Storie di Calcio

Quando i giornalisti sceglievano la formazione della Nazionale.

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Rocco Nicita) –

Mi sto perdendo, ultimamente, tra le pagine del libro di Mauro Grimaldi “Storia d’Italia del Calcio e della Nazionale. Uomini, fatti, aneddoti (1950-1994)”, all’interno del quale l’autore ricostruisce magistralmente la storia della Nazionale Italiana e la lega alle vicende politiche ed extracampo che facevano da sfondo agli avvicendamenti sportivi.

Il libro in questione rappresenta, per quanto mi riguarda, il modello ideale a cui la letteratura sportiva dovrebbe guardare: la narrazione che cala le vicende sportive all’interno del contesto storico permette di apprezzare maggiormente le gesta atletiche e ci rammenta, se serve, che una componente non può prescindere dall’altra. Se vogliamo, il tutto può essere riassunto in una massima di Jose Mourinho, il quale, con suo solito fare ironico, affermava: “Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio”.

Mi ha colpito, in particolare, un episodio, che a breve vi narrerò, occorso alla vigilia di una celebre sfida di un’edizione di un campionato mondiale. Prima, però, di svelare le carte, vorrei, come farebbe un bravo scrittore di gialli, creare un po’ di suspense, cercando di ricreare la medesima situazione ai giorni nostri.

Immaginate due giornalisti sportivi, prendiamo ad esempio Caressa e Zazzaroni (nomi scelti in maniera assolutamente randomica), al seguito della Nazionale di Roberto Mancini. Sulla scorta della non entusiasmante partita d’esordio del campionato mondiale, pareggiata 0-0, i giornalisti di cui sopra entrano nella stanza del CT la sera prima del secondo incontro e, insieme a questo, decidono di stravolgere la formazione che il giorno seguente sarebbe scesa in campo.

Non so perché, ma ho trovato divertente questa immagine. Sarà, forse, per l’inconcepibilità di tale siparietto nel calcio moderno o, magari, per le prevedibili reazioni dei media (e, soprattutto, dei social media) scaturenti da questo. Sta di fatto che la mia mente, appena avuto conoscenza di questa scena realmente verificatasi nella prima metà degli anni sessanta, non ha potuto fare a meno di traslarla ai giorni nostri.

Come dicevo, quanto vi ho rappresentato è accaduto, seppur con diversi protagonisti, quasi sessant’anni fa, alla vigilia di una celebre – in negativo – partita dei campionati del mondo di Cile ’62, passata alla storia come “Battaglia di Santiago”.

Per capire meglio il contesto, però, occorre fare un passo indietro. L’organizzazione del campionato del mondo del 1962, inizialmente, fu proposta all’Argentina, la quale, tuttavia, declinò l’offerta. La FIFA, allora, ripiegò su un’altra nazione sudamericana, una tra le poche all’epoca non assoggettata ad un regime dittatoriale: il Cile. Nonostante la nazione andina fosse uno dei pochi baluardi della democrazia, versava in gravi difficoltà economiche.

Nel maggio del 1960, infatti, la stessa era stata colpita da un catastrofico terremoto, noto anche come Terremoto di Valdivia, di magnitudo 9.5 con 3.000 vittime, due milioni di sfollati e danni calcolati tra i 400 e gli 800 milioni di dollari USA dell’epoca (attualmente corrispondenti ad una cifra compresa tra 3,7 e 7,4 miliardi di dollari). Si trattava, in sintesi, del terremoto più forte mai registrato nella storia dell’umanità.

I giornalisti italiani, come riporta Grimaldi nel libro di cui sopra, accolsero con molto poco tatto la scelta della FIFA. Due, in particolare, furono i contributi incriminati.

