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Libri: “Il rosso di Ponsacco…”. Adriano Lombardi, dalle vie di paese all’esordio nel professionismo.

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), pubblichiamo oggi il secondo e ultimo estratto del libro “Il rosso di Ponsacco. La storia di Adriano Lombardi, dalla Valdera a San Siro”, di Fabio Roberto Tognetti edito da Eclettica Edizioni. L’estratto, scelto di concerto con l’autore, è il racconto di come il protagonista, Adriano Lombardi, arrivi al professionismo.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

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Dalle vie di paese all’esordio nel professionismo

“La storia della Ponsacco del Secondo Dopoguerra non è affatto dissimile da quella di migliaia di altri piccoli paesi della provincia italiana. A partire dagli anni Cinquanta l’economia nazionale prende l’abbrivio, le famiglie piano piano in fondo al mese si ritrovano a mettere da parte qualche soldo da spendere in nuovi beni e servizi, crescono i consumi e dietro ad essi fiorisce l’industria manifatturiera. Il maggior benessere e l’ottimismo che si respira nell’aria contribuiscono allo sviluppo demografico: nei centri urbani – specialmente in quelli dove vi è maggiore richiesta di lavoro – affluiscono interi nuclei familiari provenienti dalle campagne limitrofe e dal Sud Italia. Ponsacco si specializza nell’industria mobiliera e tante piccole imprese, spuntate come funghi, attraggono nuova forza lavoro. In più, a pochi chilometri di distanza, la Piaggio di Pontedera viaggia a gonfie vele grazie al successo di due mezzi simboli di questi anni: l’Ape e la Vespa. In venti anni, dal 1951 al 1971, la popolazione di Ponsacco cresce più del 50%, oltrepassando quota diecimila abitanti. E tale sviluppo è immediatamente evidente. Basta scendere “in paese” durante un pomeriggio di sole: centinaia di ragazzini in braghe corte guizzano per le vie del corso centrale, si ritrovano a giocare in piazza del Comune o in piazza della Repubblica, “vociano” seduti sugli scalini della chiesa di San Giovanni Evangelista o inseguono un pallone nelle strade ancora poco trafficate. Oltre ai due patroni ufficiali, San Costanzo e San Giovanni, il paese pare godere della protezione di una divinità aggiunta, meno spirituale certo, ma parimenti benevola. Si tratta della Dea Eupalla, che, generosa, veglia amorevolmente sulla crescita di tanti giovani ponsacchini, sostenendoli verso una futura carriera da atleti. La sfornata di futuri professionisti ha infatti del miracoloso, considerate le dimensioni di Ponsacco. C’è chi si fermerà a spremere ogni goccia del proprio sudore sopra i campi fangosi di provincia, ma anche chi arriverà a calcare i verdi manti di stadi ben più prestigiosi d’Italia e d’Europa. Adriano Lombardi rientra indubbiamente nel novero dei talenti che “ce l’hanno fatta”, ma nel suo caso non si può dire che si tratti di una questione accidentale o di una felice congiuntura astrale: la passione per il calcio è, infatti, un imprinting che Adriano riceve già dalla più tenera età. Il padre, Flavio, è infatti un ex calciatore professionista che negli anni Trenta ha militato in Serie B, nelle file del Pisa di Joszef Ging, uno dei tanti tecnici danubiani giunti in Italia a insegnare l’arte pedatoria a un popolo sì volenteroso, ma ancora troppo poco calcisticamente edotto per ritenersi autosufficiente. Adriano e gli altri due fratelli, Luciano e Roberto, sognano di emulare le gesta del padre e come tutti i coetanei passano interi pomeriggi a correre dietro al pallone. Luciano ricorda: “Nostro padre ci faceva un gioco reso famoso da Mario Rigamonti, storico difensore del Grande Torino di Valentino Mazzola. Prendeva una monetina, la lanciava dietro le spalle e con un colpo di tacco, facendosela passare da sopra la testa, la faceva ricadere nel taschino della camicia. Ci diceva sempre: «quando anche voi sarete capaci di farlo vorrà dire sarete buoni