Storie di Calcio

Laszlo Kubala: il calciatore dalle tre patrie

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La storia di Laszlo Kubala

“C’è un mare di velluto ed una palma, e tu che sogni di fuggire via” (Poster – Claudio Baglioni- 1975)”

C’era una zia che collezionava gli album di calcio delle Edizioni Panini sin dalla prima uscita. E c’era un bambino, io, che li sfogliava, anni dopo, avidamente come se contenessero l’essenza di ogni sapere calcistico. Una figurina bellissima, agli occhi di quel bambino, esprimeva classe e potenza allo stesso momento. Sotto quella figurina, incollata ancora con farina e acqua mescolate, un nome:Laszlo Kubala.

Allora avevi voglia di saperne di più. E così poi scopri, nel corso degli anni a divenire,  che questa figurina ha dietro una storia di quelle che si raccontano nei film, che quel Kubala è ancora oggi il giocatore più amato dalla tifoseria blaugrana del Barcellona, tanto che la presentazione di Louis Van Gaal, al ritorno come allenatore al Barcellona, venne interrotta dal presidente Gaspart con queste parole, alla notizia della sua morte: “Kubala era parte della storia del Barça. Sono sicuro che Van Gaal mi scuserà se chiedo un minuto d’interruzione della conferenza”.

Già, la storia. Che incomincia quasi in concomitanza con la nascita della zia, prima di quella figurina che, guarda caso, fa parte dell’album uscito nell’anno di nascita di quel bambino curioso e innamoratosi del calcio.

Anche grazie a Laszlo Kubala.

Ahány ház, annyi szokás. (Tante case, tante abitudini. Proverbio ungherese)

Sembra creato proprio per il nostro protagonista, che nasce a Budapest, Ungheria, nel 1927.

Solo la prima tappa di un lungo percorso che lo vedrà attraversare l’Europa in maniera anche rocambolesca e avventurosa. Incomincia dalle strade e dai marciapiedi di Budapest, centro di una Europa già sferzata dai venti di una guerra a divenire da lì a poco. I suoi compagni – e avversari – di gioco sono gente come Ferenc Puskas e Josef Bozsik, leggende del calcio e non solo ungherese. La guerra arriva e il governo ungherese, collaborazionista con quello nazista, decide di mandare nuova carne da macello al fronte.

Laszlo sarebbe tra questi, ma evidentemente l’idea non gi va tanto a genio e la fortuna lo assiste.

A 17 anni arriva al Ferencváros, grande opportunità che ricambia con 27 goal in 50 partite ed elude così la chiamata alle armi.

Non ha il fisico del calciatore, piuttosto dello scaricatore (175 cm per 84 chili di muscoli e ossa) o del tozzo operaio, lavoro che ha incominciato a fare dalla tenera età di 10 anni in una fabbrica.

Ma è comunque un misto di tecnica e potenza, di arguzia tattica e di esplosività, insomma tutto ciò che esprime anche in quella figurina Panini.

Nel frattempo la guerra è finita e l’Ungheria rischia di passare dal nazismo al comunismo ed è comunque attanagliata da una miseria cupa.

Laszlo fiuta l’aria e, sfruttando la doppia cittadinanza dei genitori (ungherese-cecoslovacca), fugge in Cecoslovacchia, allo Slovan Bratislava e in barba al Ferencváros.

Esordisce nella nazionale di quel paese, sotto la guida del suo futuro suocero, collezionando 6 partite e 4 reti.

Un anno e il viaggio è al contrario, da Bratislava di nuovo a Budapest, stavolta al Vasas.

La fortuna, però, stavolta pare abbandonarlo.

Ha perso le “protezioni” e, forse, anche per una sorta di feroce vendetta, viene inquadrato in un corpo militare, la “Legione Rossa”, che lo costringe a vivere in caserma e lontano dalla moglie Ana e dal figlio Branko (diventerà un discreto calciatore e giocherà insieme al padre che ne sarà pure allenatore) rimasti a Bratislava, con tanto di divieto di espatrio per il nostro Laszlo.

Kubala non ci stà.

Con l’aiuto del suocero progetta la fuga. 

Chiede di essere adibito ai servizi al confine e da lì, in maniera avventurosa (vestito da soldato russo e dopo  mischiato a una carovana di profughi) riesce a trasferirsi prima a Vienna e poi addirittura in Italia, sfuggendo alla cattura per tradimento.

“La fortuna aiuta gli audaci”

E che Laszlo, oltre ad essere audace, sia anche fortunato lo si incomincia ad intuire.

Ripara da Vienna in Italia, a Busto Arsizio, vicino Varese.

Lì viene adocchiato dall’allora Pro Patria del presidente Cerana, che vorrebbe tesserarlo, ma incappa nella decisione della FIFA, pressata dalla nomenklatura politica ungherese, di squalificare a vita Kubala.

Che intanto però si allena e gioca amichevoli con la Pro Patria dimostrando tutta la sua enorme classe.

Fonda persino una propria squadra amatoriale, l’Hungharia, con profughi di altri paesi dell’Est e dispensa goal e giocate in giro per l’Euopa, invitati dai club più famosi, come in una sorta di Harlem Globetrotters del calcio.

