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Storie di Calcio

Quando il razzo colpì tre volte … auguri a Ihor Ivanovyč Bjelanov

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Ihor Ivanovyč Bjelanov, tripletta ai mondiali e pallone d’Oro nel 1986 nel racconto di Manuel Cordero

È il 15 giugno del 1986. Siamo al Nou Camp di Léon, Messico. Sì, “Nou Camp”. Oppure, togliendo ogni dubbio, Estadio Léon.

Léon, come la città in cui viene costruito nel 1967. Storico polo industriale calzaturiero messicano e, oggi, tra le cento città più rinnovabili al mondo e il centro logistico più importante dell’America Latina.

Fa caldo. Lo stadio ospiterebbe più di 30 mila spettatori, ma, quel giorno, soltanto (e si fa per dire) le due curve paiono aver attirato, in dosi massicce, tifosi di ogni nazionalità. L’aria, se c’è, non circola. La gente sta a petto nudo o si sventola con quel che ha.

La situazione meteorologica avrebbe intimorito chiunque; eppure quelle persone, forse, sentono che la partita debba avere qualcosa di speciale. E che il culmine sarà lì, proprio davanti ai loro occhi.

Succederà. Credeteci.

Poi c’è lui.

Nasce a Odessa, il 25 settembre 1960. Dal 1991 ucraino. A quei tempi uno dei migliori calciatori sovietici. Ai nostri tempi, uno di quelli che ne ha fatto la storia. Nominato dalla sua patria, l’Ucraina, “Leggenda del calcio ucraino”.

Altezza 1.73 e peso 60 chili; ma i quadricipiti, che rivestono le sue gambe, mostrano ciò che agli occhi può non sembrare: una velocità e una forza (garante anche di un ottimo stacco aereo) non comune a chi possedeva un fisico così minuto e leggero.

La partita di cui stiamo parlando, sarebbe, se non l’aveste capito, gli Ottavi di Finale Messico 1986.

L’uomo protagonista di questa storia? Lo nomineremo più avanti, anche se qualcosa già si è intuito.

Le nazionali

Da una parte, i sovietici del calcio laboratorio, o Calcio del Duemila; quelli che sfioreranno la vittoria dell’Europeo 1988. Quello del bionico gol di Van Basten al volo.

Sulla panchina c’è “il CT”. Si chiama Valerij, poi Vasilevic e, infine, Lobanovskij. Lo chiamavano Il Colonello. Il motivo? Presto spiegato. Venne arruolato, da calciatore, nell’Armata Rossa. E indovinate un po’? Raggiungerà il grado di Colonnello. Poi il suo carattere ferreo ed enigmatico rafforzerà questa nomea.

La sua filosofia calcistica potremmo sintetizzarla con questa frase: “Nel mio concetto di calcio ci vogliono giocatori universali, capaci di fare tutto”.

Studiava meticolosamente le capacità biomeccaniche dei propri giocatori; così da poterli posizionare e farli rendere al meglio nelle sezioni in cui i caratteri individuali lo permettevano. Preferiva la versatilità a ruoli fissi.

Tutto questo grazie all’aiuto di personaggi fondamentali, come il professor Petrovskij e lo statistico Zelencov.

Parliamo, per la precisione, del quarto allenatore più vincente della storia del calcio. Uno che, fra l’altro, ha tirato fuori dal suo cilindro ben tre Palloni d’Oro: Oleg Blochin 1975, Andrij Shevchenko 2004 e in mezzo… Lui lo dobbiamo raccontare.

Dall’altra parte, abbiamo i Diavoli Rossi del Belgio. Squadra che fa degli scontri fisici e della dura difesa la sua arma vincente. Non sono belli da vedere, ma, se sottovalutati, possono fare molto male. Sulla loro panchina sta seduto Guy Thys. Commissario Tecnico che li portò, durante l’Europeo 1980, a sfiorare la vittoria contro la Germania Ovest. I tedeschi riuscirono, con la doppietta di Horst Hrubesch, a strappare, d’un soffio, il trofeo dalle mani dei belgi.

