Storie di Calcio

Orlando Sain: “Belin o Tenaggia”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Ai tempi delle elementari, a Sampierdarena, avevo una compagna di scuola che, nonostante la giovane età, era già piuttosto snob. Un giorno, verso la fine dell’anno scolastico, mi chiese: “Tu dove vai in vacanza?”

“Alla Foce”, risposi io. La Foce è il quartiere di Genova all’altezza dell’entrata del porto e dello sbocco del torrente Bisagno, ed essendoci l’acqua inquinata, nelle sue spiagge c’è il divieto di balneazione.

E allora lei, tra lo sdegnato e lo stupito, mi fece: “Alla Foce?!? Io invece vado in Versilia, a Lido di Camaiore”.

Ricordo di avere pensato: ” E tu vattene in Versilia, che io me ne vado alla Foce”.

In quel quartiere viveva un mio zio, funzionario in pensione dell’Italsider e pescatore dilettante. Abitava alla Foce, ma aveva due gozzi nel quartiere più a levante, alla Marinetta di Albaro, di cui uno a vela latina, anche se poi usava sempre un motore americano fuoribordo, il Johnson.

Orlando Sain

Io passavo l’estate con lui e mia zia a pescare al bolentino. Erano due genovesi molto attaccati a le loro radici e siccome io sono di origine meridionale da parte di madre, si sentivano investiti della missione di trasmettermi la cultura della nostra città. In realtà non ce n’era bisogno perché a questo ci stavano già pensando mio padre e mia nonna che erano genovesi tanto quanto loro. Ma tant’è, non c’era verso.

E così un giorno mi portarono con la barca  in un’insenatura del porto, tra il Palasport della Fiera del Mare ed i cantieri navali, con la scusa di recuperare un po’ di esche, vale a dire ciò che la maggior parte degli italiani del sud chiama “cozze” e che invece i genovesi preferiscono chiamare “muscoli”.

Quello spicchio di costa era “la Cava”, il luogo citato nella celebre canzone di Mario Cappello, “Ma Se Ghe Penso” (” vedo la Lanterna, la Cava e laggiù il Molo”), autore tra l’altro anche di uno dei primi inni del Grifo : “Semmo do Zena”. Ed i miei zii mi avevano portato lì perché, ovviamente, dovevo imparare la famosa canzone, ma ero anche tenuto a sapere il significato recondito di ogni dettaglio: era una specie di corso accelerato di filologia genovese.

Comunque, le giornate passate in barca sono un ricordo piacevolissimo. E quella di essere in mare aperto è stata una delle sensazioni di libertà più forti che io abbia mai provato. A volte andavamo  ben oltre la diga, in direzione del mezzogiorno verso la Corsica, a fare pesca d’altura. A mano a mano che ci allontanavamo, a causa della distanza e della foschia estiva, la costa gradualmente spariva. Ed era bello al rientro vedere le case e le cose riprendere forma: lentamente, davanti ai miei occhi, la città si ricomponeva. Quando ripenso a quell’incantesimo, mi vengono in mente i versi di una bella canzone di Ivano Fossati: “Chi guarda Genova sappia che Genova si vede solo dal mare”.

Altre volte ci spingevamo a levante, e costeggiavamo il litorale tra il Capo di Santa Chiara e Punta Chiappa (ma capitava di andare  anche oltre, verso il Tigullio). E dalla barca vedevo le aspre scogliere di Nervi, la sua strettissima passeggiata che si snoda tra le agavi, gli spuntoni di roccia e la ferrovia. E poi i parchi, i roseti, le ville e l’antica torre d’avvistamento, cioè Torre Gropallo; subito dopo la bellezza di un borgo di mare come Bogliasco, con i paesini che si inerpicano per i monti e le vallate  e, ancora, la costa frastagliata di Pontetto e di Pieve; più a est incontravamo Camogli con la sua chiesa e la sua rocca all’altezza del porticciolo, in cui era ormeggiata la flotta di pescherecci; e se ci spingevano ancora più a oriente, potevamo vedere l’abbazia benedettina di San Fruttuoso, con il suo porticato che dà direttamente sulla piccola baia del Cristo degli Abissi.

