feci di tutto ma lei era troppo forte, segnò e noi perdemmo. Ma ricordo ancora due frasi che mi disse perché furono importantissime per la mia crescita. La prima fu dopo che le feci un fallo. Chiesi immediatamente scusa ma mi rispose: “Le scuse le accetto ma non pensare che i falli non vadano fatti.”. E poi a fine partita si avvicinò, mi appoggiò una mano sulle spalle e disse: “Non mollare perché hai stoffa e sicuramente andrai avanti”. Nel 1991 ci siamo rincontrate al raduno della Nazionale in vista dell’amichevole contro la Francia. Betty era un dirigente federale e si ricordò di me: “Ragazzina, hai visto dove sei arrivata!”. ”   

Soffermiamoci sulla stagione 1995/96 quando vinse lo scudetto col Verona. Cosa ricorda di quella squadra e di quella annata?  

“Quell’anno è stato bellissimo. Il Presidente aveva rinforzato la squadra con diverse giocatrici che facevano parte del giro della Nazionale: Antonini, Tesse, Bavagnoli, Ciardi, Marsiletti, Salmaso, Morace e poi la Ferrari. Noi che eravamo già là (Susy Siano era arrivata al Verona nella stagione 1993/94 ndr) pensavamo che avremmo avuto pochissimo spazio ed invece Anna Mega ci rassicurò dicendoci che di volta in volta sarebbe scesa in campo chi lo avrebbe meritato. E si comportò effettivamente così. Infatti ci fece sentire tutte titolari perché ci considerava tutte allo stesso livello. Insomma riuscì a creare un bel gruppo. Ricordo che quando Anna Mega, che risiedeva a Bologna, non poteva venire a Verona, mi comunicava gli esercizi che dovevamo fare e mi affidava la squadra. Così mi sono trovata a dirigere in alcune sedute di allenamento giocatrici del calibro di Marsiletti, Carolina Morace ecc. Anna Mega, tra l’altro, era anche molto preparata dal punto di vista tattico tanto che fu una delle prime a giocare a zona. A tre mesi dalla fine del campionato perdemmo per infortunio Carolina Morace, che si ruppe i legamenti, ma eravamo veramente uno squadrone e nella partita contro il Cagliari festeggiammo lo scudetto con due turni d’anticipo.”

Qualche anno dopo ha la possibilità di mettere nella sua bacheca personale un altro trofeo, la Coppa Italia. Mi racconti le sensazioni vissute per quella amara finale del 26 giugno del 1998 che dovette assistere dalla tribuna a causa di un brutto infortunio.

“In quella stagione giocavo con la Lugo. Eravamo partite male e così in panchina subentrò Doriano Tamburini, che era stato il secondo di Zaccheroni (dal 1988 al 1990 nel Baracca Lugo ndr). Col cambio di allenatore ci riprendemmo sia in campionato che in Coppa Italia ma purtroppo il 14 aprile, durante una partitella di allenamento, in un contrasto col Mister Tamburini e a causa anche del terreno fangoso, mi ruppi il legamento. E così non potei scendere in campo per l’ultima fase della Coppa Italia, compresa la finale di Arezzo contro il Milan. In quell’annata c’era stato un grande equilibrio tra noi e le rossonere, visto che in campionato avevamo vinto una partita a testa. Purtroppo noi concludemmo la stagione in emergenza in difesa perché si era rotta i legamenti, una settimana prima del mio infortunio, anche Filomena Greco. Alla fine perdemmo la finale per 3-1 ed io ancora mi rodo le mani per non averla potuto disputare!”

Nell’arco della sua carriera ha giocato con molte squadre. C’è un Presidente che ricorda con maggiore affetto?

“A dir la verità ognuno ha fatto la sua parte. Al Cus Napoli, la mia prima squadra in assoluto, c’era Michele Pinto. Poi ho avuto i Di Sarno a Somma Vesuviana, Antonio Palomba alla Turris e Santulli a Monteforte Irpino. Del Presidente del Verona, Antonio Preto, mi colpì il fatto che venne fino ad Avellino per acquisire il mio cartellino. È stato veramente un bel gesto perché voleva dire che credeva fortemente in me. Gubbioli, il Presidente del Lugo, era persona veramente simpatica e quante risate ci siamo fatte!! E soprattutto quante sigarette si fumava! Ricordo che per le trasferte partivamo con due pullmini, uno per fumatori, che per strada lasciava una scia come un vecchio treno a vapore, e uno per non fumatori. E poi non posso non citare Gianfranco Forza del Gravina. Io sono testimone dei salti mortali che ha fatto per mantenere la squadra ai massimi livelli. Rispetto agli altri presidenti lui è stato uno che ci ha messo sempre la faccia, il cuore ma soprattutto ci ha messo soldi di tasca propria. Le squadre del Nord avevano trasferte molto vicine, massimo a due-tre ore di pullman. E quando una volta all’anno venivano in Sicilia ad affrontarci, apriti cielo! Quanto si lamentavano! E noi, invece, cosa avremmo dovuto dire? Tenga conto che ogni quindici giorni, quando giocavamo fuori casa, ci facevamo dai 700 ai 1800 km!

