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Libri: “Portieri & Mondiali” – Brasile 1950

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Per la rubrica “Libri” abbiamo raggiunto e intervistato Massimiliano Lucchetti, autore del libro “Portieri & Mondiali” Storie di numeri uno dal 1930 ad oggi”, edito da Urbone Publishing.

Per noi un consueto e piacevole triplo appuntamento: sabato scorso l’intervista e oggi il primo dei due estratti.

Buona Lettura.

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La follia della Guerra inghiottì il mondo e con esso anche il calcio con le sue manifestazioni nazionali ed internazionali. Alla fine del conflitto ci si trovò con una enorme devastazione economica e sociale ma con altrettanta voglia di ripartire.

In questa ripartenza lo sport e lo svago in genere costituirono un importante strumento di superamento del trauma della guerra.  Il primo congresso post bellico della FIFA ebbe luogo nel 1946.

Vista la devastazione che aveva colpito soprattutto il suolo europeo l’organizzazione della Coppa del Mondo del 1950 venne affidata al Brasile. Contestualmente il trofeo venne intitolato al suo creatore: Jules Rimet.

Doveva essere l’edizione della rinascita del calcio, per cui anche gli inglesi, che fino a quel momento avevano snobbato l’evento, decisero di partecipare; così come l’Uruguay, dominatrice degli anni ’20 che non aveva, però, partecipato ai mondiali “europei”.

Gli strascichi della guerra, si fecero comunque sentire; Germania e Giappone vennero escluse come punizioni per la loro aggressione che causò il conflitto. Austria, Cecoslovacchia, Ungheria, Portogallo dovettero invece rinunciare per questioni economiche non potendosi fare carico dei costi logistici della trasferta intercontinentale. L’Argentina, invece non partecipò a causa dei freddi rapporti diplomatici con il Brasile. Le ultime defezioni di Scozia, Turchia e India (pretendevano di scendere in campo a piedi nudi, richiesta ovviamente negata dalla Fifa), portarono il numero di squadre partecipanti a tredici.

Il torneo fu suddiviso in quattro gruppi: due da quattro squadre, uno da tre e uno da due. Le vincitrici, successivamente avrebbero preso parte a un girone finale all’italiana[1].

L’Italia venne inserita nel gruppo di tre squadre di cui facevano parte anche Paraguay e Svezia. Il nostro paese partecipò al Mondiale ancora sotto choc per la tragedia che aveva colpito il Grande Torino nell’incidente di Superga, ne fu riprova il fatto che la squadra decise di intraprendere il viaggio via mare. Il 4 giugno, dal porto di Napoli, a bordo di una nave da crociera, la “Sises”, gli azzurri partirono alla volta del Brasile.

È necessario rammentare come il Grande Torino fosse il fulcro della Nazionale, in alcune amichevoli, dieci undicesimi della formazione iniziale erano giocatori che militavano nel “Toro”. Non fu affatto facile per Ferruccio Novo, che da qualche tempo aveva preso il posto di Vittorio Pozzo, amalgamare la nuova squadra.

Ma riprendiamo ora la storia della Coppa. Il primo raggruppamento, mise di fronte il Brasile, uno dei naturali favoriti, con Jugoslavia, Messico e Svizzera. I Verdeoro confermarono il pronostico passando il turno con due vittorie e un pareggio.

Il numero uno slavo era l’iconico Srđan Mrkušić [2] che si comportò ottimamente nelle tre partite del girone; nonostante il rendimento, da lì a poco avrebbe dovuto lasciar spazio al giovane fenomeno Vladimir Beara; entrambi dovettero molte delle loro fortune all’ex portiere Luka Kaliterna[3].

Gli svizzeri, terzi classificati nel girone, schierarono Georges Stuber, un portiere di sicuro rendimento, come dimostrò durante i due incontri disputati; nell’ultima partita, ormai ininfluente ai fini del passaggio del turno, cedette il posto a Adolphe Hug che portò in dote l’unica vittoria elvetica.

