La Penna degli Altri

“Berni”, una vita da partigiano

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CORRIERE TORINO (Mauro Berruto) – Ci sono gesti che si compiono e passano alla storia, come quei pugni guantati di nero alzati da Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri ai Giochi Olimpici di Città del Messico, proprio cinquanta anni fa. Ci sono gesti che passano alla storia proprio perché non si compiono. Bruno Neri era un calciatore, classe 1910. Un po’ atipico, in verità. Raffinato intellettuale, frequentatore di teatri, musei, pinacoteche e accanito lettore, faceva anche correre bene il pallone, lui mediano cresciuto alla scuola dell’allenatore ungherese Béla Belassa. Raccontano le cronache del tempo, in occasione della sua convocazione in Nazionale: «Neri imposta magnificamente l’azione per Meazza, Ferrari, Piola». Anni duri, quegli anni ’30. Da una parte lo sport, il calcio in particolare, con gli azzurri che diventano Campioni del Mondo nel 1934 e nel 1938, dall’altra la depressione economica, crisi, malcontento. E quando un Paese si ammala di rabbia, c’è sempre qualche forma parassita di propaganda pronta a nutrirsi del dolore della gente. In quel caso la propaganda assume i connotati del fascismo che non è più alle porte, è già nella testa di tutti. O quasi. Bruno Neri, per esempio, nella testa ha altro. Non pensa solo al calcio. Neri gioca, sì, ma parla, ascolta, legge, osserva. Pensa. Nel novembre del 1936 viene convocato con la Nazionale per una partita contro la Germania, a Berlino. Tre mesi prima all’Olympiastadion, ci sono stati i Giochi Olimpici, quelli che il Fuhrer inizialmente non voleva, ma che aveva poi trasformato in un gigantesco show, affidandone il racconto alla regista Leni Riefenstahl. Bruno Neri è in panchina, ha più tempo per pensare. Intuisce, capisce, registra. L’anno dopo viene acquistato dal Torino. Alloggia in città al «Dogana Vecchia» in Via Corte d’Appello, frequenta artisti e intellettuali. Sostiene esami universitari a Napoli dove è iscritto alla facoltà di Lingue Orientali. Nel Torino gioca fino al 1940, poi torna, trentenne, nella sua Faenza e con un po’ di soldi messi da parte compra un’officina. La situazione politica, però, precipita e Bruno Neri, come sempre, decide di impostare l’azione. In questo caso non si tratta di una palla da far arrivare dalle parti di Meazza o di Piola. No. E un’azione di resistenza armata. Bruno Neri diventa il Partigiano «Berni» e, visto che fare da collegamento fra i reparti gli è sempre venuto naturale, fonda un’organizzazione il cui compito è quello di fare da ponte fra le brigate partigiane. II 10 luglio 1944 lui e «Nico», l’amico cestista Vittorio Bellenghi, vanno in avanscoperta. Devono perlustrare una strada per un’operazione di recupero di un lancio di alleati sul Monte Lavane, verificando che non ci siano tedeschi. Ne troveranno, inaspettatamente, una quindicina dietro una curva. Moriranno entrambi, sul campo. Non un campo di calcio, né di basket. Un campo di battaglia, nei pressi dell’eremo di Gamogna, vicino a un cimitero. Il vecchio presidente della Fiorentina, il gerarca fascista Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano, aveva capito tutto da un pezzo. Da quel 10 settembre 1931, giorno dell’inaugurazione dello stadio di Firenze, intitolato allo squadrista Giovanni Berta, buttato in Arno da un operaio comunista. Lo aveva capito, il Marchese Ridolfi, quando 14 dei suoi 15 calciatori, tutti disposti in fila, avevano omaggiato la tribuna con il braccio ben teso nel saluto fascista. Uno solo aveva tenuto le braccia abbassate. Uno solo. Ci sono gesti che si compiono e passano alla storia e ci sono gesti che non si compiono e per i quali la storia, presto o tardi, chiede un prezzo. Pare che il Marchese Ridolfo provasse una certa forma di affetto per Bruno Neri, forse intuendo che avrebbe fatto una brutta fine. Chissà quali furono i suoi pensieri, quando ormai diventato presidente della Federazione Italiana Atletica Leggera e poi della Federazione Italiana Gioco Calcio, lo seppe trucidato, su una strada di campagna, da pallottole naziste. Giù le mani da questa storia, squadristi di ogni tempo. Questo è il fiore, granata, del Partigiano Berni, morto perla libertà.

da Corriere Torino di Mauro Berruto

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