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Le prime estati d’oro del calciomercato italiano

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Le prime estati d’oro del calciomercato italiano

La sessione estiva di calciomercato del 1957 iniziò con le migliori premesse già in aprile: per tutta la prima parte del mese, Juventus ed Inter battagliarono per l’ingaggio di John Charles, all’epoca centravanti del Leeds United.

Alla fine la spuntarono i bianconeri, con un’offerta intorno ai 115 milioni di lire, una cifra già di per sé inusuale per una società attenta a limitare le spese come quella torinese. Ma la zuffa per Charles in realtà rappresentò soltanto il primo episodio della lunghissima stagione di calciomercato: nel giro di poco più di due mesi, la sessione di trasferimenti frantumò qualsiasi record di spesa.

La Juventus, presa da un inusuale impulso all’acquisto incontrollato, si lanciò anche su Omar Sívori del River Plate (ingaggiato per l’esorbitante cifra di 180 milioni, battendo ancora una volta la concorrenza nerazzurra); l’Inter tentò di ripiegare senza successo su Ferenc Puskás e quindi su Antonio Valentin Angellillo, prelevato dal Boca Juniors per 90 milioni; il Bologna di Renato Dall’Ara si assicurò Bernard Vukas dell’Hajduk Spilt per 70 milioni ed Humberto Maschio del Racing Club per 90 milioni.

In confronto i 50 milioni spesi per Ernesto Grillo dai futuri campioni d’Italia (oltre che finalisti di Coppa dei Campioni) del Milan sembrano quasi sfigurare. Osservando questa serie di acquisti incredibilmente dispendiosi e sommandoli ad una pletora di trasferimenti di portata inferiore, concentrati soprattutto sul mercato interno, si può ben vedere come quella del 1957 possa essere considerata la prima grande “estate d’oro” nella storia del calciomercato italiano.

Se questa lunga serie di movimenti di calciatori a cifre apparentemente folli può sembrare qualcosa di abituale nel moderno calcio neoliberista, lo era decisamente meno in un’epoca in cui il calciomercato moderno, quello fatto di fitte sessioni di trasferimenti ed amministrato nelle hall dei lussuosi alberghi milanesi, era un fatto di meno di dieci anni prima.

La pratica di centralizzare il mercato dei trasferimenti attorno ad uno spazio (l’Hotel Gallia di Milano) ed un tempo (le quattro settimane di giugno, anche se come si è visto le trattative potevano essere definite molto prima) precisi aveva preso piede all’inizio del decennio grazie all’intraprendenza di un piccolo nucleo di dirigenti e tecnici, spesso appartenenti a provinciali emergenti del dopoguerra, come la SPAL di Paolo Mazza o il Palermo di Giuseppe “Gipo” Viani e Raimondo Lanza di Trabia.

Il nuovo mercato calcistico conobbe un’affermazione rapidissima ed un successo assoluto: le grandi società, finanziate dalle nuove forze industriali del miracolo economico italiano e coinvolte da protagoniste nella battaglia per lo scudetto e per le nuove competizioni europee per club, spendevano cifre enormi per aggiudicarsi i migliori talenti del mercato estero e delle provinciali, che sfruttavano il mercato come principale mezzo di sostentamento per la permanenza nelle divisioni maggiori.

L’aumento dei prezzi per i cartellini fu rapidissimo e nemmeno lontanamente commisurato alla crescita economica italiana di quel periodo: se i trasferimenti più eclatanti di fine anni ‘40 si aggiravano tra il 30 ed i 40 milioni di lire, già alla metà del decennio successivo cifre del genere quasi non bastavano per acquistare un giocatore di medio livello.

In un paese che stava appena cominciando a vedere i primi esiti della ripresa economica che seguiva la ricostruzione postbellica, le somme spese dalle società calcistiche nel mercato estivo rappresentavano qualcosa di sognato ed irraggiungibile. Ciononostante, le follie del calciomercato esercitarono da subito sui tifosi un fascino indiscutibile, rappresentando sul campo di calcio le ambizioni di quella “vita migliore” che tanti sognavano.

Il calciomercato divenne il luogo delle speranze per la nuova stagione, dei sogni per il futuro e della ricerca di riscatto in un paese che ricominciava a respirare l’aria inebriante della libertà. Ma se la grande maggioranza del pubblico si schierò immediatamente in favore delle nuove derive di mercato del calcio italiano, la stampa e le opinioni degli addetti ai lavori furono assai più difficili da conquistare.

Nella pubblicistica sportiva, la metabolizzazione del calciomercato fu un processo lento, che occupò le pagine dei giornali almeno fino alla fine degli anni ‘60. I giornalisti sportivi italiani erano per la stragrande maggioranza gente vecchio stile, che viveva di nostalgie più o meno moralistiche per un mai esistito calcio dilettantistico e disinteressato: per anni le colonne dei principali quotidiani si riempirono di articoli che parlavano di crisi di valori nel calcio, corruzione degli sportivi da parte del vil denaro e denunciavano l’affarismo piratesco delle società.

