La Penna degli Altri

L’eroe sportivo diviso tra lo spettacolo e il suo popolo

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CARMILLAONLINE.COM (Fabio Ciabatti e Mazzino Montinari) – La società moderna appare a tutta prima assai prosaica, eppure non può fare a meno delle sue nicchie dove poter coltivare figure eroiche. Ad esempio, le gesta dei campioni dello sport possono essere interpretate come una moderna epopea borghese, in forma atletica. Secondo Joseph Campbell la parabola convenzionale dell’avventura dell’eroe ha una struttura ricorrente che si consuma in tre atti: “L’eroe abbandona il mondo normale per avventurarsi in un regno meraviglioso e soprannaturale; qui incontra forze favolose e riporta una decisiva vittoria; l’eroe fa ritorno dalla sua misteriosa avventura dotato del potere di diffondere la felicità fra gli uomini”. Allo stesso modo, il campione sportivo è un individuo che dopo aver scoperto di possedere capacità fuori dal normale, si avventura nel mondo straordinario costituito dal campo di gioco dove vigono regole a sé stanti che non sono alla portata di tutti, compie azioni straordinarie sconfiggendo nemici temibili e spesso infingardi, e infine condivide la propria felicità con il popolo dei suoi tifosi e degli sportivi tutti. Inoltre, a rimarcare il tono epico dell’impresa, l’evento sportivo è spesso descritto come una battaglia e le metafore belliche abbondano nel vocabolario dei cronisti.

“Eroici!” titolava a tutta pagina il «Corriere dello sport» il giorno dopo la conquista italiana del Mundial del 1982 in Spagna. E come Luke Skywalker, anche i protagonisti del Mundial non erano consapevoli della propria forza, se non dopo la vittoria con l’Argentina. Solo in quel momento iniziarono a comprendere di poter intraprendere un viaggio assolutamente diverso da quello previsto. E improvvisamente il mondo circostante che li detestava, li considerò “esseri superiori” intorno ai quali identificarsi. Invertendo l’ordine dei fattori, gli eroi avevano creato un popolo che apparve nelle piazze avvolto da bandiere.
Un atleta può essere d’esempio nella capacità di scoprire il proprio talento, nell’impegno costante a migliorare, nel condividere la propria ambizione con i compagni, nell’accettare la sconfitta e nel rendere merito all’avversario. Tutto ciò ha a che fare con il gesto, con le regole, con lo specifico di una disciplina. Esiste poi un altro tipo di identificazione, che prescinde dallo svolgimento della gara e che crea un senso di appartenenza.
Lo status di eroe, per motivi diversi e talvolta imponderabili, rende possibile il cameratismo dei tifosi. L’eroe sportivo incarna i sogni e i desideri di una comunità, spesso fittizia ma non sempre: gli afroamericani o gli abitanti di Kinshasa stretti intorno a Muhammad Ali forse erano animati da sentimenti più autentici degli italiani abbracciati per i trionfi calcistici.
Ad ogni modo, la distinzione tra l’eroe sportivo e il suo popolo funziona in certe narrazioni se si mantiene una distinzione netta tra il mondo straordinario della competizione e quello ordinario in cui i tifosi vivono tutti i giorni. Affinché lo stadio possa rappresentare il tempio in cui si riproducono ritualmente eventi meravigliosi, il mondo circostante deve rimanere profano, banale, borghese. Il fatto è che le cose non sempre vanno come previsto. Il mondo straordinario e quello ordinario sconfinano l’uno nell’altro, addirittura s’invertono, rompendo o comunque dando al giocattolo una forma diversa e inattesa.