Quello era, ed è, il tratto di mare più bello del mondo. I latini dicevano: “Nomina sunt consequentia rerum”, i nomi sono conseguenza delle cose. Se quel tratto di costa è stato chiamato Golfo Paradiso, un motivo ci sarà pure stato  (altro che Versilia e Lido di Camaiore!).

Una volta riuscimmo a riempire due o tre secchi di pesci di un tipo che in genovese è chiamato “smaridda” e che in italiano non so nemmeno come si chiami, ed io mi sentivo il ragazzino più felice del mondo. Ma c’è un altro ricordo di pesca che è rimasto impresso nella mia memoria: un giorno, navigando sottocosta, mi capitò di pescare due pesciolini colorati, con sfumature bianche, bluastre, nere e rossastre. Di questi pesci, invece, ricordo bene il nome italiano: erano delle “donzelle”. “Puoi anche cacciarle via, non sanno di niente: sono ziguele”,  mi disse mio zio. E poi aggiunse: “Sono come i doriani: tanto colore, poco valore”.

Andavamo spesso a pescare in qualche momento della giornata. Ma in tutti i casi, al mattino o alla sera, facevamo sempre un salto nella spaggia più a ponente di Punta Vagno. Uscivamo di casa, in via Casaregis, passavamo accanto alla Trattoria Mentana, sempre frequentata dai cantautori genovesi e dai giocatori del Genoa, attraversavamo Corso Marconi, e ci trovavamo nella baracca dei pescatori professionisti della Foce, dove mio zio passava sempre un paio d’ore a chiacchierare con loro.

Formazione del Genoa del 1941-42, dove compare Orlando Sain. Una nota di colore: il primo giocatore in alto a sinistra è Federico Allasio, padre della bellissima e celeberrima attrice degli anni Cinquanta, Marisa Allasio.

La baracca era essenzialmente frequentata dai pescatori professionisti in pensione che abitavano nelle case proprio all’altezza dell’imbocco della strada sopraelevata, dove ancora oggi c’è un’osteria che ha un menù a base di pesce. Tutti i giorni, quei vecchi lupi di mare, uscivano di casa, attraversavano Piazzale Kennedy per sedersi lì all’ombra, ed unirsi al gruppo per chiacchierare. E lì passavano ore ed ore a parlare del più e del meno. I ritmi della conversazione erano lenti, mediterranei. Si scrutava l’orizzonte marino e si dava voce ai pensieri. Era gente che, a quei tempi (primi anni Settanta), aveva ottanta e anche novant’anni. Insomma erano tutti  genovesi dell’Ottocento, anche volendo non sarebbero stati in grado di pensare nella lingua italiana: si poteva stare delle ore ad aspettare invano una parola che non fosse pronunciata in dialetto. La maggior parte di loro, per non dire la totalità,  eccetto che per il servizio di leva, non si era mai allontanata dal proprio quartiere.

Avevano un marcato senso del territorio. Io ero chiamato da loro qualche volta con il mio vero nome (Massimo) che storpiato alla genovese diveniva “Màscimo”; qualche volta si riferivano a me  come al ” o nevo do Bona” (“il nipote di Bona”, che era il cognome di mio zio); ma  più  spesso, sapendo che ero di Sampierdarena, mi chiamavano “o sampêdaennin”: il piccolo sampierdarenese. La gente di quella baracca (in particolare due fratelli: Giôan e Luigin), e la baracca stessa  mi sono rimaste  per sempre nel cuore.