Thys, però, strapperà, in questo 1986, il trofeo come miglior allenatore d’Europa a Lobanovskij. E non soltanto. I Diavoli saranno l’inferno dell’URSS sotto ogni aspetto.

Le formazioni:

URSS: Dasaev, Kuznetsov, Bezsonov, Bal, Demyanenko, Aleynikov, Yakovenko, Zavarov, Yaremchuk, Rats, Bjelanov. Allenatore: Valerij Lobanovskij.

BELGIO: Pfaff, Demol, Renquin, Gerets, Vervoort, Grun, Scifo, Vercauteren, Veyt, Ceulemans, Claesen. Allenatore: Guy Thys.

Il fischietto del match è Erik Fredriksson, natio di Tidaholm in Svezia. Una personalità… Diciamo che l’autorità non gli manca, ma far comprendere le proprie decisioni… beh… Non il suo pezzo forte.

Nel Mondiale 1990, durante Argentina-URSS non fischiò il fallo di mano volontario e netto di Maradona, quando il match stava ancora sullo 0-0. Sospeso da Blatter per il resto del torneo.

Inoltre, in Tirol-Torino, gara valida per i Quarti di Coppa UEFA, non vide due rigori a favore dei granata, favorendo il passaggio del turno degli austriaci.

Ma la sua fama di tipo sui generis è stata anche compresa. A volte. La sua caratteristica di essere uno degli arbitri più veloci (correva i 100 m sotto gli 11 secondi) lo ha aiutato a dirigere partite importanti: come la Finale di Coppa Campioni del 1984, Liverpool-Roma (seppur convalidando un gol dubbio agli inglesi); l’andata di Supercoppa UEFA del 1988, PSV-Malines, e la Coppa Intercontinentale del 1989, Milan-Atletico Nacional. Ha arbitrato in 3 Mondiali: 1982, 1986 e 1990.

Questo Ottavo di Finale, però, non sarà proprio tra le sue direzioni più lungimiranti.

La partita

L’aria che si respira l’abbiamo detta. Sì, siamo oltre i mille metri d’altura; ma giocare alle 4 del pomeriggio, con un’umidità che può sfiorare l’80 per cento e il termometro al mercurio che arriva alla linea dei 40 gradi, non è propriamente un toccasana.

Eppure sembra andare bene così. Basta lo spettacolo. Lo spettacolo di un Messico che, varcata la soglia degli stadi, vigeva in condizioni non proprio idilliache.

È il 19 settembre del 1985. Sono le 7:17 del mattino. Città del Messico si sgretola. Un terremoto di magnitudo 8.1 della Scala Richter inghiotte le vite di 10 mila persone.

Le agenzie di stampa locali cercano di contenere la portata della notizia: il Mondiale si deve fare.

Ritardi e disorganizzazione.

Alla fine, però, il 31 maggio la manifestazione prende il via.

Torniamo al match …

Nel linguaggio corporeo dei sovietici c’è qualcosa di strano. Sarà l’aria caldo-umida di Léon; eppure gli uomini di Lobanovskij entrano in campo con un piglio diverso. Certo, i primi 15 minuti sono a ritmi ardenti e i sovietici potrebbero stare tranquillamente sul risultato favorevole di 3-0. Ma, se guardassimo il tabellone, vedremmo una parità a reti bianche.

Non è il caldo, perché i Diavoli manterranno (con qualche calo nei supplementari) sempre il solito ritmo. Pare, invece, che l’URSS assopisca il suo. Come se le andasse a genio quello dei belgi.

Persino il nostro protagonista da rapace e opportunista qual è, sbaglia un gol già fatto. Calciando, dopo pochi minuti, la palla alle stelle.

Nessuna preoccupazione: avrà il tempo di rifarsi. E con abbondanza.

La superficialità confonde

Devono stare attenti i sovietici: perché l’avversario va “ucciso” (ovviamente in senso sportivo, non letterale) e non risparmiato.

La partita, come già ampiamente preannunciato, si addormenta, non senza qualche folata sovietica. Dimostrazione della superiorità organizzativa e tecnica che sta scritta sulla carta.

