Storie di Calcio

Ludo Coeck, un campione anche di sfortuna …

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Una vita, una storia, una tragedia … Ludo Coeck

ECCEZIONI E REGOLE
Tutti noi abbiamo sfortuna e fortuna. L’uomo che insiste e che continua ad andare avanti nonostante la sfortuna, è l’uomo che, quando arriva la buona fortuna, è pronto a riceverla”. (Robert Collier, saggista Usa 1885-1950).

Fondamentalmente ci credo, nell’asserzione in sé.

Come ogni cosa, però, sono le eccezioni, rare ma presenti, a definire la regola.

Una delle eccezioni, nel mondo del calcio, è Ludo Coeck.

Qualcuno lo potrebbe definire una meteora, visto il suo passaggio in Italia, alla stregua di un Luis Silvio o un Eneas, di un Neumann tanto quanto un Dieter Mirnegg o un Viorel Nastase, giocatori entrati nella leggenda per altri motivi, transitati in Italia in quegli inizi anni’80.

Ludo Coeck non fa parte di questa categoria, anche se la sua storia calcistica italiana sembrerebbe dirlo.

Ludo Coeck campione lo è, per davvero.

LUDO “BOOM BOOM” COECK

Ludo ha avuto la sua dose di fortuna: bello, bravo, giovane star affermatasi in un mondo dorato, quello del calcio.

Quello che non sa, forse, è che c’è un prezzo da pagare, un tributo che la sorte verrà a riscuotere nei suoi confronti nei momenti topici della sua carriera.

Una carriera che definire fulminante è dir poco.

Infatti Ludo è, senza dubbio, uno dei maggiori talenti del calcio belga, tanto che l’album della Panini di Argentina ’78, seppur in giovanissima età (allora era 23enne essendo del ’55) lo omaggiò nella sezione delle stelle che non avrebbero partecipato a quel mondiale.

Dopotutto Ludo, nella nazionale belga, ha esordito ad appena 19 anni, dopo ad aver esordito ad appena 17 anni nell’Anderlecht diventandone subito un punto fermo.

Con il club bianco malva belga, Coeck vince tutto quello che è umanamente possibile per un club di quella portata:2 campionati, 3 coppe del Belgio, 2 volte la coppa delle Coppe, una volta la Coppa Uefa e due supercoppe europee

Centrocampista centrale, soprannominato Boom Boom per la sua capacità di scagliare tiri potentissimi, aveva nella visione di gioco e nelle capacità tecniche i suoi punti di forza.

Dal sinistro partivano autentiche bordate, come se ne poté accorgere tutto il mondo nel mondiale dell’82, in Spagna, dove la sua vittima fu il povero portiere del El Salvador, fulminato da un tiro da 40 metri.

Ludo però non è solo tiro da fuori, è un concentrato di sagacia tattica, abnegazione a corredo di una classe cristallina.

Il tutto gli permette persino di giocare in marcatura in prima battuta su un certo Diego Armando Maradona, nella partita inaugurale del mondiale spagnolo, annullandolo e portando a casa una inaspettata vittoria del suo Belgio sui campeones argentini,

Quella del mundial spagnolo rimane l’unica sua grande vetrina, in una carriera che, prima e dopo di esso, sarà costellata da un incredibile serie di infortuni che lo toglie dai palcoscenici nei momenti culminanti.

Nessuno ci fa caso all’inizio, perché Ludo è giovane, forte e bravo da morire e ha tutta una carriera davanti se.

E così pazienza se non è tra i protagonisti dell’europeo del 1980 in Italia, quello dell’anno del calcio scommesse che ci priverà di Pablito Rossi e Bruno Giordano.

Ludo incomincia a pagare il suo debito contratto con un fato troppo favorevole e così un grave infortunio lo fa fuori dalla kermesse europea, dove il suo Belgio arriva a contendere il titolo alla Germania di Rumenigge, Schuster e Kaltz.

Chissà come sarebbe andata con lui in campo.

Intanto Coeck inaugura la lunga serie di interventi chirurgici, 6 per la precisione, tra ginocchio, caviglia, anca e piede, della sua carriera.