L’ideale eroico dello sportivo rimanda ambiguamente alla concezione aristocratica promossa da De Coubertin: per l’atleta, rigorosamente dilettante e originariamente dell’upper class, la partecipazione e la disciplina sono da porsi sopra la vittoria. Se invece guardiamo allo sportivo contemporaneo, assistiamo a uno sdoppiamento: da una parte l’eroe senza macchia e senza paura, non più accostabile alla concezione decoubertiana, ma ancora legato a una visione disinteressata dell’attività sportiva, si potrebbe quasi dire “ideale”; dall’altra l’atleta che nella sua immagine spettacolarizzata riflette un’attività sempre più professionalizzata e, dunque, tutt’altro che priva di scopi. Per questa seconda figura, l’unica cosa che conta è vincere. L’eroe immacolato, perciò, è a rischio di trasformarsi nel fellone privo di ogni scrupolo alla ricerca di una gloria mediaticamente e chimicamente dopata.
Lo sport spettacolo e lo sport business procedono di pari passo, con tutte le contraddizioni che ne conseguono, se è vero che il primo può provare insofferenza per il secondo (non sempre le vittorie tanto amate da chi mette i soldi producono piacere e divertimento) e, al tempo stesso, può apprezzarne (fino a una dipendenza totale) la capacità di estendere qualsiasi evento a fenomeno planetario. Uno scontro/incontro che inizia significativamente dagli anni Settanta del secolo scorso. E quanto più avanza questa contaminazione, tanto più lo spettacolo sportivo invade la vita quotidiana. L’evento non è delimitato dall’inizio e dalla fine della gara, ma si espande indefinitamente attraverso i media, la gadgettistica, le chiacchere da bar e i più contemporanei forum, peraltro terreno di caccia prediletto dai cosiddetti hater.
Esiste poi un contro-movimento. Quanto più il fenomeno sportivo diventa invasivo rispetto alla vita quotidiana, tanto più gli spettatori tendono a invadere il campo di gioco, per esempio in Europa o in Sud America (l’ultima finale di Coppa Libertadores, giusto per citare il caso più recente), attraverso le iniziative anche estreme del tifo organizzato. Fenomeni complessi che in parte non sarebbero concepibili senza la centralità mediatica assunta dagli eventi e dalla loro caratteristica di business spettacolare.
La stigmatizzazione del tifo organizzato in parte deriva dal fatto che questo fenomeno è in contraddizione con la tendenza a identificare il tifoso con il mero spettatore/consumatore. Va ricordato che in Italia il fenomeno calcistico degli ultras nasce negli anni Settanta del secolo scorso e la sua denominazione deriva dal gergo politico: ultras, con chiaro intento denigratorio, erano definiti i gruppi di estrema sinistra. In effetti, all’epoca esisteva una sovrapposizione tra i gruppi della sinistra rivoluzionaria e quelli dei tifosi. È cosa nota che oggi il segno politico di queste aggregazioni si è spesso invertito. Rimane però visibile, sebbene solo in controluce, un legame ancora esistente tra il tifo organizzato e lo sport come festa popolare che contrasta con l’atomizzazione consustanziale allo spettare/consumatore.
In Inghilterra il fenomeno degli hooligan fu combattuto nell’epoca thatcheriana, non solo con le misure poliziesche, ma soprattutto con gli alti prezzi degli stadi. Impianti divenuti gradualmente di proprietà delle società calcistiche, trasformati in centri commerciali a tema che, per massimizzare i guadagni, attirano spettatori con potere d’acquisto (negli Stati Uniti dove i principali raduni sportivi durano almeno tre ore, il consumo di vivande e bevande diventa uno degli aspetti principali). È la fine del calcio come festa popolare cui il fenomeno del tifo organizzato ancora rimanda, sebbene debolmente. Un legame che però è suscettibile, nelle opportune condizioni, di rivitalizzarsi. Si può citare soltanto un esempio: le tifoserie delle due squadre del Cairo, dopo essersi scontrate per tanti anni, si riuniscono nella difesa di piazza Tahrir sostenendo, data la loro preparazione “bellica”, in modo efficace gli scontri con polizia e mazzieri del regime. Abbiamo qui un’inversione. Non c’è più bisogno di un eroe da ammirare per creare un legame: tutti diventano eroi e, al tempo stesso, nessuno lo è. Al contrario del Mundial 1982, il popolo prova a riprendersi il diritto di creare i propri eroi.