Tanto da essere oggetto, Kubala, dell’interesse, tramite gli uffici del grande Valentino Mazzola, del grande Torino, quello dei 5 scudetti consecutivi e che forniva l’ossatura della nazionale italiana.

Mazzola lo invita a partire con loro per una amichevole a Lisbona con il Benfica, organizzata per raccogliere fondi per Francisco Ferreira, stella del club lusitano.

Magari, pensano Valentino e il Torino, lo si può usare come banco di prova per poi decidere se tesserarlo, visto l’impasse della Pro Patria.

Kubala, però, gentilmente declina, visto che sta per ricongiungersi con la moglie e il figlio, dopo tante vicissitudini, promettendo a Valentino Mazzola che sarà disponibile al loro ritorno dal Portogallo.

Non ci sarà un’ altra possibilità.Valentino e il grande Torino si schiantano, al ritorno, contro la Basilica di Superga con l’aereo. Non ci saranno superstiti, tra squadra, staff tecnico, giornalisti al seguito ed equipaggio.

O meglio, per un non previsto rifiuto, un superstite c’è, insieme a un paio di giocatori di quella squadra non partiti perchè infortunati. È Laszlo Kubala.

Che intanto viene conteso da Real Madrid e Barcellona, scegliendo i secondi per una mera questione economica e per la possibilità di essere allenato dal suocero.

Il Barcellona accelera le pratiche per fargli ottenere un passaporto spagnolo in tempi record (Kubala giocherà 19 partite, condite da 11 reti, con la nazionale Spagnola, dopo quella cecoslovacca e ungherese), usa il suo potere politico nel calcio facendo decadere la condizione di rifugiato politico, consentendo così alla Fifa di ridurre ad un solo anno ( a quel punto già scontata) la squalifica a vita a Kubala. Che torna a giocare, nel ruolo di protagonista assoluto, in quell’invicibile armata blaugrana che conquista 4 titoli spagnoli, 5 Coppe di Spagna, 2 Coppe Eva Duarte, 1 Coppa Latina, 2 coppe delle Fiere (antisegnana della Coppa Uefa) e nemmeno una pericolosissima tubercolosi lo riesce a fermare, anche se lo segnerà per sempre.                                                                                      Sarà con Kubala in campo che il Barcellona infliggerà la prima storica sconfitta in Coppa campioni al Real Madrid, arrivando in finale (persa con il Benfica).                                                                                                                        In dieci anni in blaugrana segnerà 131 reti in 186 partite (196 reti in 256 partite ufficiali in tutta la carriera), con il record ancora imbattuto di 7 reti in una sola partita allo Sporting Gijon.                                                     

E’ talmente amato dai tifosi catalani che accettano e gli perdonano tutto, persino quando decide di fare l’attore in un film di chiara propaganda franchista, seppur autobiografico.                                                                                                                                  Direttamente a lui si deve la costruzione del Camp Nou, la casa odierna del Barca, la quale costruzione fù necessaria per l’incredibile mole di tifosi che volle assistere alle sue gesta, facendo diventare il vecchio campo “Les Corts” inadeguato nonostante un ampliamento di capienza a 60mila spettatori. Cosa che gli farà meritare di avere una statua all’esterno del nuovo leggendario stadio.                                                                   

Allenerà per un decennio la nazionale spagnola, e da allenatore del Barcellona vincerà una Coppa delle Coppe e verrà insignito, con decreto reale, del titolo di cavaliere dell’ ” Ordine di Gran Croce del Real Ordine per Merito Sportivo”, assumendo così il titolo di Don.       

Insieme a Puskas è l’unico ad aver ricevuto la “Medalla de Oro al Mérito en el Trabajo” dal Consiglio dei ministri di Spagna.                                                                                                Laszlo Kubala, che decise di non accontentarsi di una patria, ma ne volle tre, perchè se “nessuno è profeta in patria” è altresì vero che siamo tutti cittadini del mondo.   

Laszlo Kubala che sfidò dittature politiche, pregiudizi e vendette calcistiche sulla propria pelle, che non si piegò al destino e ne fu contraccambiato scampando più volte alla mala sorte.

Laszlo Kubala che ha fatto la storia del calcio, non solo blaugrana. E, in parte, la storia di un bambino partendo da una figurina Panini incollata con farina e acqua, in un album di calciatori collezionato, come tutti gli altri fino alla morte, da una zia.

En Pelé eran en Pelé/ i Maradona un i prou/ Di Stéfano era un pou de picardia./ Honor i glòria als qui/ han fet que brilli el sol/del nostre futbol/ de cada dia.
Tots tenen els seus mèrits;/lo seu a cadascú,/ però per mi ningú com en Kubala.“  ( Kubala di Juan Manuel Serrat, cantautore)                                                                              (Un Pelè era un Pelè/Maradona era uno solo/Di Stefano era la furberia/Onore e gloria a questi qui/che hanno illuminato il sole/del nostro calcio/della nostra follia./Hanno merito tutti/Vale ognuno per se/ma per me non esiste nessuno come Kubala) 

GLIEROIDELCALCIO.COM (Antonio Mattera)

                                                       

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