Ovvio, i Diavoli non stanno a guardare e qualche contropiede lo mettono a segno. Cercano anche di rendersi pericolosi su quei calci piazzati, che richiedono mischia in area di rigore.

Al minuto numero 28’ arriva, probabilmente per l’eccessiva confidenza presa dai belgi, il gesto dal quale si aprono le danze: i sovietici impostano da dietro. Kuznetsov filtra, fra la linea di centrocampo e la linea di difesa opposta, a Zavarov. Il mago di questa Armata serve di prima e d’esterno lui, che taglia davanti (non alle spalle) della terza linea ad una velocità disarmante. Un ghepardo che afferra la preda.

Addomestica dolcemente il pallone e poi… Lo lascia partire. Destro allucinante all’incrocio.

Pfaff, immobile, la vede solo quando si insacca. Dopo di che si gira verso quello lì, come a dire: “Ragazzi, poteva andare peggio”.

Infatti, poteva bucare la rete. Praticamente un siluro.

“Quello lì” si chiama Ihor Ivanovyc Bjelanov. Uno che, di reti del genere, non ne ha segnate poche nella sua carriera.

Il massimo della sua espressione calcistica lo ha raggiunto con la maglia della Dinamo Kiev. Dinamo allenata proprio da Lobanovskij. Dinamo vincitrice della Coppa delle Coppe 1986. Dinamo, ossatura di questa nazionale.

C’è un detto “ironico” tra chi apprezza il calcio sovietico: “La squadra dell’URSS era una Dinamo Kiev indebolita da altri giocatori provenienti da altri club”.

Perché “indebolita”? Lo abbiamo detto prima: “La superficialità confonde”.

I sovietici non tentano di “uccidere l’avversario”. Casomai si riportano al suo ritmo. Elidono il momento “favorevole” distratti dalla loro “totalità”.

Tale comportamento mostra ai belgi, meno tecnici e più pratici, che la partita possa essere equilibrata. L’URSS annienta, così, il pregiudizio. Pregiudizio psicologico che imponeva agli avversari la sua superiorità assoluta.

Il primo tempo termina con un povero: 1-0.

Dopo la pausa le squadre rientrano in campo. I Diavoli Rossi ci provano, ma gli uomini del Colonnello tengono salde le redini delle operazioni. Un palo del nostro protagonista e un salvataggio sulla linea dei belgi dimostrano che la situazione potrebbe cambiare.

Invece, la seconda parte di gara pare adagiarsi e seguire il flusso della prima. Ripetiamo: “pare”.

Minuto numero 56’: errore dei sovietici durante il palleggio. Fallo laterale. Batte Vercauteren. Pallone lanciato a Renquin. Al volo serve Vervoort. Il 22 si accentra e ridà il pallone a Vercauteren largo. Il 6 crossa e Scifo, libero da qualunque pressione o marcatura avversaria, insacca: 1-1.

Quello che lascia “sorpresi”, oltre al comportamento lascivo della retroguardia URSS, è la posizione del numero 8 belga. Non risulterebbe molto “al di qua” della linea tracciata dalla retroguardia sovietica.

Comunque, parità ristabilita.

Un’Armata confusa

Tutte le partite vanno affrontate con operosità. E da una squadra, rappresentante un governo (in via teorica) a favore dei “colletti blu”, dovrebbe essere normale.

Quando le cose ci riescono, le lasciamo stare; dimenticando che siano il lavoro stesso. La creatività diviene produttività e, in questa maniera, basta poco per confondersi.

Ecco cosa sta per accadere ai sovietici.

E lui? Si potrebbe asserire che, essendo squadra a esclusività collettiva, il nostro protagonista ne risenta. Eppure non finirà così per Belanov. Il n.19 terrà vive le speranze della sua (a quei tempi) nazione.

Palla al centro e si ricomincia. L’URSS pensa ancora di avere il controllo mentale degli avversari. E non solo.

Infatti accelera, iniziando la sua danza a ritmi martellanti.

Minuto 70’: di nuovo Belgio troppo confidenziale. Ceulemans perde palla davanti alla difesa. Zavarov la raccoglie. Due Diavoli gli si avventano contro.