per giocare a calcio!»” A Adriano non servono monetine nel taschino. Le sue capacità si fanno presto notare e, compiuti undici anni, babbo Flavio lo accompagna a Firenze per presentarlo a Giuseppe Galluzzi. Galluzzi, che era stato compagno di Flavio Lombardi nel Pisa durante la stagione 1935/36, dopo il ritiro e una discreta carriera da allenatore sulle panchine del Nord e Centro Italia, dal 1954 ricopre, infatti, il ruolo di responsabile del Nucleo Addestramento Giovani Calciatori di Firenze. Al fianco di Galluzzi in questo delicato incarico vi sono due vere e proprie auctoritas del calcio italiano come l’ex mezzala viola Cinzio Scagliotti – responsabile dell’area tecnica – e il professor Alberto Baccani – nel ruolo di supervisore dell’area atletica. In una intervista raccolta dal quotidiano Il Tirreno, l’ex portiere ponsacchino Paolo Giusti accenna alla meticolosità con la quale i responsabili del NAGC curavano la preparazione dei propri allievi: “Fu una vera e propria scuola di calcio: tanta tecnica e nessuna partita ufficiale; ci facevano palleggiare scalzi per aumentare la sensibilità. Ogni anno avevamo l’esame. Furono cinque.” Negli anni del NAGC Adriano percorre due volte a settimana la strada tra Ponsacco e Pontedera e tra Pontedera e Firenze, sempre in compagnia del fratello Roberto, anche lui futuro calciatore professionista, che ricorda: “Eravamo sempre in quattro o cinque. Oltre a me e mio fratello c’erano Paolo Giusti, che ha giocato con il Cosenza in B, e il bimbo, Luciano Chiarugi. Se qualcuno ci riconosceva poteva scapparci un passaggio in auto, altrimenti toccava farsela tutta a piedi o in bici, da Ponsacco fino alla stazione di Pontedera. Sul treno poi le combinavamo di tutti i colori. Qualche volta ci siamo messi a fare le rovesciate col pallone in mezzo ai corridoi della carrozza. Con noi viaggiava spesso un nostro compaesano soprannominato Cassio. Era la vittima preferita dei nostri scherzi, ma anche il nostro primo tifoso. Per lui saremmo arrivati tutti in Serie A prima o poi. Io scendevo a Empoli perché mi allenavo col Castelfiorentino. Adriano e gli altri proseguivano invece fino a Firenze. Al ritorno ci ritrovavamo sul solito treno, più stanchi”. Nel 1965, dopo aver conseguito il “brevetto di eccellenza dei NAGC” – unico a ottenerlo quell’anno in Toscana – Adriano approda per un breve periodo nelle giovanili della Fiorentina. Sotto l’ala protettiva e dispotica di Egisto Pandolfini, talent scout e responsabile del florido vivaio dei viola, quello che si sta formando intorno all’alloggio di via Carnesecchi è un nucleo di promesse più unico che raro. Oltre ai compaesani di Adriano, Giusti e Chiarugi, in quella Primavera militano, tra gli altri, Claudio Merlo, Salvatore Esposito, Ugo Ferrante e Pierluigi Cencetti, ovvero alcuni dei futuri titolari della compagine che, nel ‘66 andrà a vincere il Torneo di Viareggio sconfiggendo in finale il temibile Dukla Praga, la squadra dell’esercito Cecoslovacco. Sono talenti che la società gigliata striglia e coccola e che, alla fine, porta in prima squadra, andando a comporre quella Fiorentina Ye-Ye che il Petisso Pesaola conduce infine alla conquista di un inatteso, meraviglioso scudetto nel 1968. Adriano rimane fuori da quel gruppo. Troppa la concorrenza nel suo ruolo, come lui stesso, forse con eccessiva modestia, ammetterà: “A 19 anni arrivai nel settore giovanile della Fiorentina, niente prima squadra. C’era Chiappella come allenatore e in campo gente più brava di me: Chiarugi, De Sisti, Merlo. Così cominciai a girare l’Italia”. Per lui si muove il Cesena grazie al diretto interessamento del suo fondatore, l’eclettico conte Alberto Rognoni. Sceso in Toscana per osservare Claudio Merlo, Rognoni finisce per segnalare Lombardi, che così compie il proprio esordio nel professionismo nelle file dei bianconeri del presidente Mannuzzi. Sarà l’inizio di una carriera lunga diciotto anni”.

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