La Penna degli Altri

8 MAGGIO 1947: l’addio ad Attilio Ferraris, “…bravo, nazionale e capitano”.

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LAROMA24.IT (Federico Baranello) – La nostra mattinata inizia di buon’ora percorrendo Via Tiburtina. Sulla nostra destra le mura di cinta del Cimitero Monumentale del Verano. Guadagniamo l’ingresso, quello denominato delle Crociate, e proseguiamo sulla stradina, lentamente. L’ovvia pace del luogo e la follia del traffico romano che ci lasciamo alle spalle creano una sensazione di distacco terreno. Giusto così. Camminiamo ancora, superiamo il Tempio degli Evangelici e il Tempietto Egizio.

Siamo nel “Vecchio Reparto”, giungiamo al riquadro 31. Arriviamo di fronte al luogo dove “l’Omo de fero” riposa, e così come si fa con le persone care che ci hanno purtroppo lasciato lo salutiamo, “Ciao Attilio”. Lui, Attilio Ferraris IV, il nostro primo Capitano, il primo giocatore giallorosso a vestire la maglia Azzurra. Quella maglia con la quale è salito sul gradino più alto del mondo nel 1934, come recita la scritta sulla tomba: ATTILIO FERRARIS – CAMPIONE DEL MONDO. Leggiamo quanto troviamo inciso su un vaso: Campione autentico e di razza è caduto sul campo di gioco riarso dal fuoco sacro del suo generoso spirito agonistico e gladiatorio nella sua memoria le future generazioni degli atleti d’ITALIA trarranno l’incitamento e seguiranno l’esempio”. Uno spirito gladiatorio con cui è sempre sceso in campo, come nel Novembre del 1934 dove Attilio è il Capitano della spedizione azzurra che affronta l’Inghilterra nella leggendaria partita persa 3-2. Ferraris è il grande “condottiero” di quella serata che conferirà agli azzurri il titolo epico di “Leoni di Highbury”.

Poi ce sta Ferraris a mediano, bravo Nazionale e Capitano. Nonostante una vita non proprio da atleta in campo non si risparmia mai. Vive il calcio come la vita, sempre al massimo. Autentico spirito “Testaccino”, è il vero trascinatore e leader dello spogliatoio. Ai suoi compagni impone, prima della partita, un ritornello: “Dalla lotta chi desiste fa figura molto triste, chi desiste dalla lotta è un gran fijo de’ na mig…..”. Dopo il ritiro si trasferisce a Montecatini, ma il fuoco della passione per il calcio raggiunge in lui picchi indomabili e appena può si fa coinvolgere volentieri in amichevoli tra amici o “Vecchie Glorie”. Come quel giorno. Come quell’8 maggio del 1947. La leggenda vuole che prima della partita abbia detto “Non me fate fa la fine de Caligaris” (Umberto Caligaris giocatore della Juventus morto nel 1940 in un incontro di vecchie glorie).

“La sua partita finì al 40’ del primo tempo. In elevazione per contendere la palla di testa ad un avversario, crollava di schianto al suolo. Morì d’un colpo, d’un colpo al cuore (Cit. Forza Roma – I tempi di A. Ferraris e F. Bernardini, Vittorio Finizio, 1975). Il suo più grande amico, Fulvio Bernardini, scrive, dalle colonne del Corriere dello Sport del giorno dopo, delle parole profonde, sentite. Una lettera in cui si rivolge direttamente al compagno prematuramente scomparso. Tra i tanti pensieri Bernardini termina facendo sempre riferimento al suo impeto e alla passione per il calcio: “E anche per allontanarti definitivamente da questo mondo pieno di tristezza, hai scelto un modo da combattente sportivo pagando con la vita un omaggio alla passione inesauribile.

Una mano sulla sua foto…torniamo indietro…”Ciao Attilio”.

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