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Jarbas Faustinho Cané: un brasiliano a Napoli

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Jarbas Faustinho Cané: un brasiliano a Napoli

Nell’immaginario collettivo i giocatori brasiliani rappresentano un mondo calcistico a parte.

Limitandoci alle tre nazioni sudamericane più forti, con l’Argentina, probabilmente anche per la forte matrice italiana di quella nazione, abbiamo quasi un’identità comune, un modo di vivere il calcio simile al nostro; l’Uruguay continua a rappresentare un mistero calcistico, come una nazione così piccola riesca a sfornare campioni a ripetizione, giocatori anche dalla forte adattabilità al calcio europeo.  

Il vero fascino, però, è rappresentato dal Brasile, i cui giocatori rappresentano la gioia stessa quando hanno un pallone tra i piedi.

Tralasciando Pelè, ormai un mito in cui si identifica l’essenza stessa del futebol bailado, tutti abbiamo ancora negli occhi le prodezze di Ronaldo Il Fenomeno, il modo di giocare, ridendo ma non irridendo, di Ronaldinho, il calcio funambolico del Brasile del 1970, con i tanti numeri dieci in campo, o la grande incompiuta del 1982, una squadra a tratti incantevole e irresistibile, che dovette fermarsi solo a causa dei gol di Paolo Rossi e delle parate di Dino Zoff. 

Tantissimi i campioni che sono passati anche nel nostro campionato, alcuni lasciando un segno tangibile, come Zico, lo stesso Ronaldo, Cafu, Kakà, in tempi più remoti Luis Vinicio, José Altafini, Sergio Clerici, Paulo Roberto Falcão, Dunga.

Molti sono stati quelli che, grazie anche alla globalizzazione, si sono europeizzati nel modo di intendere il calcio, mantenendo però sempre un sottofondo di funambolismo che è imprescindibile del loro modo e mondo calcistico. 

Uno di quelli meno appariscenti, che pure ha fatto parte della storia del calcio italiano degli anni Sessanta e Settanta, è stato Jarbas Faustinho, da tutti conosciuto come Cané.

A differenza di tanti suoi compatrioti protagonisti nel calcio, Cané non visse in un ambiente disagiato, il padre era un imprenditore edile, la famiglia agiata, e il sogno del genitore era di avviarlo agli studi di Giurisprudenza per vederlo avvocato. 

Allo stesso tempo riteneva che il figlio dovesse imparare le difficoltà della vita, perciò fu mandato a lavorare in un’officina di elettrauto.

Ma il calcio occupava la mente del piccolo Jarbas, chiamato Cané dalla madre Imperalina, perché aveva sempre tra le mani una caneca, la tazza per il latte.

Cresciuto calcisticamente tra Republica e Independiente Petropolis, qui si mise in luce passando all’Olaria, club di Rio de Janeiro.

Erano gli anni tra il 1958 e il 1962, gli anni d’oro del Brasile che aveva saputo trasformare in gioia irrefrenabile le lacrime del Maracanaço del 1950, con due vittorie mondiali e una generazione di giocatori pieni di estro, capeggiata da Pelé, che suscitava ammirazione in tutto il mondo.

Fu seguendo questa sorta di moda che Achille Lauro, istrionico presidente del Napoli sempre molto attento ad attirarsi le simpatie dei tifosi, tutti potenziali elettori, eccitandoli con colpi di mercato che alla fine si rivelavano più spettacolari che funzionali alla causa dei partenopei, decise di prendere un giocatore brasiliano per la sua squadra.

Ora, bisogna un momento calarsi in quella che era la realtà del tempo, la televisione era poco o nulla, internet e i social media erano solo materia per romanzi di fantascienza, per cui si affidò ad una scelta semplicemente fotografica, così almeno narra la leggenda, ricaduta su Cané perché era il più nero tra quelli presentati e poteva incutere più timore alle difese avversarie. 

Una boutade, probabilmente, ma nemmeno troppo lontana dalla realtà, fatto sta che nel 1962 Cané approdò al Napoli.

Era, quella, una squadra sull’altalena tra la massima serie e la cadetteria, proprio in quella stagione era risalita in Serie A, vincendo, tra l’altro, il suo primo trofeo, la Coppa Italia, ma nella stagione del debutto di Cané retrocesse nuovamente.

Dopo quell’esordio disastroso, con poche presenze e zero gol, Cané si rifece la stagione successiva siglando otto reti, esplodendo in quella 1964/1965 quando, con dodici reti realizzate, contribuì al ritorno dei partenopei nella massima serie.

Fu il tecnico azzurro, il Petisso Bruno Pesaola, che intuì le reali caratteristiche tecniche di Jarbas, spostandolo da centravanti ad ala destra, andando a costruire con José Altafini e Omar Sivori, più il supporto di Antonio Juliano, un reparto d’attacco micidiale, che portò gli azzurri al terzo posto, con Cané capocannoniere della squadra ancora con dodici reti.

Il Napoli di quegli anni era una squadra valida, cui mancava il cinismo per raggiungere il grande obiettivo, anche se vinse la Coppa delle Alpi nel 1966, sostanzialmente il primo trofeo internazionale dei partenopei.

Nelle due stagioni successive si piazzò al quarto e al settimo posto, poi Corrado Ferlaino, nel frattempo diventato presidente, decise di cedere Cané al Bari, dove giocò tre stagioni, prima di ritornare in azzurro e chiudere la carriera nel 1975. 

Appesi i classici scarpini al chiodo, Cané iniziò la carriera di allenatore nelle giovanili del Napoli, prima di iniziare un lungo girovagare per le squadre minori dell’hinterland, dimostrando, come del resto aveva fatto da subito, la sua completa integrazione con il territorio. 

Dal punto di vista tecnico, la carriera di Cané ha una particolarità, forse poco nota, che risale ai tempi di Vujadin Boskov: ingaggiato il tecnico serbo jugoslavo durante la stagione 1994/1995, al posto dell’esonerato Vincenzo Guerini, questi non poteva figurare come allenatore mancando della necessaria qualifica, per cui figurò come Direttore Tecnico, mentre come allenatore fu tesserato proprio Cané. 

Quindi, per più di un ventennio, Jarbas Faustinho detto Cané è stato l’unico allenatore di colore nella massima serie calcistica italiana, prima di essere affiancato da Fabio Liverani, che avrebbe debuttato come allenatore in Serie A alla guida del Genoa nella stagione 2013/2014.

Un piccolo record per Cané, brasiliano a Napoli, autodefinitosi “più napoletano dei napoletani”. 

GLIEROIDELCALCIO.COM (Raffaele Ciccarelli)

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