Anche se alcune di queste accuse avevano effettivamente una base di realtà, il tono moralistico, pedante ed un po’ bolso di queste reprimende contribuì non poco al loro insuccesso tanto nei confronti del fenomeno stesso, quanto in quelli della percezione dei tifosi. Furono altri i media a comprendere la forza innovatrice del calciomercato, a partire dal cinema: proprio dopo l’“estate d’oro” fu Turi Vasile a portare sullo schermo per la prima volta il mercato calcistico con Gambe d’oro, con Totò nei panni del presidente del modesto Cerignola alle prese con i mille intrighi dei trasferimenti dopo la promozione in Serie C. Vedere l’attore forse più celebre del cinema italiano dell’epoca prestarsi al ruolo di protagonista del calciomercato (al pari di quanto accaduto anni prima per il ciclismo con Totò al giro d’Italia) testimoniava bene quanto ormai il tema fosse sdoganato nel pubblico degli appassionati.

Il calciomercato, con il suo mondo pittoresco e variegato, ancora a metà tra una dimensione artigianale e casereccia ed uno sport che ormai si apriva alle dinamiche della piena economia di mercato, era diventato, alla fine degli anni cinquanta, un momento inevitabile della stagione calcistica, che spesso calamitava più attesa del campo stesso. I racconti delle trattative all’Hotel Gallia, condotte con furberie picaresche tra cifre scritte su pacchetti di sigarette, tovaglioli, falsi frati confessori per carpire segreti altrui, timbri artigianali per aggirare i regolamenti, sembrano la sintesi perfetta di un’Italia in bilico tra la sua cultura tradizionale e l’ondata di modernità in arrivo nel Miracolo economico, la stessa celebrata nelle pellicole della commedia d’autore dell’epoca.

È in questo clima che, con l’estate del 1957 si aprì la fase di piena maturità nel nuovo calciomercato, con una pioggia di milioni che inaugura l’inizio di un vero Miracolo calcistico che condurrà le squadre italiane a primeggiare sui palcoscenici europei nel decennio successivo. Dopo la prima “estate d’oro”, le sessioni di trasferimento diventarono teatro di acquisiti sempre più dispendiosi e sensazionali, come l’arrivo di Josè Altafini al Milan, nel 1958, per 135 milioni di lire.

Nel gioco del mercato ormai potevano accadere gli eventi più inattesi ed inspiegabili: nel 1959 Paolo Mazza cedette 23 giocatori della SPAL piazzatasi sedicesima al termine della stagione precedente, rivoluzionò la rosa con acquisti mirati come quello di Armando Picchi, Egidio Morbello ed Oscar Massei e chiuse il campionato al quinto posto. Accanto alle grandi squadre ed alle loro folli spese furono proprio le società provinciali come la SPAL a rappresentare il simbolo di quest’epoca: sostenute dallo sviluppo economico delle loro città di provenienza e dalle iniziative dell’imprenditoria locale, si muovevano con spregiudicatezza ed abilità assicurandosi spesso enormi guadagni sulla rivendita dei propri calciatori, in un meccanismo che ad un osservatore di oggi può richiamare la corsa alle plusvalenze scatenatasi nelle sessioni di mercato degli ultimi anni.

Ovviamente sarebbe scorretto indentificare le origini di queste pratiche di gestione economica nel mercato ancora troppo acerbo dei primi anni sessanta, tuttavia non è invece presto per osservare le anticipazioni di alcuni fenomeni che caratterizzano i trasferimenti ancora oggi: hype giornalistico e mediatico, attenzione spasmodica per le evoluzioni delle trattative, infatuazioni da parte delle società nei confronti di giocatori spesso non adeguatamente conosciuti.

Fu proprio sull’onda di una di queste sbandate che prese vita la seconda “estate d’oro” del mercato italiano, quella del 1961. La serie di incontri amichevoli disputati dalla nazionale di lega italiana contro l’omologa inglese, tra l’inverno 1960 e la primavera 1961, fecero conoscere diversi dei giocatori britannici al mondo calcistico italiano, causando una serie di aste sul mercato d’oltremanica per aggiudicarsi i migliori calciatori disponibili: arrivarono a Milano l’interno Jimmy Greaves (dal Chelsea al Milan per 160 milioni) ed il centravanti Gerry Hitchens (dall’Aston Villa all’Inter, 135 milioni di lire), mentre il Torino, ingaggiò il centravanti Joe Baker (dall’Hibernian) e la mezzapunta Dennis Law (dal Manchester City), per un costo totale di 300 milioni. L’Inter, per rinforzare il centrocampo, acquistò inoltre dal Barcellona Luis Suárez per una cifra superiore ai 250 milioni di lire.

Sul fronte del mercato interno a dominare fu la Roma con l’ingaggio di Angelillo, pagato 250 milioni sebbene all’Inter fosse ormai in aperta polemica con l’allenatore Herrera. Curiosamente, con l’unica eccezione di Suárez, tutti questi acquisti si sarebbero rivelati di lì a poco dei fallimenti tecnici e dei disastri economici.

La tendenza alla spesa incontrollata non contagiò solo i club maggiori, ma si estese anche alle realtà periferiche, tanto che, proprio con la campagna acquisti per la stagione 1961-1962, le società spesero ben 10,6 miliardi di lire a fronte di soli 9,4 di introiti, facendo lievitare il deficit complessivo dei club di Serie A e B a 7,4 miliardi.

Nello stesso anno in cui la statistica certificò il definitivo raggiungimento da parte dell’Italia dello status di paese industriale, con il sorpasso del settore secondario su quello primario per numero di impiegati, il calciomercato aveva raggiunto ormai la piena maturità e stabilità ed aveva inaugurato la strada che lo avrebbe condotto alla sua dimensione attuale.

GLIEROIDELCALCIO.COM (Tommaso Begotti)

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