In generale, quando il mondo ordinario entra in fermento tende a rompere la quiete olimpica degli eventi sportivi. Molti i casi entrati nella storia. Il più famoso è probabilmente quello delle Olimpiadi di Città del Messico del 1968. La manifestazione è preceduta dalla strage degli studenti nella piazza delle Tre culture e dalla conseguente richiesta di bloccare i Giochi. Lo spettacolo però non si ferma. La contestazione prosegue assumendo forme impreviste. Quella più celebre riguarda i due corridori afroamericani Tommie Smith e John Carlos che durante la cerimonia di premiazione dei 200 metri, scalzi, alzano il pugno avvolto in un guanto nero e ascoltano l’inno con lo sguardo basso a rimarcare l’estraneità e il dissenso verso il simbolo di un potere che li opprime. Non vogliono più essere i cavalli da corsa dell’uomo bianco. Un nero se vince è accolto come un americano, se perde torna a essere un negro. Con questo gesto svelano al mondo intero, dentro lo spettacolo ordito dal potere, l’ipocrisia dell’ideologia dominante: quella che rappresenta lo sport come un’istituzione neutrale, superiore a tutti gli interessi perché fondata sulla uguaglianza delle possibilità e dei criteri di valutazione di ogni rendimento. Tutti possono diventare eroi. Per questo lo sport unisce. Per questo l’unico modo in cui la politica può essere riconosciuta all’interno dello sport è quello della glorificazione della nazione, con il suono ridondante degli inni, e della sua unità, con il continuo appello a tutti, atleti e tifosi, a intonare tenendosi per mano le note di quella musica.
Il gesto degli atleti afroamericani è dirompente. Introduce nel mondo dorato dello sport le spaccature reali della società, anche se poi lo spettacolo continua e nel corso del tempo il gesto dei dissidenti diventerà iconografico e oggetto del merchandising. Tuttavia, nel presente storico, gli eroi saranno cacciati dall’Olimpo sportivo, puniti come Prometeo dagli dei. I due atleti evidenziano un legame vero con i loro sostenitori, innervato nella comune condizione sociale, economica e culturale. L’eroe sportivo si scopre prima di tutto un essere umano. Ciò che lo rende simile ai suoi fratelli e alle sue sorelle non è la gloria, ma la comune condizione di miseria, di discriminazione.
In questo senso, forse, si può individuare una figura differente di eroe sportivo che non suscita ammirazione solo per le sue capacità straordinarie (pur avendone bisogno), ma anche per le sue debolezze, per la sua umanità claudicante che lo accomuna ai suoi ammiratori spezzando il mondo fatato della competizione atletica e facendoci entrare nel mondo reale. Si pensi, nel campo del calcio, a una figura come Cristiano Ronaldo, micidiale macchina da goal che nella sua perfezione non può suscitare forme di identificazione che non siano di tipo proiettivo e la si paragoni a una vera a propria icona come Diego Armando Maradona, capace con il suo genio e la sua sregolatezza, con le sue cadute rovinose e le sue resurrezioni, di rappresentare alla perfezione, anche a molti anni di distanza dal suo ritiro, il desiderio di riscatto dei quartieri popolari argentini e napoletani.

Di certo ogni qual volta si assiste a una “invasione di campo” della realtà circostante nel perimetro di gioco, la classe dirigente sportiva, politica e mediatica si chiude a riccio sostenendo che lo sport è un fenomeno compreso in se stesso, pacificato, neutro, puro, limpido, onesto. Insomma, è un’oasi felice, immune dall’ideologia, strumento di formazione dei giovani ai valori della ragione e della misura, sana valvola di sfogo. In estrema sintesi, lo sport deve unire, non dividere.
Ciò nonostante, gli spazi dello sport non sono immuni dalla realtà e dai suoi conflitti perché essi possono essere riconfigurati, simbolicamente o materialmente, come spazi aperti, fluidi e contesi. O almeno così è accaduto in passato, come documenta il libro di Gioacchino Toni e Alberto Molinari Storie di sport e di politica (Mimesis 2018), con riferimento al decennio 1968-1978. Può accadere nuovamente o il mondo dello sport si è definitivamente immunizzato dal contagio della realtà a lui esterna? Non c’è da essere ottimisti se si pensa alla scarsa risonanza che ha avuto il tentativo di contestare il Giro d’Italia del 2018 e le tre tappe iniziali in Israele, soprattutto se confrontiamo questo episodio con analoghe contestazioni del passato, per esempio quelle veementi alla finale di Coppa Davis del 1976 nel Cile di Pinochet o al Mondiale del 1978 nell’Argentina di Videla, anche se fallimentari, perché ancora oggi nella bacheca risalta l’ambito trofeo tennistico e nella nostra memoria sono ancora vivide le immagini dei giovani Rossi e Cabrini.

I semi della speranza possono ancora germogliare se, invece, guardiamo al movimento dello sport popolare: un fenomeno che in Italia, sebbene sotterraneamente, continua a consolidarsi sviluppando, sulle orme dei fenomeni nati negli anni Settanta, una concezione dell’attività atletica che ne vuole superare gli aspetti competitivi e mercificanti a favore di una dimensione dello sport come festa popolare, inclusiva, ricreativa, associativa, legata alle rivendicazioni sociali.
Se c’è un comune denominatore delle vicende sportive, si potrebbe individuare nella ricerca spasmodica della vittoria e nella retorica che ne deriva. Senza di essa non parleremmo del gesto di sfida di Smith e Carlos e non avremmo ceduto al desiderio di andare in Cile a prenderci la Coppa Davis, due esempi storici che citiamo non a caso, proprio per la loro esemplare differenza e per le complessità che scatenano. Oltre ogni discorso immediatamente socio-politico, il vero ostacolo da superare sembra essere costituito dal delirio della vittoria, sia nella vita sia nella sua versione eroicizzata rappresentata dallo sport. Se si vince si ha tutto e, a posteriori, ogni spiegazione e riflessione acquisisce legittimità. Certamente vincere è meglio che perdere e tutti sperano che prima dei titoli di coda vi sia un lieto fine. Ciò nonostante, senza inciampare in una retorica aristocratica alla De Coubertin, possiamo considerare il “viaggio dell’eroe” esemplare per il movimento che un individuo dotato di talento mette in atto, lasciando in secondo piano l’esito che ne consegue?

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