Le vicende della vita mi hanno portato altrove per molto tempo, ma circa vent’anni dopo, sono tornato in quel luogo. Le persone naturalmente non c’erano più, ma la baracca era ancora lì. Così da quella volta, saltuariamente, quando volevo restare un po’ solo con i miei pensieri, ho iniziato a prendere l’abitudine di far partire da lì le mie passeggiate che, immancabilmente, terminavano in un altro antico borgo di mare, quello di Boccadasse. È un percorso pieno di scorci suggestivi quello che dalla Foce porta ad Albaro. Basta non farsi prendere dalla fretta, dal frastuono della metropoli, e godersi la storia ed il paesaggio: il faro di Punta Vagno in una piccolissima selva di macchia mediterranea, sulla cui spiaggia, molti secoli prima, sbarcarono i santi Nazario e Celso e dove fu celebrata la prima messa in Liguria. Poi il castelletto in stile Liberty e l’imponenza del Palazzo del Tritone dalla facciata grigio e rosso porpora. A fianco, i resti di un antico forte recentemente ristrutturato, il Forte di San Giuliano e, subito dopo,  la Villa Gaslini progettata da Gino Coppedè, immersa in un bellissimo parco di palme, di pini marittimi e di oleandri.

Di fronte a questa villa da sogno, c’è l’antica abbazia benedettina di San Giuliano, a cui il poeta Guido Gozzano dedicò una poesia (credo che anche lui, come me, avesse frequentato il circolo della Marinetta d’Albaro).  E, continuando il cammino, subito dopo si trova il Lido d’Albaro, graffito di “Belle Époque”. Ma, ormai, siamo quasi alla fine della passeggiata: stiamo arrivando a Boccadasse, il vecchio borgo di pescatori con le case di tutti i colori, che hanno per fondamenta gli scogli. E dalla terazza di fronte alla chiesa di Sant’Antonio,  ancora un ultimo sguardo al profilo del Promontorio di Portofino, in cui si possono distinguere in lontananza le case che dalla costa si arrampicano fino alla vetta.

In piena estate la passeggiata è un susseguirsi di comitive di bagnanti chiassosi, radioline “a manetta”, pallonate sul bagnasciuga, acquagym nelle piscine scoperte al ritmo di “bassi” che spaccano i timpani. Ma, “il mare d’inverno” è molto più affascinante; le spiagge sono semideserte ed in acqua non si vede anima viva, ad eccezione di un cormorano. Ed è affascinante stare a vedere le battute di pesca di quell’essere acquatico. Affascinante ma non semplicissimo, perché si immerge per lunghi intervalli di tempo per poi riemergere a distanza di decine di metri, per cui c’è il rischio di non riuscire a seguirne le tracce.

Un’istantanea della partita tra Genoa e Napoli, finita 3 a 0 a favore dei rossoblù e giocata allo Stadio Luigi Ferraris il 14 giugno del 1942. La foto immortala l’uscita di pugni di Orlando Sain, il portiere chiamato “Tenaggia”, mentre i genoani Primo Andrighetto e Mario Perazzolo seguono gli sviluppi della fase di gioco.

Cosa c’entra tutto questo col Genoa? Il fatto è che quando mi accorsi che Gorin ed Onofri avevano l’abitudine di fare una partita a cinque ai Bagni Italia, incominciai a fare quella passeggiata con un frequenza ancora maggiore. E così, nel tardo pomeriggio o in prima serata, al ritorno da Boccadasse, mi accostavo alla balaustra vicino ai bagni e passavo un quarto d’ora a vedere giocare “le mie vecchie glorie”. Ed era piacevole constatare che, nonostante il passare degli anni, le caratteristiche essenziali del giocatore erano rimaste immutate. Anche in una partitella tra amici,  Fabrizio Gorin lottava caparbiamente su ogni pallone e Claudio Onofri, con il suo tocco elegante, disegnava  le sue geometrie.

Per me è sempre stato così: vedere, osservare, incontrare, parlare con qualche ex del Genoa è sempre stata una cosa che mi ha dato enorme piacere. E a pensarci bene, “ex” non è neanche un termine molto appropriato, perché chi ha mostrato attaccamento alla maglia fa parte della storia perenne del Grifo, poco importa la serie, i risultati o il palmares.

Ricordo che proprio per questo fui contento di fare la conoscenza di un  giocatore ed ex allenatore del Genoa. Anche se, da allenatore, a livello di risultati non aveva certo entusiasmato: aveva allenato il Genoa nell’anno della prima retrocessione in serie C. Ma parlando con lui mi resi conto che il Genoa gli era rimasto nel cuore.