Il primo, scritto dal pugno di Corrado Pizzinelli, inviato de “La Nazione”, presentava così la nazione cilena: “Denutrizione, prostituzione, analfabetismo, alcoolismo, miseria. Sotto questi aspetti il Cile è terribile e Santiago dolorosamente viva, e tanto viva da perdere persino le sue caratteristiche di città anonima. Interi quartieri della città praticano la prostituzione all’aria aperta… Il Cile, sul piano del sottosviluppo, deve essere messo alla pari di tanti paesi dell’Africa e dell’Asia: ma mentre gli abitanti di quei continenti sono dei non progrediti, questi sono dei regrediti”[1]

Il secondo, invece, di Antonio Ghirelli del Corriere della Sera: “Il Cile è povero, piccolo, fiero. Ha accettato di organizzare questa edizione della Coppa Rimet come Mussolini accettò di mandare la sua aviazione a bombardare Londra. La capitale dispone di 700 posti letto. Il telefono non funziona. I taxi sono rari come i mariti fedeli. Un cablogramma per l’Europa costa un occhio della testa. Una lettera aerea impiega cinque giorni. Come metti piede a Santiago, ti rendi conto che l’isola di Robinson Crusoe galleggia tuttora a pochi passi da questa straordinaria striscia di terra lunga quattromila chilometri[2].

Gli articoli in questione si tramutarono in un boomerang, generando nel popolo chileno, anche comprensibilmente, una sorta di revanscismo. Si mise anche la sorte che, in maniera piuttosto beffarda, volle vedere schierate le due squadre all’interno dello stesso girone, completato da Germania Ovest e Svizzera.

Qui, dunque, si ritorna alla nostra storia. L’Italia, sotto la guida bicefala di Giovanni Ferrari e Paolo Mazza (proprio colui al quale è intitolato lo stadio della SPAL), concluse la prima sfida contro la Germania Ovest con un pareggio a reti inviolate, laddove il Cile aveva trionfato per 3-1 sulla selezione elvetica. Serviva, quindi, uno scossone in vista della successiva partita contro il Cile che, in caso di esito negativo, avrebbe sancito l’eliminazione per gli Azzurri.

La sera prima della gara, quindi, si generò una discussione tra Paolo Mazza e i giornalisti Gianni Brera e Rizieri Grandi, udita da alcuni componenti della rosa della nazionale. In particolare, i tre concordarono l’esclusione di Lorenzo Buffon, Giacomo Losi, Cesare Maldini, Gigi Radice, Gianni Rivera e Omar Sìvori.

L’episodio fu successivamente raccontato dallo stesso Sìvori: “La mia stanza che dividevo con David confinava con quella dei dirigenti. In quella stanza si tenevano vere e proprie assemblee. I muri erano sottili e sentivamo per filo e per segno come fu composta la formazione che avrebbe affrontato il Cile. Furono due giornalisti a fare la squadra. Fu divertente apprendere i motivi per cui io, Rivera, Maldini e Altafini (il quale poi giocherà, ndr) dovevamo essere esclusi”[3].

Il motivo dello stravolgimento doveva essere ricercato soprattutto nell’ideale della “doppia squadra”, a cui Paolo Mazza, in primis, era molto affezionato. Il numero elevato di cambi rispetto alla sfida precedente, tuttavia, non fu particolarmente apprezzato dalla stampa, considerata anche la – letteralmente – sanguinosa sconfitta che il Cile inflisse ai nostri danni.

L’episodio narrato, dei giornalisti che hanno voce in capitolo nella scelta della formazione da mandare in campo, potrebbe essere definito come assolutamente anomalo ai nostri giorni. Il mio giudizio ex post, tuttavia, non avrebbe alcun senso, visto il mio essere figlio di una diversa concezione calcistica, che tende a tenere nettamente separate le due sfere di influenza.

Quanto rappresentato, però, ci serve a ricordare di quanto le dinamiche del calcio siano effettivamente cambiate, non avendo fatto questo eccezione alle più note teorie evoluzioniste. Di ciò che sto per dire non ne sono certo, ma voglio pensare che, al di là della riconosciuta competenza calcistica dei giornalisti di cui sopra, sia stato quello il momento per ristabilire i ruoli, ridando a Cesare ciò che era di Cesare.

[1] https://storiedicalcio.altervista.org/blog/mondiali_cile_disastro_italia.html

[2] Ibid.

[3] Grimaldi M., Storia d’Italia del Calcio e della Nazionale. Uomini, fatti, aneddoti (1950-1994), pag. 116.

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