Storie di Calcio

27 agosto 1999 – La Lazio alza al cielo la Supercoppa Europea

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Lorenzo Tassi) – “La sola unione d’intenti non porta ad alcun risultato, prima della coesione vi è il rispetto dei ruoli” parola di un filosofo nato a La Plata nel 1952 ed espatriato in Italia. Nei primi anni 90 è a capo del Dream Team pallavolistico azzurro, la Generazione di fenomeni con la quale vince due dei tre mondiali del decennio.  Di nome fa Julio e di cognome Velasco. Filosofo, stratega ed umanista. Il suo mondo è la pallavolo ed il suo universo lo sport. Non lo sport considerato come mera conquista del risultato, bensì, molto di più. Velasco studia le discipline sportive, le comprende e le rinnova. Monitora gli atteggiamenti e ne trae le conclusioni. Stabilisce il problema e trova la soluzione. Un argentino prestato al mondo della pallavolo, ma come tutti gli argentini non può resistere al fascino del Fútbol.

Nel 1998, un altro uomo, contraddistinto da un innato intuito imprenditoriale (non a caso è un abile finanziere), di nome Sergio Cragnotti, alza la cornetta e chiama Velasco. Cragnotti è rimasto affascinato dalle capacità del platense e intende affidargli la carica di direttore generale della sua Lazio. L’argentino accetta. D’altronde chi fa della strategia la sua arte migliore, non ha problemi a confrontarsi con altri ambiti.

La Lazio di fine anni 90 è una squadra stellare. Mancini, Stankovic, Salas, Veron, Nedved, uno jugoslavo, poi serbo di nome Sinisa. Ha il volto che racconta la storia di un paese, anzi, di sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, due alfabeti ed un Tito. È un artista. Dipinge traiettorie assurde ed ha un sinistro educato e morbido. Mihajlovic ha il calcio nel suo piede mancino. Poi c’è lui. Un ragazzo romano, simile ad un dio greco. Ha il volto malinconico come quello di Franco Citti, nel ruolo di Ettore, in Mamma Roma di Pasolini. È silenzioso, assai schivo. Ma a lui non servono le parole quando è in campo perché s’impone con eleganza ed efficacia nel ruolo di capitano e difensore centrale. Si chiama Alessandro Nesta ed uno tra i più grandi talenti mai prodotti dal panorama calcistico italiano. Sfortunatamente, il fisico non lo aiuta. La sua carriera sarà costellata da infortuni, ma questi non gli precluderanno trofei con la Lazio e con il Milan.

Il 27 agosto ’99 la Lazio sfida il Manchester United di Alex Ferguson, divenuto “Sir” appena un mese prima. Lo United è realmente la squadra più forte d’Europa, e di conseguenza, come spesso avviene, del mondo. Sulla panchina dei biancocelesti siede uno svedese. La sua carriera da calciatore si è interrotta all’età di ventisette anni a causa di un grave infortunio. Inizia ad allenare subito dopo, nel 1976. Nell’82 vince con il Göteborg la Coppa Uefa contro l’Amburgo. È uno svedese differente: sa adattarsi a qualsiasi campionato e metodo di gioco. Lo dimostrerà in Portogallo, in Inghilterra e soprattutto in Italia. Lo chiamano Svennis, e per tutti è Sven-Goran Eriksson.

L’uomo della provvidenza, come in ogni storia calcistica che si rispetti, è un sudamericano. Un cileno dal grilletto facile. Ha giocato in Cile, nell’ Universidad de Chile, poi si è trasferito al Monumental di Buenos Aires. Con il River Plate continuerà a segnare, ma il fascino europeo è troppo forte per rimanere legato al calcio rioplatense. E nel ’96 verrà acquistato dalla Lazio. Parliamo, naturalmente, di Josè Marcelo Salas Melinao. Ha l’espressione crucciata e i lineamenti da minatore, ma segna e segna tanto. La Lazio domina la partita. Ferguson (forse sottovalutando il pericolo) schiera una formazione offensiva che prevede quattro punte. La Lazio vede negarsi un rigore, Salas si divora un gol a porta vuota e lo United non è il solito United. Eriksson ne schiera una sola di punta. L’attuale allenatore dei biancocelesti Simone Inzaghi verrà poi sostituito dal “Matador” Salas. Al trentacinquesimo del primo tempo Pancaro, che fino a quel momento ha arginato benissimo un giovane David Beckham, alza un pallonetto in area, Mancini la devia di testa e per Salas è un gioco da ragazzi: veloce arpiona la palla di sinistro e scaraventa in rete.  1 a 0.

Il resto della partita è contraddistinto dalle parate di Marchegiani e Van der Gouw. E se i portieri sono tra i migliori in campo, la partita è destinata a rimanere invariata. Finisce così, una rete a zero. E la Lazio ha sconfitto il grande United di Ferguson, il Manchester dei ragazzi classe ’92.  La Gazzetta titola: “Dalla Lazio una prova di grande forza collettiva”. Qualcuno avrebbe da ridire e controbattere: “prima della coesione vi è il rispetto dei ruoli”. Ed i ruoli, in quella squadra, sono ben definiti. Ad ognuno il suo, ad ognuno corrisponda un compito adatto alle proprie capacità. Velasco docet.

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