IN ITALIA

Nell’estate del 1983 l’Inter sembra a un passo dal portare in nerazzurro Paulo Roberto Falcào, il Divino, l’Ottavo Re di Roma, fresco campione d’Italia con la squadra giallorossa.

Incomprensioni con Viola sull’ingaggio fanno sembrare possibile il tesseramento dell’asso brasiliano da parte di Sandro Mazzola che ha speso tutta la sua credibilità, da dirigente nerazzurro, in quest’operazione.

“Baffo”, però, non ha considerato la variante in corso d’opera: Giulio Andreotti.

Il noto politico italiano, tifosissimo della Magica, interviene a piedi uniti sulla questione e alla fine Falcào, spuntato un nuovo ricchissimo contratto, finisce col rimanere a Roma.

Forse un segno del destino, per Ludo Coeck, di quelle che ti cambiano per sempre la vita.

In negativo, nel caso del riccioluto e biondo centrocampista belga.
Coeck sembra a un passo dal Milan, ma Mazzola, ancora scosso dallo smacco di Andreotti su Falcào, non ci pensa due volte e si fionda sul centrocampista dell’Anderlecht, fresco vincitore della Coppa Uefa.

Ludo, che è sicuramente un gran professionista, si presenta a Milano, osannato dai tifosi della Beneamata, e stupisce tutti con la sua padronanza dell’italiano, oltre che di altre sei lingue.

Sembra un matrimonio da favola, Ludo che prende le redini dell’Inter e ne diventa il leader come lo è stato nell’Anderlecht.

I tifosi sognano la sua classe in mezzo al campo, le sue bordate, quel giocare a testa alta che ti fa tanto somigliare al Falcào che ti ha ripudiato, e con il quale il belga condivide i riccioli biondi e i piedi vellutati.

C’è quanto basta per non farlo rimpiangere, di questo ne sono certi i tifosi, il presidente Fraizzoli e l’allenatore Radice.

«Un fiore d’esile stelo, una favola inquietante, fugace e fragile velo, il respiro di un istante che scomparirà nel cielo”.

(Luna fortuna-Francesco Guccini).

L’avesse scritta 10 anni prima, Guccini, questa canzone, forse all’Inter sarebbero stati messi sull’avviso del tragico destino, vorace squalo riscossore, che da lì a poco sarebbe piombato sul campione belga.

Pronti, partenza e via e Ludo rimane fermo al palo.

Una incredibile sequela di infortuni lo toglie di mezzo per tutta la stagione, dove alla fine farà solo una decina di presenze in campionato.

Si parte con uno stiramento muscolare in un’amichevole pre campionato col Livorno, poi una distorsione alla caviglia in coppa Italia col Parma.

Come se non bastasse, a ottobre contro l’Udinese rimedia una botta al costato a campionato appena iniziato.

E siccome un noto detto recita che la fortuna è cieca ma che la sfortuna ci vede benissimo, ecco

arrivare il nostro Ludo a 9 novembre 1983 quando, con la nazionale, in un match di qualificazione a Euro ’84 contro la Svizzera, rimedia un brutto infortunio alla caviglia.

È il colpo di grazia.

Riflettendoci, quell’estate del 1983, con la Roma campione d’Italia e Falcào vicino all’Inter, l’intervento di Andreotti e Ludo a Milano sponda nerazzurra è un vorticoso incrocio di destini.

Ludo e Paulo termineranno quell’annata con comuni tribolazioni e polemiche (infortuni per il primo, il rigore non tirato in finale col Liverpool per il secondo) e l’anno seguente sarà ancora peggio, spazzati via entrambi definitivamente dal calcio italiano.

È come se in quell’incrocio tragico di quell’estate di calciomercato la sfortuna, in agguato sul belga, avesse voluto punire, come ignaro co protagonista, anche il brasiliano, reo di aver dato vita a questa variante in corso del destino.

Forse è nel destino, visto come era andata già nell’Europeo del 1980, che l’Italia non sia benefica a Ludo.