L’ultima in classifica fu il Messico dell’estremo Antonio Carbajal, che in futuro sarebbe diventato una vera leggenda nella storia della Coppa del Mondo.

Il secondo raggruppamento, sempre composto da quattro squadre, vedeva una favorita d’obbligo: l’Inghilterra, che avrebbe dovuto fronteggiare la Spagna, gli Stati Uniti e il Cile. Ma come si sa, nel calcio è il campo a decretare vincitori e vinti e così i “maestri” inglesi dovettero registrare una brutta sorpresa; vennero infatti eliminati poiché persero sia con le Furie rosse che con i più “modesti” statunitensi. I Leoni schierarono tra i pali Bert Williams che era riuscito ad assicurarsi la maglia da titolare, grazie alla prestazione incredibile contro la nazionale azzurra (il 30 novembre 1949); in quel frangente venne soprannominato dalla stampa italiana: “The Cat”; Williams fu preferito a Ted Ditchburn (leggenda del Tottenham) che non aveva convinto nelle amichevoli precedenti. A casa, era rimasto un altro goalkeeper di grande livello come Franck Swift, che aveva deciso di ritirarsi proprio nello stesso anno.

Purtroppo per Williams la partita contro gli Stati Uniti[4] rimase una macchia indelebile nei suoi ricordi; un’uscita imperfetta permise, infatti, il goal al “lavapiatti” Gaetjens mentre il suo dirimpettaio Frank Borghi fece la partita perfetta e alla fine venne portato in trionfo come l’eroe della giornata. Il secondo di Borghi, era Gino Gardassanich[5] portiere di origini italiane che fu tesserato, tra l’altro, per squadre dello stivale.

Il Cile in porta poteva contare su una figura quasi mistica, Sergio “El Sapo” Livingstone[6], che ne fu anche capitano; le sue parate però, anche in quella Coppa del Mondo, non furono sufficienti a garantire il superamento del turno ai latinoamericani.

Nel girone C si esibì la nazionale italiana che non riuscì a qualificarsi: gli Azzurri collezionarono una vittoria contro il Paraguay ma la sconfitta nel match iniziale contro la Svezia (che passò al turno successivo) costò la qualificazione. Nelle due partite si alternarono tra i pali: Sentimenti IV e “Bepi” Moro (il terzo era invece Giuseppe Casari che aveva giocato titolare nelle Olimpiadi di due anni prima); nonostante avesse perso nella “tragedia di Superga” il grande Valerio Bacigalupo, l’Italia riuscì comunque a schierare due portieri estremamente affidabili. Sentimenti IV non fece la sua miglior partita durante il primo match mentre Bepi non si fece sorprendere dai paraguaiani concludendo il suo incontro a reti inviolate. L’estremo schierato dai biancorossi latinos fu Marcelino Vargas, autore di una competizione senza infamia e senza lode.

Nel gruppo D, a due squadre si disputò, ovviamente, solo una partita e l’Uruguay non ebbe pietà della malcapitata Bolivia nella quale Eduardo Gutiérrez era il numero uno e il CT Mario Pretto un ex difensore italiano.

Il girone finale venne così composto da quattro compagini: Uruguay, Brasile, Svezia e Spagna.

Le furie rosse conclusero come fanalino di coda, pareggiando con l’Uruguay e perdendo gli altri due incontri. Il CT spagnolo nelle sei sfide disputate schierò due diversi arqueros: Ignacio Eizaguirre e Antoni Ramallets. Quest’ultimo avrebbe dovuto essere il titolare poiché in patria era considerato il naturale erede di Zamora, ma il tecnico Guillermo Eizaguirre[7] non era dello stesso avviso tanto che, prima del Mondiale, lo aveva relegato come terza scelta, dietro anche a Juan Acuña[8]. Dopo la prima partita contro gli Stati Uniti, quando Eizaguirre giocò con la fascia di capitano, inspiegabilmente il CT decise di affidare la porta iberica ad Ramallets che, fortunatamente per lui, lo ripagò con due performance straordinarie; nell’ultima gara del girone contro gli inglesi, si guadagnò addirittura il soprannome di “Gatto del Maracanã”. La prestazione fu così straordinaria che al termine, il portiere avversario Williams, gli chiese di scambiare i guanti, accorgendosi però che Antoni giocava senza!!