Chiunque si trovasse davanti a certi colossi, tremerebbe. Il mago dell’Armata no. Anzi, per lui la situazione è perfetta. Arriva fin sul limite dell’area. Poi passaggio rasoterra verso destra. Indovinate chi c’è a riceverlo? Sempre lui: Il Razzo, Igor Belanov.

Pfaff accenna l’uscita, ma il n.19 ha già tirato. Diagonale imparabile: 2-1.

La confusione? Beh… Quella sta per arrivare.

I sovietici, per l’ennesima volta, “non uccidono l’avversario” e, sempre per l’ennesima volta, abbassano i loro ritmi a quelli del Belgio.

I Diavoli sono diavoli. Guardate se non gliela combinano.

Minuto numero 77’: punizione nella metà campo belga. Battuta. Due passaggi. Tre. La sfera finisce sui piedi di Demol. Il 21, pressato, lancia lungo. La curva, che prende la palla, si conclude proprio addosso a Ceulemans. Il capitano stoppa, con calma la sistema e, infine, calcia. Dasaev non può farci nulla.

Anche qui, però, dei dubbi sorgono. La terza linea sovietica si lamenta con l’arbitro, perché pare che il guardalinee abbia alzato la bandierina. E Fredriksson? Nah… Quale bandierina? Tutto ok.

Ancora parità: 2-2.

Adesso sì, adesso la confusione si insinua nelle menti degli uomini di Lobanovskji.

Il loro calcio non è più champagne. Le sicurezze vacillano. Seppur le occasioni non manchino.

Assorti dentro un tornado del genere, i sovietici vanno a giocarsi i supplementari.

Il pallone non gira al solito modo. Manca convinzione. Belanov si dimena in mezzo a giganti che lo marcano stretto. Non molla il piccoletto e lotta su ogni pallone.

I suoi sforzi, però, non bastano: 102esimo, corner per i Diavoli Rossi. Vercauteren si incarica della battuta. Tranquillo accompagna il pallone alla bandierina. Dopo di che… Mossa astuta. La difesa sovietica si distrae. Il 6, allora, ne approfitta e passa a Gerets che si propone. Palla nel mezzo. Gli uomini del Colonnello fanno un ulteriore errore valutativo: oltre a non osservare fuori dall’area il movimento di Gerets, non osservano neanche quello degli avversari in area di rigore. Soprattutto, non quello di Demol. Il 21, tutto solo sul secondo palo, colpisce di testa.

In area si guarda l’uomo e non la palla. E anche se si marcasse a zona, come nel caso dei sovietici, comunque, bisognerebbe, per proteggere, aver ben presente la posizione dell’avversario.

Tutto regolare: 2-3 e sorpasso belga.

I Diavoli immobilizzano l’Armata. Immobilizzare è il termine esatto. La manovra diventa un possesso sterile. La versatilità e il ritmo alto vengono stroncati.

Il solo Belanov pare crederci là davanti. Lotta, lotta su tutti i palloni. Prova ad accelerare. Prova a scuotere la sua squadra.

Intanto, i belgi si fanno sempre più minacciosi.

Minuto numero 109’: ancora corner a favore dei rossi. Vercauteren crossa. La palla attraversa tutta l’area, senza che nessuno riesca ad interferire. Ceulemans ci crede e la rincorre. Il capitano belga la ferma, la protegge. Poi alza la testa e nota Clijsters (subentrato al 99esimo). Il 14 riceve al limite dell’area di rigore e prova lo scambio con Claesen. Il 16 viene anticipato. La palla si impenna. Clijsters salta, facendo scavalcare alla sfera tutti i difensori sovietici. Claesen tira al volo: gol! 2-4 per il Belgio.

L’URSS è sulle gambe, ma d’orgoglio prova a reagire. Trascinati dalle accelerazioni del piccoletto con la maglia n.19, i sovietici tentano di rientrare in partita: 111esimo, traversone dalla destra. Il Razzo tenta di arrivarci con la testa, ma non ce la fa. Il gioco dovrebbe andare avanti, però… Anche i sovietici restano sorpresi.

