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Palloni e ciminiere: il calcio e lo sviluppo industriale in Italia

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Palloni e ciminiere: il legame tra calcio ed industria in Italia

Ripercorrendo, anche per sommi capi, la storia dell’immaginario calcistico italiano è sorprendente notare quanto radicata sia la tradizione che lega il calcio e l’industria.

Poco conta che si calchi, fisicamente o metaforicamente, il verde dei grandi stadi o un campo polveroso della provincia più profonda: i richiami al tessuto industriale locale sono una presenza costante. Così a Torino il legame tra la Juventus e la Fiat è antichissimo e pressoché inscindibile; a Milano le tifoserie cittadine non esitano a dividersi tra bauscia e casciavit, rievocando sugli spalti l’organizzazione del lavoro nella società industriale meneghina; a Napoli, negli anni ’50, la squadra locale diventa un’altra delle manifestazioni dell’onnipresente Achille Lauro, imprenditore della cantieristica navale; a Cagliari la crescita sportiva degli anni ’60 si affianca allo sviluppo delle raffinerie sarde.

In provincia il successo della squadra cittadina spesso è legato a doppio filo all’intervento dell’impresa locale, con gioie e rovesci che spesso passano dagli uffici al campo e viceversa. Persino il cinema racconta, di solito con spirito canzonatorio, l’onnipresenza nell’industria nel calcio italiano: così Benito Fornaciari Valli (Alberto Sordi) presiede sì il Borgorosso Football Club, nel celebre film del 1970, ma è allo stesso tempo l’erede della piccola impresa di famiglia (che finirà sommersa dalle difficoltà a causa delle poco oculate spese nel calciomercato), mentre a finanziare la Longobarda in L’allenatore nel pallone è lo scalcinatissimo presidente Borlotti, che auspica l’immediata retrocessione in Serie B della squadra per evitare di mettere a rischio i profitti della sua azienda.

Una presenza così costante e diffusa nell’immaginazione dei tifosi e degli appassionati affonda certamente le sue radici nelle vicende storiche del calcio italiano, soprattutto a partire dagli anni del secondo dopoguerra, ma a ben vedere il legame tra il calcio italiano e lo sviluppo industriale del paese è più complesso ed a tratti più difficile di quanto le rappresentazioni lascino intendere.

Ripercorrendo le origini del calcio in Italia è evidente come la traccia di insediamento del football nel paese segua la geografia dello sviluppo industriale della penisola. L’ovvio riferimento è alle regioni nord-occidentali, da dove il calcio allarga progressivamente la sua area di influenza, dapprima nell’area ligure e piemontese (soprattutto grazie ai forti legami economici e commerciali con le isole britanniche), quindi nei territori lombardi e nei grandi porti del centro-sud come Palermo.

A ben vedere non siamo ancora di fronte ad un calcio “industriale”, se con questa definizione intendiamo un pallone che lega a doppio filo le sue fortune con lo sviluppo delle imprese del secondo settore, ma ad un calcio “commerciale” e “notabilare”, dove a reggere le sorti delle società (di cui spesso in passato erano stati giocatori) sono membri delle borghesie professionali cittadine, che al più possono contare sull’apporto delle loro piccole imprese per sopperire alle sempre più pressanti necessità economiche imposte dal football.

Per registrare una maggiore presenza dell’industria italiana nel calcio bisogna attendere gli anni successivi al primo conflitto mondiale: è in questo periodo che il coinvolgimento di imprese di peso a livello nazionale inizia a diventare rilevante nel panorama calcistico: a Torino nel 1923 si arriva al sodalizio tra la Juventus e la famiglia Agnelli, proprietaria della Fiat; a Milano la Pirelli regge le sorti del Milan e contribuisce in modo cruciale all’edificazione del nuovo terreno di gioco nel quartiere San Siro. L’industria vede nello sport, e nel calcio in particolare, un investimento redditizio ed un’opportunità di promozione dei propri prodotti e della propria presenza sul territorio, quando non un vero e proprio mercato da presidiare con lo sviluppo delle prime aziende dedicate alla produzione di attrezzature sportive.

Proprio nel corso degli anni ’20 e ’30, inoltre, si sviluppano a macchia di leopardo per tutta la penisola i prodromi di un fenomeno peculiare: il patrocinio industriale di alcune imprese alle società sportive. Si tratta di una pratica destinata a conoscere poco successo in Italia, in opposizione a quanto andava delineandosi in paesi come la Francia o la Germania, ma allo stesso tempo di una presenza costante nei successivi settant’anni di storia del calcio italiano: a più riprese, nel corso dei decenni, imprese come la Lanerossi a Vicenza, la Marzotto a Valdagno, l’Incedit con il gruppo sportivo omonimo a Foggia, la SAROM a Ravenna e, per un breve e sfortunato periodo, anche la Talmone a Torino, legarono a doppio filo il proprio marchio industriale al nome delle società di calcio del territorio, determinando con il loro controllo sui consigli di amministrazione i successi o i rovesci sportivi dei club.

In certi casi le squadre divennero una parte vera e propria di questi grandi “corpi industriali”, soprattutto negli anni del Miracolo economico, come accadde al Lanerossi Vicenza, gestito come parte delle attività del lanificio berico, tanto da creare un legame di immagine molto profondo da perdurare ben oltre i successivi cambi di proprietà.