E allora se dovessi dirle quale presidente ricordo con maggiore affetto la mia scelta ricade proprio su Gianfranco Forza per il coraggio e la determinazione che ha avuto a portare avanti la squadra anno dopo anno, non facendoci mancare mai nulla. Quell’uomo per il calcio femminile ha dato veramente tanto.”

In Nazionale è stata convocata numerose volte ma non ha mai esordito. Le resta qualche rimpianto per la sua esperienza in maglia azzurra?

“La mia prima convocazione è arrivata nell’aprile del 1991 con l’Under 21 allenata da Pesci. All’epoca giocavo nella Turris e la chiamata in Nazionale fu una grande soddisfazione. Dopo una quindicina di giorni entrai a far parte anche del gruppo della Nazionale maggiore. In quell’anno si doveva disputare il primo Campionato del Mondo organizzato dalla FIFA, in programma a novembre in Cina. Per sei mesi rimasi sempre nel giro delle azzurre. Le sarte incaricate dalla FIGC mi confezionarono anche gli abiti di rappresentanza da utilizzare durante il Mondiale, appaio nelle foto ufficiali fatte qualche mese prima dagli organizzatori della rassegna iridata e nel passaporto mi apposero il visto per l’ingresso in Cina. Infatti inizialmente le pre selezionate erano una trentina e il gruppo è stato via via sfoltito a 24, poi a 22 ed infine a 20 calciatrici. Poco prima della partenza arriva la comunicazione che il numero era stato ulteriormente ridotto a 18. Lì pensavo che non ce l’avrei fatta. Mister Guenza fece le ultime sue scelte e ci comunicò i numeri: “…Sedici Correra, Diciassette Siano, Diciotto Guarino.” Io ero come stordita. Florinda Ciardi mi disse: “Ce l’hai fatta!”. Mi alzo e guardo il foglio delle selezionate appeso alla porta e dico: “Oh mio Dio!”.

Presi parte all’ultimo test amichevole che disputammo il 6 novembre contro la Lazio mentre il giorno seguente tutta la delegazione azzurra andò all’Hotel Parco dei Principi di Roma per incontrare il Presidente Matarrese. Ed invece quella sera stessa il Ct mi chiamò per dirmi che non rientravo più nell’elenco delle selezionate, pertanto se volevo potevo ritornare a casa già l’indomani ma io preferii continuare a svolgere gli allenamenti fino alla conclusione del ritiro. Ancora oggi non so quale fu la motivazione per questo cambio di decisione improvviso che portò alla mia esclusione.

Comunque sono onorata di aver fatto parte del gruppo delle azzurre e non mi pesa tanto il fatto di non aver potuto fare il mio esordio ufficiale in Nazionale. Però non posso nascondere che sono rimasta delusa per non aver preso parte al Mondiale. Questo è senza dubbio il mio più grande rammarico. Parteciparvi sarebbe stato qualcosa di fantastico. Insomma sarebbe stata un’esperienza incredibile, che di certo non capita tutti i giorni. Qualche mese dopo incrociai, nella trasferta di Sassari, Mister Guenza. A fine partita lui si avvicinò e mi disse che gli era dispiaciuto tantissimo di non avermi portata in Cina e che mi considerava sempre un elemento del gruppo della Nazionale.” 

C’è stato qualche aneddoto particolare durante la sua vita calcistica?

“In realtà ce ne sono stati moltissimi, tanto che potrei scriverci un libro! Dovendo sceglierne uno le racconto quello che mi accadde a Lugo. In allenamento indossavo sempre un cappello di lana del Napoli, di cui sono tifosissima e che risaliva agli anni Ottanta perché lo portavo quando andavo allo stadio con mio fratello. Una volta Antonella Carta, che invece era tifosa dell’Inter, si avvicinò di soppiatto e con un accendino lo bruciacchiò! Quanto mi sono arrabbiata! E quante me ne combinava Antonella Carta! Ma al di là di questi scherzi Antonella, sia in campo che fuori, è stata sempre un’amica. Durante le partite non sgridava mai una compagna ed anzi spronava sempre ad aiutare chi era in difficoltà. Era un esempio per tutte e un modello per le ragazzine delle giovanili. È stata una grandissima giocatrice e sono contenta che recentemente sia entrata nella Hall of Fame.

Si ringrazia sentitamente Susy Siano per la vastissima documentazione fotografica messa a disposizione.

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Per chi volesse approfondire l’argomento:

Giovanni Di Salvo “Azzurre. Storia della Nazionale di calcio femminile” della Bradipolibri

Sergio Nunzio Capizzi e Roberto Quaratore Calcio femminile Gravina, la Stella del Sud

Giovanni Di Salvo “Le pioniere del calcio. La storia di un gruppo di donne che sfidò il regime fascista” della Bradipolibri (Prefazione del CT della Nazionale Milena Bertolini)

Giovanni Di Salvo “Quando le ballerine danzavano col pallone. La storia del calcio femminile con particolare riferimento a quello siciliano”  della GEO Edizioni.

 

 

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Ingegnere palermitano con la passione per il giornalismo e il calcio femminile. Autore di due libri: "Le pioniere del calcio. La storia di un gruppo di donne che sfidò il regime fascista" e "Quando le ballerine danzavano col pallone. La storia del calcio femminile".

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