Fredriksson ha un’altra delle sue intuizioni. Calcio di rigore per l’URSS. Secondo l’arbitro svedese, Renquin avrebbe atterrato Belanov.

Almeno, questa sembrerebbe essere l’interpretazione del Direttore di Gara.

Vi avevamo avvertiti: “L’autorità non gli manca, ma far comprendere le proprie decisioni…”. Diciamo che abbia avuto un momento “fredrikssoniano”.

Il contatto, anche volendoci mettere con la lente di ingrandimento, non pare esserci.

Insomma, una normalissima azione.

Infatti, lo ripetiamo, persino i sovietici sono sorpresi.

Comunque, sul dischetto si presenta il nostro protagonista. Sistema la sfera. Fischi assordanti verso di lui. Dall’espressione facciale non pare che gli interessi. Guarda solo il pallone.

La rincorsa è di quelle lunghe, ma: “All’aumentare della velocità corrisponde l’aumentare della forza balistica del suo destro”. Pare una formula che potremmo leggere su un libro di fisica.

Alla fine, le sue falcate aumentano, millesimo dopo millesimo, la loro frequenza.

Impatta la sfera. Fucilata centrale e micidiale.

Il guantone mancino di Pfaff si piega. La sfera si insacca solo poco più alta di dove doveva: 3-4 e match riaperto.

L’URSS avrà un’occasione sul finale, ma nient’altro. Termina qui il suo cammino a Messico ‘86. Il Belgio lo terminerà classificandosi quarto.

Vero, la sconfitta non è mai bella. Eppure quel piccoletto supersonico ha dimostrato, per l’ennesima volta, di arrivare ad altezze vertiginose.

Grintoso. Lottatore nato.

Paura di sporcarsi? Sui palloni sporchi ci arriva sempre primo.

“Arrivato a Kiev, nel primo allenamento, il resto della squadra mi doppiò due volte dopo pochi giri di pista. Se il tecnico non mi avesse trattenuto, avrei fatto le valigie la sera stessa”; sì, perché era straordinaria anche la squadra in cui militava ed era straordinario quel Colonnello che credette in lui.

Avremmo potuto ammirarlo pure in Italia. L’Atalanta, col supporto del Genoa, ci provò. L’URSS si oppose.

Passati i trent’anni andò al Borussia Monchengladbach, dove la sua parentesi non fu felicissima. Litigò spesso con l’allenatore e, ciliegina sulla torta, venne fermato, con la moglie, dalla polizia e poi arrestato. Nel bagagliaio della sua macchina: mille euro di vestiario. Vestiario sparito, appena prima, da un grande magazzino.

Infine, la sua avventura tedesca si concluse con l’Eintracht Braunschweig. Squadra di seconda divisione.

Tornò in patria, finendo la sua carriera da calciatore.

Non è mai stata la tecnica il suo forte, ma la velocità con cui sfondava le difese avversarie. Illuminante. Brillante.

A quelle velocità uno dice: “Non sarà mai possibile pensare a dove direzionare la palla”. Eppure, ve lo possiamo giurare, lui pensava e decideva dove direzionarla.

Aveva solo bisogno, come chiunque, del posto giusto e del momento giusto per esprimersi. Lo ha trovato con la Dinamo Kiev nella sua Ucraina.

La sconfitta fa male, però che consolazione! Quel 1986, forse (e nessuno vuole togliere il dubbio) fatto per premiare quella Dinamo d’un’altra era, lo vide alzare al cielo il trofeo individuale che ogni calciatore vorrebbe: il Pallone d’Oro.

Lo avevamo detto: “Quello di mezzo… Lui lo dobbiamo raccontare”.

Auguri Razzo.

Oggi Ihor Ivanovyc Bjelanov compie 62 anni.

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Vivo a Cerreto Guidi, cittadina della campagna toscana in provincia di Firenze. Sono uno scrittore e un aspirante giornalista sportivo. Cerco di raccontare il calcio alla Foucault. La storia e la tattica sono i miei mezzi. Appassionato del football in tutte le sue forme.

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