A conclusione della competizione mondiale venne annoverato tra i tre portieri migliori del Torneo. Ignacio Eizaguirre venne schierato nuovamente nell’ultima gara del girone all’italiana contro la Svezia.

Gli svedesi persero contro Brasile e Uruguay, ma la vittoria contro la Spagna bastò ad evitargli l’ultimo posto.  Il guardiano degli scandinavi era Kalle Svensson subentrato dopo le Olimpiadi a Torsten Lindberg; quest’ultimo ormai trentatreenne si era comunque conquistato la meritata gloria per aver difeso la porta svedese durante il vittorioso torneo olimpico del ’48. Kalle, però non lo fece rimpiangere e addirittura si guadagnò il soprannome di “Rio-Kalle” grazie alle prestazioni contro Italia (nel primo turno) e Spagna, nella partita conclusiva del girone finale.

Ironia della sorte l’ultima partita del girone all’italiana fu Brasile – Uruguay. Questa partita era decisiva, ma il Brasile partiva avvantaggiato perché aveva un punto in più e una migliore differenza reti. Ai padroni di casa sarebbe stato sufficiente un pareggio per laurearsi Campioni del Mondo.

Ma, come tutti sanno la storia, sarebbe stata diversa: domenica 16 giugno 1950 allo Stadio “Maracanã” ci fu la più grande delusione della storia per il popolo calcistico brasiliano, la partita, diventata leggendaria, sarà ricordata come il “Maracanazo”.

Il Brasile andò in vantaggio a inizio secondo tempo, ma l’Uruguay con Schiaffino riuscì a pervenire al pareggio; ma fu alle 16:33 quando il tiro di Ghiggia si infilò alle spalle di Barbosa che il destino del Brasile e del suo portiere cambiò per sempre.

Il numero 1 brasiliano che fino a quel momento era stato perfetto durante il torneo, prese un goal probabilmente evitabile; lasciò scoperto il primo palo, pensando ad un cross di Ghiggia e invece l’attaccante uruguagio lo sorprese proprio lì, dove nessuno avrebbe mai immaginato.

Barbosa portò sempre con sé questa maledizione; dichiarando in seguito: “…la condanna più alta in Brasile è di 30 anni, la mia è stata eterna…”. Quando morì, nell’aprile del 2000, al suo funerale non presenziò alcun calciatore.

Dal portiere eternamente sconfitto passiamo al vincitore: Roque Máspoli[9]; prima di parlare di lui, ricordiamo anche il suo secondo Aníbal Paz[10] che giocò una partita importante nel girone finale contro la Svezia; nel primo tempo, infatti, due uscite non perfette consentirono agli svedesi due goal, ma nel secondo si riprese grazie alla sua esperienza e chiuse la porta a doppia mandata.

Tornando a Roque Máspoli e alla mitica “finale”, dopo un’incertezza sulla prima rete brasiliana, fu insuperabile, soprattutto in un intervento miracoloso a due minuti dal termine su Ademir. Máspoli vinse anche il premio di Miglior portiere del Mondiale e in un’intervista rilasciata qualche tempo dopo disse: “Se avessi saputo che avremmo provocato un dolore così forte a tanta gente, forse avrei preferito non vincere” commentando i molti suicidi che si registrarono tra la popolazione brasiliana.

Il Mondiale si chiuse con una finale non finale, che rimane una delle più grandi delusioni collettive nella storia del calcio e con un portiere che purtroppo restò condannato per la vita.