Comunque sia, Ludo recupera appena in tempo per partecipare agli Europei in Francia del 1984.

Una disastrosa esperienza per il Belgio dove il suo campione deve accontentarsi di due spezzoni di partita.

Troppo poco perché l’Inter possa ancora credere in lui.

Nel frattempo il brasiliano Falcào, reduce da appena 4 partite con i giallorossi causa infortunio, vede rescindere, unilateralmente, il suo contratto da Dino Viola, il presidentissimo giallorosso.

Operazioni chirurgiche e carte bollate, visite fiscali e polemiche sanciranno la fine di quel contratto firmato a forza e che aveva allontanato Falcào dall’Inter e portato Ludo a Milano.

UN AMARO FINALE

L’Inter intanto ha scelto Brady e Rumenigge come stranieri, e Ludo deve trovare una sistemazione.     Con la speranza che torni ad essere un giocatore di calcio, piuttosto che un cliente fisso dell’infermeria.

L’Inter lo cede così all’Ascoli, e solo Dio sa se i tifosi dell’Ascoli non lo aspettino a braccia aperte, tanto da portarlo in processione come il santo patronale nel giorno di celebrazione.

Meno convinto è Costantino Rozzi, che dell’Ascoli Calcio è presidente, e che della scaramanzia ne ha fatto un valore aggiunto, insieme alla capacità manageriale che permette all’Ascoli da anni di resistere, come provinciale, in serie A.

E così l’uomo dai riti scaramantici, dai calzini rossi portafortuna, da indossare sempre durante le partite del Picchio ascolano, ai “lupini” mangiati in panchina, passando da balzo della pedana di salto in lungo e finendo alla porta degli spogliatoi sbattuta con forza dopo il saluto pre partita ai suoi giocatori, fiuta che nell’aria intorno al campione belga c’è qualcosa che non va.

Oppure è semplicemente senso degli affari di uno scafato imprenditore.

Fatto sta che il ruspante Rozzi ha preteso di inserire una clausola nel contratto; potrà rimandare indietro il belga se non risulterà perfettamente sano.

Detto fatto, ecco che a Ludo riscontrano una malformazione all’anca.

Il suo campionato non inizia nemmeno che è già sotto i ferri in Belgio.

Il destino pretende a forza l’ennesima gabella da pagare al povero calciatore belga.

E che nel caso che di Coeck il destino non sia solo un normale esattore ma un vorace usuraio, lo dimostra il fatto che, se così non fosse, le parole di Collier «l’uomo che insiste e che continua ad andare avanti nonostante la sfortuna, è l’uomo che, quando arriva la buona fortuna, è pronto a riceverla» troverebbero un’applicazione nella forza d’animo di Coeck.

Che supera anche questa, torna ad allenarsi, sembra trovare l’ennesima speranza in un piccolo club belga che gli dà fiducia al di là di operazioni, cadute, recuperi, calzini rossi e contratti stracciati da Divini.

L’ultima gabella da pagare al destino, per un giocatore troppo precoce nell’accendere la sua stella e altrettanto nello spegnerla, si dipana fra uno studio televisivo, dove Ludo va a raccontare la sua storia degli ultimi anni, quella di sofferenza e dolore, e una maledetta strada che lo aspetta per stritolare la sua vita tra un camion e un’altra auto.

Trauma cranico, emorragia celebrale, spappolamento del fegato: le sue condizioni sono disperate da subito e a nulla serve il trasporto in ospedale ad Anversa.

Stavolta non si torna indietro, non ci sono più montagne da scalare, ma solo abissi ad accoglierti.

È il 9 ottobre 1985 – il giorno del mio 17° compleanno, io che ho amato alla pazzia Falcào anche quando mi stava tradendo con l’Inter e ho amato, da appassionato di calcio, il Ludo Coeck dell’Anderlecht, del mundial spagnolo- quando il campione belga muore all’età di 30 anni.

Con quell’ultima gabella da pagare al fato se ne va un campione del calcio, ma soprattutto un ragazzo gentile e intelligente, comunque dignitoso, che ha cercato di combattere quel destino avverso che fu regola senza eccezioni.

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