Storie di Calcio

Pomodori per la Nazionale

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Andrea Gioia)

“Mi pareva che ad ogni istante si potesse andare a rete. E invece non ci si riusciva mai”

Il 24 Luglio del 1966, finalmente, l’avventura degli azzurri nel Mondiale inglese poteva definirsi conclusa. Una delle più grandi delusioni di sempre, patita contro un avversario non certo irresistibile ma tenacemente attaccato al risultato.

La truppa di Edmondo Fabbri, piena di talento e di poca fortuna, era riuscita a farsi sbattere fuori dal torneo da una Corea del Nord guardinga e atleticamente superiore, mina vagante della competizione ed in grado di spingersi, quasi, fino alle semifinali.

L’aereo degli azzurri, atterrato all’aeroporto di Genova nella notte tra il giovedì ed il venerdì, era stato accolto da uno stuolo numeroso di giornalisti e fotografi, vogliosi di raccontare la vergogna e lo sgomento dei campioni sconfitti nel momento meno atteso. Oltre agli addetti ai lavori, però, ad aspettare la Nazionale ci saranno anche un gran numero di tifosi, armati di rabbia e di … pomodori. Un lancio improvviso e incessante, soprattutto verso il pullman dei lombardi. Una conclusione tragicomica, unica nel suo genere, mai vista prima nel calcio italiano.

L’allenatore ravennate, ancora incredulo, dichiarerà: “E’ facile criticare dopo, ma bisognava esserci dentro per capire il dramma. I ragazzi hanno fatto il possibile e la sconfitta mi riesce tuttora inspiegabile” (da La Gazzetta dello Sport del 25 Luglio 1966). A quella affermazione, detta soltanto mormorando, seguiranno i veleni delle accuse rivolte al medico Fino Fini, colpevole (secondo il mister) di aver fornito delle strane fialette ai calciatori. Anche la Federcalcio verrà toccata dal vulcanico romagnolo, con una protesta che gli costerà l’esonero e la successiva squalifica fino al 21 Dicembre 1966.

Gli azzurri passeranno una insolita estate, con le vacanze concesse fino alla metà di Agosto. I loro saranno i volti nascosti dalla vergogna di una sconfitta. Rivera, dall’alto della sua classe e della sua personalità, avrò a dire: “Non posso, a ventitré anni, ritenermi perduto per il calcio. Non posso credere che i miei compagni e io siamo diventati all’improvviso dei brocchi” (da La Gazzetta dello Sport del 25 Luglio 1966).

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