Se questa forma del patrocinio industriale “proprio” ed esplicito non conobbe tutto sommato grande successo in Italia, ben diversa fu quella del finanziamento “indiretto”: un imprenditore acquisiva il controllo della società sportiva locale, solitamente assumendone la carica di presidente e diventandone a tutti gli effetti il finanziatore, spesso tramite i profitti ottenuti con la propria attività. Durante l’epoca di sviluppo industriale tra gli anni ’50 e ’60 quasi sempre questi mecenati provenivano dai ranghi dei nuovi (o meno) capitani d’industria che seppero cavalcare l’onda della ricostruzione.

A colpi, dapprima di milioni, quindi di miliardi di lire, spesso attinti con scarso criterio ed ancor meno oculatezza dei propri patrimoni personali (o peggio dai bilanci delle aziende, una pratica che si sarebbe tristemente consolidata per gli anni a venire), questi presidenti, il cui nome sui biglietti da visita spesso era preceduto da un titolo onorifico come cavaliere del lavoro o commendatore, furono i propulsori per il decollo del calciomercato negli anni ’60 che fornì alle grandi società italiane la forza d’urto per spezzare il monopolio iberico nelle competizioni europee ed inaugurare un decennio di egemonia nazionale sulle nuove coppe internazionali.

L’ampliarsi della presenza industriale nel calcio italiano aveva seguito la geografia dello sviluppo nazionale, irradiandosi dai nuclei industriali della pianura padana sugli assi vari e ferroviari del centro e verso le grandi realtà del sud, dove lo Stato stava foraggiando la crescita della grande impresa con i munifici interventi della Cassa per il Mezzogiorno.

Seguire il parallelismo tra i progressi industriali del paese e le presenze calcistiche regionali nel corso dei decenni è in realtà un esercizio di grande interesse. Negli anni del Miracolo economico a figurare tra i protagonisti della scena calcistica sono le città industriali del centro-nord, con una discreta presenza di centri medi (Bologna, Firenze) e piccoli (Ferrara, Mantova, Padova, Varese) in zone significative delle classifiche di Serie A e B, mentre le squadre delle grandi città del sud (con l’unica eccezione del Napoli) hanno exploit meno frequenti. Il consolidamento delle società del centro-sud arriva nel corso degli anni ’70 e ’80, con i successi di squadre come il Perugia, anche se i destini sportivi delle regioni meridionali sembrano quasi ricalcare quelli dello sviluppo industriale del sud: storie di vittorie difficili e spesso isolate ed una generale fatica a tenere il passo delle aree più settentrionali del Paese.

Sono infatti ancora del Nord le nuove protagoniste del calcio italiano di questi anni, sulla scia dello sviluppo della “terza Italia” dell’area emiliana e del Triveneto: non solo con le città di tradizione come Bologna, ma anche con centri in rapida crescita come Udine e Verona. L’affermazione delle società della “terza Italia” tra gli anni ’70 e gli anni ’80 è quasi un sunto dei modelli gestionali sviluppati dai presidenti industriali: residui della vecchia gestione notabilare, avventurismo a tratti piratesco (esemplare il caso di Farina a Vicenza), ma anche modelli di gestione innovativa che pongono il calcio non più alla periferia, ma al centro dell’attività imprenditoriale, come accade ad Udine.

Qui la famiglia Pozzo, assurta agli onori del panorama industriale italiano al timone della Frese Udinesi, cede l’attività industriale per concentrarsi sulla gestione dell’Udinese ed inaugurare una modalità di conduzione economico-sportiva che sopravvive sino ad oggi, distinguendosi ancora per originalità e continuità.

Se si vuole trovare una cesura ideale nel rapporto quasi secolare tra industria e calcio italiano probabilmente si deve arrivare al 1986, con l’acquisizione del Milan da parte di Silvio Berlusconi dopo la disastrosa gestione Farina. Con Berlusconi si arriva ad un evidente salto di qualità: ad entrare nella conduzione delle società calcistiche non sono più solo le industrie e le imprese locali, ma la finanza che si sta facendo artefice di una nuova quanto effimera età dell’oro italiana, destinata a sgretolarsi ingloriosamente alla fine decennio. Certo, la penetrazione delle nuove realtà finanziarie fu lenta ed incostante e l’apporto dell’industria non sparì certamente all’improvviso.

Ma il percorso era segnato: dal fumo delle ciminiere della ricostruzione italiana il pallone era arrivato alle luci della ribalta della Milano “da bere” ed il processo di ri-accentramento, che avrebbe definitivamente tagliato fuori dagli equilibri calcistici nazionali le periferie, era segnato. In un calcio sempre più finanziarizzato anche la Juventus, la storica società associata all’industria italiana per eccellenza, la Fiat, finirà per essere vittima di un ricollocamento semantico, diventando un altro asset nel portafoglio della famiglia Agnelli, sempre meno legata alle radici della sua fortuna. Forse questo, più di ogni altro, è il segno rappresentativo delle trasformazioni economiche dietro le quinte del calcio italiano.

GLIEROIDELCALCIO.COM (Tommaso Begotti)

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