Storie di Calcio

La guerra di Van Hanegem e Donowitz

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Antonio Mattera) –

Avrei voluto anche spezzare una gamba a Berti Vogts perché era un bastardo arrogante come tutti i tedeschi e sono ancora convinto che avessimo ragione noi. I nazisti hanno sterminato la mia famiglia e finché respiro avrò un conto in sospeso con loro (Wim van Hanegem)

Io l’ho visto giocare Wim Van Hanegem.
E l’ho rivisto, o almeno credevo di averlo rivisto al cinema.
Nel 2009 esce al cinema “Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino, narra di un commando alleato che deve assassinare Adolf Hitler.
Tra i personaggi c’è il sergente Donnie Donowitz, l’Orso Ebreo, interpretato da Eli Roth.


È chiamato così perché è ebreo, alto e possente e perché odia a tal punto i nazisti da ucciderli a colpi di mazza da baseball.
Nella sua scena d’ingresso, Donnie esce da un condotto, si avvicina a un nazista prigioniero, e indicando con la mazza una medaglia, gli fa:
“È per aver ucciso gli ebrei?”
Il nazista :“È al valore”
Donnie incomincia così a colpirlo selvaggiamente fino a ucciderlo.
Ora non voglio dire che Wim van Hanegem sia uno psicopatico, ma al personaggio fantasioso del film lo accomuna una somiglianza, per quanto blanda, non solo fisica (182 cm per 77 kg per Eli Roth, 185 cm per 78 kg per Wim)  e facciale, tanto è che uno è soprannominato l’Orso Ebreo, l’altro ” De Kromme, lo storto”, ma l’odio per i tedeschi.
Fatto è che Wim trasformerà, nella sua carriera, ogni gara contro squadre teutoniche come una guerra personale.
Dagli spogliatoi al campo e ritorno, da quel tunnel non uscirà solo un olandese di nome Van Hanegem, ma un Donnie Donowitz che veste i panni di calciatore.
Sarebbe riduttivo però parlare di Wim solo per questo.
In realtà ci troviamo di fronte ad una colonna del Feyernoord e di quella grande nazionale olandese degli anni ’70, un centrocampista completo, tosto di carattere, roccioso e senza paura nei contrasti, fenomenale per lucidità tattica, capace di perfetti lanci negli spazi dove i suoi compagni si tuffavano, dopo che spesso era proprio lui a crearli.
Già, i lanci, un’altra strana coincidenza con Donnie, che si vanta così, dopo aver massacrato il nazista: “Quello stronzo di Teddy Williams la spara (la palla di baseball) fuori dallo stadio, tutto Fenway Park è in piedi! Per Teddy ballgame! Ha fatto un home-run con quella, è arrivata fino a Landown Street!”.


Wim nasce il 20 febbraio 1944, a Breskens, Olanda e cresce senza padre, due fratelli e una sorella, uccisi dai bombardamenti di guerra.
È un sopravvissuto alla guerra in un paese da ricostruire e che deve rielaborare i propri lutti.
Cresce così duro come il marmo, granitico come i tackle che riserva agli avversari in campo.
È un ragazzone di 180 cm per 90 kg quando si avvicina al calcio nel Velox.
Lo scopre per caso a 24 anni Ben Peeters, allenatore del Feyernoord, che vede questo ragazzone con la testa incassata nelle spalle e le gambe storte macinare in campo sabbia, avversari e palloni come trincee da conquistare, opporsi come una diga inespugnabile:
“E’ brutto, duro e spietato. Sembra appena uscito dai cantieri del porto di Rotterdam. Insomma, per noi è praticamente perfetto.”
Talmente perfetto che con il Feyernoord vincerà tutto in Europa e in patria, spezzando l’egemonia dell’Ajax di Cruyff anche in nazionale dove Michels gli darà le chiavi del centrocampo preferendolo a Muhren.
Spezza, conquisti e riparti, magari con un lancio di esterno, il suo marchio di fabbrica insieme ai tackle: il suo calcio è semplice ma essenziale, efficace, privo di fronzoli, come deve essere per uno che non è mai stato bambino e che è cresciuto in fretta, convivendo con i sacrifici e il dolore.
Già, il dolore, quello di una ferita mai rimarginata, un lutto mai elaborato.
“Non chiedetemi di non odiarli” dirà sempre.
E questo diventerà il suo mostro in campo, non solo contro i tedeschi, che sia una coppa o un’amichevole.
Lui porta la sua disperazione in campo in ogni partita, come se fosse in guerra e potesse essere l’ultima ad essere giocata, una questione di vita o di morte.
45 cartellini tra gialli e rossi raccontano come lui la gamba non la tiri mai indietro, anzi.
Vuol sembrare forse più cattivo, più di Donnie Donowitz, di quanto sia realmente.
Questo, però, diventa anche il suo tallone d’Achille, ciò che lo fa perdere di lucidità contro i teutonici.
Non mi è mai piaciuto giocare con loro. Non riesco a concentrarmi, vengo sopraffatto da altri sentimenti
E se ne accorgerà in quel 7 luglio 1974, il giorno della finale del Campionato Mondiale del 1974, finale che si gioca all’Olympiastadion a Monaco di Baviera,  in Germania, contro la Germania.
Wim, e non solo lui, affrontano quella gara non solo come una partita di calcio per il più prestigioso trofeo calcistico, ma come una vendetta personale.
Meno di tre minuti e la Germania tocca il suo primo pallone solo quando Sepp Maier, portiere tedesco, lo raccoglie dal fondo della rete.

