Arte & Società

I giochi con le figurine …

Published

on

I giochi con le figurine, quanti ne esistono? quanti ne abbiamo fatti? Claudio Bolognini ce ne ricorda qualcuno …

Tutto cominciò con Bolchi all’alba degli anni Sessanta.

A dire il vero, pochi conoscevano il centrocampista dell’Internazionale Bruno Bolchi; neppure certi tifosi interisti che nominavano soprattutto Hitchens, Suarez o Corso. Ma quella di Bolchi fu la prima di una lunghissima serie di figurine Panini.

Dieci lire per una bustina con due figurine, l’album invece ne costava trenta.

Nessuno avrebbe mai immaginato che quelle bustine avrebbero sconvolto la vita di noi ragazzini. Erano una particolare esclusiva dei maschi, le femmine non ci pensavano nemmeno a maneggiare le figurine quei volti truci di calciatori.

Le figurine erano piccoli tesori da custodire gelosamente, tutti avevano in tasca un mazzetto legato con un elastico. Si potevano contare, contemplare, accarezzare e assaporarne il profumo: un odore speciale di carta, intimo e gradevole. Le figurine regalavano un piacere sottile, per il solo fatto di averle tra le mani.

Poi a qualcuno venne la malaugurata idea di iniziare a giocarci.

Si cominciava rischiando solo i doppioni o quelle di Serie B, poi contagiati dall’entusiasmo finivano nel gioco anche le altre e persino quelle della squadra del cuore.

Giocare con le figurine divenne una specie di malattia.

Dalle mie parti era molto diffuso carta e figura, anche se nella foga del gioco il vocabolo figura si tramutava in figgùra, raddoppiando la g e ponendo l’accento sulla u.  

Si iniziava a giocare appoggiando le figurine a un muro, poi prima di lasciarle svolazzare, si doveva prevedere il lato col quale sarebbero cadute. Chi sceglieva carta, puntava sul retro; con fìgura invece si scommetteva sul lato con l’immagine del calciatore. Ognuno aveva un personale metodo: rilasciare il dito lentamente, staccarlo di scatto o pronunciare paroline scaramantiche per portar sfiga all’avversario. Una variante era tenere le figurine tra l’indice e il pollice, poi lanciarle in aria con destrezza. E mentre svolazzavano, qualcuno cercava di imbrogliare cambiando il lato prescelto durante il volo.

Il gioco più rude era con le giarelle. Pietre ovali, lisce, grandi circa un palmo e spesse quanto un dito. Vinceva chi riusciva a lanciare la giarella sopra le figurine che giacevano a terra come posta. In quel modo i volti di quei campioni si sfiguravano, però era la natura del gioco che richiedeva tale sacrificio. Quando un giocatore riusciva ad effettuare un buon lancio, la sua pietra doveva resistere agli urti violenti degli altri giocatori.

Ogni località, paese, città. rione o quartiere aveva il suo particolare gioco. A volte giochi diversi si alternavano ciclicamente, quasi fossero stagioni o fasi lunari.

Nel meridione si giocava a scoppola, detto anche schiaffone o schiaffetto.  Era sufficiente incurvare le figurine e sistemarle sul marciapiede e poi dare una botta sulla superficie per rovesciarle con lo spostamento d’aria. Ognuno adottava una propria tecnica: palmo della mano aperto o semichiuso, dosando la potenza con abilità in base al numero delle figurine in gioco. Ogni superfice liscia andava bene e ogni posto si adattava alla voglia di giocare. Una variante era il soffio: stesse regole ma niente botta, solo un semplice soffio con la bocca.

Un altro gioco era mignolino. Lo scopo era rovesciare la figurina, utilizzando solo il mignolo di una qualunque mano. Con il mignolo si doveva cercare di capovolgerla completamente. Il trucco più usato era arcuare di nascosto la figurina per ribaltarla più facilmente, però si accendevano subito risse interminabili.

A muro, invece, ogni partecipante appoggiava la figurina al muro e a un preciso segnale si lasciavano svolazzare. Vinceva chi riusciva a far cadere la figurina più vicina al muro. Una variante era appoggiare le figurine ad una altezza uguale per tutti e poi riuscire a far posare la propria sopra quelle già a terra. Ma le regole potevano variare di volta in volta, come a distanza. A circa quattro metri dal muro, con un repentino movimento della mano, si lanciava la figurina il più vicino possibile al muro.

Un barattolo vuoto di pelati veniva utilizzato per il tiro a bersaglio. Con un sasso si doveva centrare il barattolo con dentro le figurine. Si poteva usare un solo barattolo o anche più di uno. Occorreva però un giudice di gara che, senza farsi scorgere, sistemasse la posta dentro a un barattolo. Chi centrava per primo il barattolo vinceva le figurine nascoste al suo interno.

Mano in petto era più semplice. Un giocatore provava a indovinare il numero esatto di figurine che l’altro nascondeva sotto la mano appoggiata al petto.

I giochi continuavano fino a quando tutti ritornavano in parità, oppure quando qualcuno finiva in bolletta. Chi perdeva non perdeva soltanto delle preziose figurine, ma soprattutto fama e dignità di giocatore.

Il poveraccio che restava in bolletta cercava di inserirsi per giocare con altre figurine, come quelle dei distributori di chewing gum a forma di palline colorate. Erano però troppo grandi e spesse per adattarsi ai diversi giochi e raramente venivano accettate.

Le regine incontrastate erano le figurine dei fratelli Panini.

Quando Benito e Giuseppe Panini fondarono l’Agenzia Distribuzione Giornali Fratelli Panini, acquistando un lotto di figurine invendute delle edizioni “Nannina”, non avrebbero mai immaginato un simile successo. Forse pensavano soltanto di imitare altre collezioni, come le vecchie figurine del brodo Liebig o quelle con gli animali.

I giochi con le figurine non si esaurivano mai, ne spuntava sempre uno nuovo, e solo alla fine della lunga stagione dei giochi finivano incollate sull’album.

Era una specie di riposo del guerriero, vedere quei volti che avevano svolazzato a carta e figura, smanacciate a scoppola o sfigurate a giarelle, godersi il meritato riposo sull’album dei calciatori.

GLIEROIDELCALCIO.COM (Claudio Bolognini)

più letti

Exit mobile version