Nei primi anni Novanta, del gruppo con cui andavo alla Nord faceva parte Enrico, un amico che abitava nel quartiere di Quezzi (in realtà era originario di un quartiere più all’interno della Valbisagno, era di Molassana, ma abitava ormai da tempo vicino a Largo Merlo). Un giorno Enrico capitò dalle parti di casa mia e venne a trovarmi. Era una giornata primaverile, uscimmo e andammo a fare due passi. Dopo un po’ ci trovammo per caso dalle parti di Via Sampierdarena. Ad un certo punto,  passando vicino ad un bar, vide  un suo parente seduto ad un tavolino che prendeva un caffè. Mi guardò e con un sorriso mi disse: “Vieni. Ti presento mio zio. Ha un negozio di articoli sportivi qui nella via. Sono sicuro che ti farà piacere conoscerlo”.

Ci sedemmo al tavolo di quel signore ed anche noi ordinammo i caffè. Dopo alcuni minuti capii che lo zio del mio amico era Franco Viviani, l’allenatore del Genoa della sfortunata stagione 1969-70. Una persona molto simpatica, semplice, amabile. Era passato alla storia perché prima dei match, nello spogliatoio, chiedeva alla squadra: “Com’è il cielo?”  E i giocatori dovevano rispondere in coro: ” Rossoblù!!”.

E forse varrebbe la pena di fare notare a quelli dell’altra sponda calcistica che, ai giorni nostri, scimmiottano il buon Rino Gaetano facendo un parallelo tra i loro colori e quelli del cielo come, anche in questo caso,  sono arrivati con un po’ di ritardo. E poi, ad ogni modo, il simpaticissimo Rino Gaetano diceva che “Il cielo è sempre più blu”, mica che è blucerchiato.

L’umanità è già afflitta da gravi problemi: surriscaldamento del pianeta, scioglimento dei ghiacciai, innalzamento del livello dei mari e quant’altro. Ma, grazie al cielo, fino ad oggi di colori inquietanti nei nostri cieli non se ne sono ancora visti. Quando c’è un bel tramonto, da che mondo è mondo, il cielo è rosso ed è blu, almeno sul mare di Genova.

Comunque, per tornare agli ex-rossoblù, l’incontro più suggestivo, e inaspettato al tempo stesso, con un giocatore della vecchia guardia risale all’inverno del ’76. Io ero in terza media,  le vacanze di natale si avvicinavano e volevo approfittare della pausa scolastica per trovare un lavoretto.

Lessi un annuncio: un autolavaggio a pochi centinaia di metri da casa mia cercava un ragazzo per lavare le macchine. Telefonai. Il proprietario mi fissò un appuntamento per il pomeriggio. Arrivai puntuale alle due spaccate, ed entrai nell’ufficio del titolare. Seduto dietro ad una scrivania, c’era un uomo che sarà stato sulla sessantina: fisico atletico, occhi chiari, capelli brizzolati, leggermente stempiato.

Dopo i saluti, una breve presentazione e qualche domanda di rito, soprattutto riguardante la mia disponibilità a livello di orari, quella persona prendendomi un po’ alla sprovvista, mi chiese: “Stai col Genoa?”. Ancora oggi, pensando a quel giorno, sono stupito. Perché mi aveva fatto quella domanda? Forse avevo un ciondolo, un braccialetto, un portachiavi, qualcosa che lasciava trasparire la mia fede rossoblù,  ma ormai sono passati davvero un mucchio di anni e non sono più in grado di ricostruirlo. Comunque risposi: “Sì. Sto col Genoa”.

Non avevo ancora finito di dare la prima risposta, che il mio futuro datore di lavoro mi fece subito una seconda domanda: “E sei di Sampierdarena?” Continuavo a non capire la ragione di quella specie di interrogatorio che mi faceva  questo signore. Che c’entravano tutte queste domande con il lavoro che avrei dovuto fare? Comunque, per l’ennesima volta, cercai di soddisfare la sua curiosità: “Sì. Abito a poche centinaia di metri da qui” Ma, nel volgere di un momento, i ruoli si erano completamente invertiti: adesso la persona stupita sembravai lui perché più o meno, cambiando semplicemente l’ordine delle parole, mi riformulò la stesso interrogativo: “Sei di Sampierdarena e stai col Genoa?”