 

Il cammino dell’Italia:

Svezia – Italia 3-2; Italia – Paraguay 2-0.

Girone finale:

Brasile – Svezia 7-1; Spagna – Uruguay 2-2; Brasile – Spagna 6-1; Svezia – Spagna 3-1; Uruguay – Svezia 3-2; Brasile – Uruguay 1-2;

Uruguay 5 punti (Campione)

Brasile 4 punti (Vice Campione)

Svezia 2 punti (terza classificata)

Spagna 1 punto

All Star Team:

Portiere: Roque Máspoli; Difensori: Erik Nilsson, José Parra Martínez, Víctor Rodríguez Andrade; Centrocampisti: Obdulio Varela, José Carlos Bauer, Alcides Ghiggia, Jair Rosa Pinto; Attaccanti: Zizinho, Ademir Marques de Menezes, Juan Alberto Schiaffino.

I Portieri del Mondiale 1950

Gruppo A:

Brasile: Barbosa, Castilho.

Svizzera: Eugenio Corrodi, Adolphe Hug, Georges Stuber.

Jugoslavia: Vladimir Beara, Srđan Mrkušić.

Messico: Antonio Carbajal, Raúl Córdoba.

Gruppo B:

Spagna: Juan Acuña, Ignacio Eizaguirre, Antoni Ramallets.

Inghilterra: Ted Ditchburn, Bert Williams.

Cile: Sergio Livingstone, René Quitral.

Stati Uniti: Frank Borghi, Gino Gardassanich.

Gruppo C:

Svezia: Torsten Lindberg, Kalle Svensson, Tore Svensson.

Italia: Giuseppe Casari, Giuseppe Moro, Lucidio Sentimenti IV.

Paraguay: Pablo Centurión, Marcelino Vargas.

Gruppo D:

Uruguay: Roque Máspoli, Aníbal Paz.

Bolivia: Vicente Arraya, Eduardo Gutiérrez.

[1]  Prevede lo svolgimento di incontri diretti tra tutti i partecipanti (intesi come individui oppure squadre) in tutti gli abbinamenti possibili.

[2] Il 9 settembre del 1953 difendendo la porta della Stella Rossa, divenne il giocatore più anziano (38 anni 3 mesi 13 giorni) ad aver giocato nel Campionato Jugoslavo. Fu l’unico giocatore ad aver giocato sia con la Nazionale del Regno di Jugoslavia, sia con la Nazionale della Repubblica Federale Socialista della Jugoslavia.

[3] Soprannominato “Barba Luka”. Nel 2019 l’Accademia giovanile dell’Hajduk Spalato fu ribattezzata in suo onore Akademija HNK Hajduk “Luka Kaliterna”.

[4] Inghilterra – Stati Uniti definita: “Il Miracolo di Belo Horizonte”. La partita ispirò il libro del 1996 The game of their lives dello scrittore statunitense Geoffrey Douglas e il film del 2005 In campo per la vittoria diretto da David Anspaugh.

[5] Militò nella Fiorentina, senza mai esordire e giocò in Serie C nel Marsala e nella Reggina. Vinse il Montgomery Trophy come miglior portiere del Campionato di Chicago nel 1950.

[6] Il primo che si accorse di lui fu il grande ex portiere ungherese Franz Platko.

[7] Ex portiere elegante e spettacolare che gli valsero l’appellativo di “Angelo Volante”. Diventò selezionatore della Spagna nel 1948.

[8] Ha una scultura dedicata vicino allo Stadio Riazor di La Coruña.

[9] I suoi genitori provenivano dal Canton Ticino, Caslano un piccolo comune vicino a Ponte Tresa. Gli fu intitolato il Centro Sportivo di Caslano. Passò alla storia anche per essere stato in ben due occasioni il possessore del biglietto vincente della lotteria uruguagia.

[10] Al momento della sua morte nel 2013 a 95 anni, era il più anziano Campione del Mondo in vita.

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