Se si giocasse solo a calcio probabilmente non ci sarebbe storia.

Quella partita, però, sembra seguire un destino segnato da una altra Storia, quella con la S maiuscola e reale, fatta di rancori, ferite ancora fresche.

Un gol lampo, in casa e contro quelli della Blitzkrieg, la guerra lampo che tanti dolori e lutti aveva portato in tutta Europa, pure in casa van Hanegem.

In tutto ciò, perché non pensare che ci sia un copione che non potesse essere scritto meglio?

Un destino insito e incontrovertibile che non potesse essere considerato il tuo dodicesimo giocatore in campo?

“Mi andava bene anche vincere solo uno a zero. Quel che contava di più era umiliarli, umiliarli e umiliarli ancora” dirà Wim.
Purtroppo, per gli olandesi, entrano in campo i sentimenti, e con essi i demoni del dolore e della vendetta.
E così la vendetta durerà solo altri 23 minuti, il tempo che i tedeschi tornino a fare i tedeschi: duri, spietati.
Un rigore non proprio solare, una zampata di Gerd Muller, Sepp Maier che alza la saracinesca, un palo per aumentare i rimorsi e per l’Olanda è servita la beffa.
Wim lascerà il campo in lacrime, nemmeno gli appelli di Cruyff lo smuoveranno dalla decisione di non ritirare nemmeno la medaglia del secondo posto.
Ha un tumulto nel cuore, quel giorno l’aveva aspettato per 30 anni, quella era l’unica partita che non avrebbe mai voluto perdere.
Wim/Donewitz è stato disarmato della sua mazza, stavolta il colpo lo ha subito lui, tanto che c’è più di un sospetto quando due anni dopo, in semifinale agli Europei del 1976 contro la Cecoslovacchia, darà di matto in campo dopo essersi fatto espellere.
Avesse vinto, l’Olanda in finale avrebbe ritrovato la Germania, e forse Wim sapeva che era l’ultima occasione per la sua “vendetta”.
Oppure, chissà, aveva cercato di evitarla, stavolta, quella partita che viveva come una guerra, che valeva più di un risultato in campo, di una coppa alzata.
Forse pure per questo rifiuterà la convocazione ai mondiali del 1978 in Argentina.
Anni dopo, in una intervista, chiarirà che per lui quella non è mai stata una semplice partita di calcio.
Perdemmo per ragioni storiche, la nostra nazionale era spaccata in due: da una parte c’era chi voleva umiliare la Germania nel suo salotto, dall’altra chi, sentendosi comunque superiore, non voleva arrivare a tanto. Io ero nel primo gruppo. E loro ci hanno fregato come 34 anni prima, quando ci dissero che non ci avrebbero invaso e un mattino ce li trovammo fuori alle nostre porte di casa. Bastardi!
In fondo Wim è rimasto il figlio di una generazione, un bambino sopravvissuto agli orrori della guerra, ai suoi lutti non elaborati, figlio di una nazione capace di strappare terra al mare come un pallone a un avversario, ma altrettanto conscio che ci sarà sempre la storia a strappargli qualcosa.
Che sia una Coppa del Mondo o la vendetta, magari unite.

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