A quel punto, quasi a sgomberare il campo da ogni equivoco, decisi di rispondere in maniera circostanziata, dettagliata e precisa: “Sì, sono di Sampierdarena e sono genoano. Da tre generazioni, per la precisione, almeno per ciò che riguarda il mio ramo paterno, che al ramo materno della mia famiglia di calcio non gliene frega e non gliene è mai fregato  niente a nessuno”.

La mia risposta provocò un sorriso di compiacimento nel mio interlocutore: avevo infatti di fronte a me l’espressione divertita del titolare dell’autolavaggio, che, con una malcelata soddisfazione, mi disse: “Io ho giocato nel Genoa. Mi chiamo Sain. Hai mai sentito parlare di me?”

Purtroppo non avevo mai sentito parlare di questo Sain. E devo dire c’era in me quasi un senso di colpa, dovuto al fatto di non essere a conoscenza dei trascorsi di quel giocatore. Così, piuttosto in difficoltà, fui costretto ad ammettere: “No. Mi dispiace, non ho mai sentito parlare di lei”. E lui, bonoriamente, come se non avesse voluto farmene una colpa, concluse quella conversazione dicendo: “È normale. Sei troppo giovane. Chiedi a tuo padre, lui saprà sicuramente darti notizie a mio riguardo.  Ah, comunque sei assunto immediatamente. Oggi sono in difficoltà. C’è un sacco di lavoro da fare: nel periodo di festa tutti vogliono avere l’auto pulita ed il ragazzo che lavorava per me ha appena cambiato lavoro.  Allora, incominci subito. Se per te va bene”. 

Lavorai tutto il pomeriggio, terminando verso le sette e mezza. Sulla strada di casa, a differenza del solito, non mi fermai nel circolo all’angolo per salutare gli amici. Quel giorno andavo di fretta. C’era una vicenda storica riguardante il Grifone da sviscerare e c’era una sola persona con cui ne volevo parlare.

Rientrai a casa per l’ora di cena. Mio padre, mia madre e mia sorella erano già a tavola. Mio padre mi vide arrivare e mi chiese: “Allora, com’è andato il tuo primo giorno di lavoro?”. Io non vedevo l’ora di fargli la mia domanda: “Il proprietario dell’autolavaggio si chiama Sain. Dice che ha giocato nel Genoa. Tu te lo ricordi?”

Nei giorni successivi,  mio padre avrebbe avuto modo di raccontarmi vita morte e miracoli del mio principale, spiegandomi che quello era il portiere che aveva giocato nell’Inter, vincendo una Coppa Italia insieme a Giuseppe Meazza, alla fine degli anni Trenta, per passare in seguito al Genoa, dal ’41 al ’43, e poi ancora nel primo campionato del dopoguerra. Ma sul momento, la sua reazione immediata fu semplice. Sorrise e mi disse solo tre parole in dialetto: “Belin !! O  Tenaggia!!!”. 

Sulle origini del soprannome esistono versioni contrastanti. Secondo alcuni si trattava di qualcosa d’ironico perchè quel portiere era spesso responsabile di qualche « gollonzo ». Secondo altri era invece un attestato di stima perchè si trattava comunque di un buon portiere. Probabilmente la verità sta nel mezzo. Non completamente esente da errori e incertezze, Sain aveva comunque un modo particolare e temerario di uscire dai pali e afferrare il pallone. Fu così che i supporter genoani, con la fantasia tipica della nostra tifoseria, avevano deciso di chiamarlo Sain A Tenaggia”, cioè  SainLa Tenaglia”.

N.B: l’articolo è un capitolo del libro “I RACCONTI DEL GRIFO – Quando parlare del Genoa è come parlare di Genova” di Massimo Prati. Ringraziamo l’autore che ci ha dato la possibilità di pubblicare alcuni capitoli del libro e questo è il primo appuntamento. Per acquistare il libro, potete rivolgervi all’Associazione Un Cuore Grande Cosi – Onlus (www.uncuoregrandecosi.it – mail: info@uncuoregrandecosi.it)

 

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