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Lutz Eigendorf: la morte di un “traditore”

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Lutz Eigendorf: la morte di un “traditore”

Da quando lo sport è diventato tale con l’introduzione delle regole nei giochi che poi sono diventati popolari, questa stessa popolarità ha fatto sì che diventasse un elemento fondamentale della società. Esso ha finito per permeare tutta la nostra vita, arrivando anche a condizionarla, il più delle volte in senso positivo, con l’acquisizione, ad esempio, del linguaggio sportivo che da idioma di genere è diventato di uso comune.

Tutta questa infiltrazione nelle stratificazioni sociali ha finito per coinvolgere anche la politica, per cui lo sport è diventato un mezzo di affermazione, molte volte per sbandierare successi che riuscissero anche a nascondere realtà sociali ben diverse. È quanto accadde nel quasi trentennio che va dal 1961 al 1989, e gli appassionati di storia avranno sicuramente identificato questo periodo con il muro di Berlino.

La guerra, tutte le guerre, lascia sempre cicatrici profonde, dolori che il trascorrere del tempo aiuta a lenire, ma non ad annullare.  E forse è anche giusto così, perché quelle cicatrici e quei dolori restino a imperitura memoria a ricordarci i nostri sbagli.  Talvolta, a ricordo, restano anche delle vestigia, a monito fisico della stupidità umana.  Non erano trascorsi molti anni dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, i fantasmi si agitavano sempre ossessivi, fomentati ora dalla Guerra Fredda che opponeva l’Est e l’Ovest del mondo. 

Il simbolo fu proprio quel muro che dall’agosto del 1961 divenne un confine tangibile, dividendo la Germania tra l’opulenta ovest e l’oscura est. Tralasciamo tutte le implicazioni politiche che hanno segnato i quasi trent’anni di esistenza di quelle pietre, non esimendoci, però, dal ricordare almeno quelli che sono morti nel tentativo di passaggio, di fuga, anelando una libertà, di fatto, negata.

I racconti di quei tentativi, superiori per fantasia ai migliori escogitati da scrittori quali Ian Fleming o John Le Carré, sono poi rimasti nell’immaginario collettivo, proprio di una di queste fughe vogliamo qui raccontare, che ha riguardato uno sportivo, un calciatore, e che si è conclusa tragicamente. In funzione di quanto scritto all’inizio, il calcio nella Germania Est era controllato, come tutta la vita degli abitanti di quella parte della nazione, dalla famigerata Stasi, la polizia segreta che aveva il compito di spiare tutti i cittadini tedesco orientali, prevenire o eludere possibili fughe e tacitare quanti pensavano di opporsi pubblicamente all’ideologia del Partito Socialista Unificato della Germania (SED).

Per fare questo non si lesinava sul ricatto, la tortura e l’omicidio, ad instaurare un vero e proprio regno del terrore, trasformando in pratica in un lager quella parte del paese, con il muro a lugubre monito contro qualsiasi forma di fuga o ribellione.  A dirigere la Stasi fu, dal 1957 alla caduta del muro, Erich Mielke, un generale e politico che, mutuando in pratica quello che era stato il modo di fare nazista, utilizzò anche lo sport come mezzo di coercizione per instillare la propria ideologia di regime, al punto da gestire in pratica in prima persona la squadra della Dynamo Berlin, che visse, guarda caso, il proprio periodo d’oro e vincente tra il 1978 e il 1989, con dieci vittorie nella Oberliga tutt’altro che limpide, tanto da essere bersagliati come “ladroni in maglia amaranto” sui campi dove andavano a giocare. 

Fu comunque in questa squadra che, fatta la trafila nelle giovanili, debuttò Lutz Eigendorf, l’eroe purtroppo tragico di questo racconto. Eigendorf era un centrocampista talentuoso, giocava davanti alla difesa nel ruolo, ormai quasi dimenticato, di centro metodista, per la sua eleganza si guadagnò l’appellativo di Kaiser, in contrapposizione a Franz Beckenbauer, che in quegli stessi anni vedeva la sua stella al massimo fulgore nella parte ovest della Germania. 

Nella stagione 1978/1979 Lutz fu uno dei protagonisti della prima vittoria in campionato della Dynamo Berlin, ma fu probabilmente l’unica e ultima gioia calcistica che poté vivere.  Abbiamo scritto prima della quasi impossibilità di fuga dalla Germania Est e dei metodi ingegnosi che si inventava chi voleva la libertà, per gli sportivi era tutto abbastanza più facile, lo fu per Eigendorf: approfittando di una sosta del torpedone che stava riportando la squadra da una trasferta per un’amichevole contro il Kaiserslautern, il 20 marzo 1979, Lutz semplicemente si dileguò, diventando a tutti gli effetti un rifugiato politico.

Non poté subito giocare per la sua nuova squadra, proprio il Kaiserslautern, perché l’Uefa gli comminò la squalifica per un anno, ma il gesto fu ancora più eclatante proprio perché egli era tesserato per quella Dynamo Berlin che era una diretta emanazione della Stasi. Mielke, naturalmente, non poteva accettare uno smacco del genere e, in puro stile spionistico, organizzò la sua vendetta. Alcune decine dell’”esercito” di circa 85.000 spie di cui disponeva sorvegliava il giocatore, altri la moglie e la figlia, rimaste in Germania Est, con la prima circuita da una stessa spia, si chiamavano ironicamente “Romeo” quelle specializzate in questo tipo d’azione, al punto da chiedere il divorzio. 

Eigendorf, intanto, aveva ripreso a giocare, ma forse le tante preoccupazioni non gli fecero più raggiungere gli standard di rendimento berlinesi, dopo due stagioni al Kaiserslautern ci fu il passaggio all’Eintracht Braunschweig, quella che decretò la sua definitiva condanna a morte, fu un’intervista rilasciata proprio sotto il muro, il 21 febbraio del 1983, in cui criticò aspramente e apertamente le storture da regime imposte nella Repubblica Democratica Tedesca. 

Nella notte del 5 marzo 1983, la sua Alfa Romeo si schiantò contro un albero in una curva della già pericolosa Braunschweig-Querum, Lutz Eigendorf sarebbe morto due giorni dopo per le ferite riportate alla testa. Ma quella, come sempre in questi casi, fu solo la sua prima morte, perché le indagini portarono all’immediata chiusura del caso per incidente sopraggiunto a seguito di guida in stato di ebbrezza, solo l’apertura degli archivi della Stasi quarant’anni dopo ha riportato alla luce la verità sospettata, la trama ordita di un omicidio nascosta da incidente. Un epilogo tragico che testimonia dell’oscurantismo imposto da quel regime, che non poteva che prevedere la morte per un “traditore”.  

GLIEROIDELCALCIO.COM (Raffaele Ciccarelli)

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