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Libri: “Cavalli selvaggi” – Roma spara. La Lazio di Giordano

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Pubblichiamo, come preannunciato (vedi video-intervista con l’autore qui), il primo estratto del libro “Cavalli selvaggi” di Matteo Fontana, edito per Eclettica Edizioni. Il testo, tratto dall’omonimo capitolo, racconta di Bruno Giordano e alcune vicende che hanno riguardato la sua ex moglie, Renatino De Pedis e la Banda della Magliana. Ringraziamo l’autore e la casa editrice per averci dato la possibilità di pubblicare questo estratto in esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Buona lettura.

Federico Baranello

 

Roma spara. La Lazio di Giordano

dal libro di Matteo Fontana “Cavalli selvaggi”

“In quella Roma omicida, la Lazio prova a riprendersi dai lutti che l’hanno travolta. La morte di Tommaso Maestrelli, quella di Luciano Re Cecconi. Con Giorgio Chinaglia che a New York si è preso l’America del soccer con i Cosmos ed è distante un oceano e più dai biancocelesti, con i sogni che sono svaniti insieme ai risultati, della grandezza che fu è rimasto poco. Eppure l’animo selvaggio della Lazio non è smarrito del tutto. Ancor di meno ne è andato perduto il talento estroso. A incarnarlo è Bruno Giordano. Dai giorni del debutto ha affinato le doti che lo contraddistinguono. Sa segnare di destro, di sinistro, di testa. Ha il fiuto dell’attaccante d’area e la tecnica del rifinitore di classe. Trasteverino, ha imparato a giocare in oratorio, tra i vicoli e le strade della Roma più popolana. È un prete, don Francesco Pizzi, a fare il suo nome a Enrique “Flacco” Flamini, grande giocatore laziale tra gli anni ’40 e i ’50, divenuto poi allenatore delle giovanili della società. Per 30000 lire e dieci palloni, Giordano, nel 1969, entra nel vivaio della Lazio. La sua ascesa è irresistibile. L’Olimpico lo elegge presto proprio beniamino. Lo sarà ancor di più il 2 ottobre 1977. Sono trascorsi tre giorni dai fatti di Piazza Igea che costeranno la vita a Elena Pacinelli, due dall’assassinio di Walter Rossi. Vicende agghiaccianti che si tramutano in tremenda costante per Roma. La Lazio, allenata da Luis Vinicio, gioca in casa con la Juventus, campione d’Italia in carica. I bianconeri arrivano alla sfida da primi in classifica. Giordano sembra un eroe uscito dai versi dell’Eneide di Virgilio. Gioca una partita sontuosa, in una giornata che per la Lazio si fa subito memorabile, quando Renzo Garlaschelli segna, al 3’, il gol dell’1-0. Il secondo tempo è uno spettacolo interpretato da Bruno. Al 55’ la rete del raddoppio è sua: una girata mancina, al volo, sul cross di Ghedin, con Dino Zoff che resta di marmo. Il capolavoro definitivo, però, arriva 12’ dopo. Su una respinta in area della difesa juventina, Giordano controlla, aspetta l’uscita di Zoff e calibra un pallonetto di finissima fattura che scatena la dionisiaca esultanza del pubblico dell’Olimpico. Dopo quattro turni, dovrebbe essere l’inno che anticipa una grande stagione. Non è così: la Lazio non ha equilibrio, alterna buone gare a prestazioni scadenti. Vinicio sarà esonerato nel finale e Bob Lovati, richiamato di nuovo a tenere la barra dritta, consentirà alla squadra di salvarsi senza affanni, ma con poca gloria. Tutto questo nonostante un attacco prolifico. Garlaschelli è, con Martini, Wilson e D’Amico, l’ultimo pirata della Lazio che fu. Con Giordano costituisce una coppia che parla la stessa lingua. Nelle giornate di buona vena, Renzo è incontenibile. Segna 7 gol. Bruno ne realizza 12, ma ancor meglio farà nel campionato successivo, sempre supportato dal “Garla”. Tocca le 19 marcature ed è il capocannoniere della Serie A. Con Lovati in panchina, è in corso un ricambio generazionale che richiede pazienza.  La Lazio non può coltivare grandi ambizioni: l’ottavo posto finale è dignitoso. Il presidente Lenzini, d’altro canto, ha risorse economiche contenute e il sacrificio vero, per lui, è trattenere Giordano, per cui piovono offerte ricchissime, e che ha anche esordito in Nazionale: la prima partita in azzurro la disputa il 21 dicembre 1978. Il teatro è Roma, l’Olimpico. Prende il posto di Francesco Graziani in un’amichevole che l’Italia vince per 1-0 con la Spagna. Il suo mondo appare fiabesco. A ventidue anni, è un campione affermato, un idolo per i laziali, con la prospettiva di essere ingaggiato e ricoperto di soldi da qualche club dalle casse pingui. Inoltre, Bruno ha trovato l’amore. Si sposta alla fine del campionato che l’ha incoronato re del gol della Serie A.  Il 16 luglio 1979 si celebrano le nozze con Sabrina Minardi, una splendida ragazza dai lunghi capelli neri. Un grande amore che, però, entra presto in crisi. L’attaccante è una stella acclamata, un personaggio pubblico che riempie le copertine delle riviste di costume. Spesso lo fotografano in compagnia delle attrici più belle e famose. Sabrina è gelosa. I contrasti aumentano fino alla separazione, dopo che la coppia ha avuto una bambina, Valentina. La storia, però, è ormai finita. Nel destino di Sabrina c’è un burrascoso incontro che le cambierà la vita. Nella primavera del 1982 è seduta con delle amiche a un tavolo di un rinomato pianobar vicino a Piazza Navona, “La Cabala”. Non passa inosservata. Qualcuno chiama un cameriere e le fa recapitare una bottiglia di champagne e un mazzo di rose. Il corteggiatore si presenta a Sabrina come un imprenditore del ramo dei supermercati. In realtà, è Enrico De Pedis, salito al comando della Banda della Magliana, passata per arresti e morti ammazzati, a cominciare da Franco Giuseppucci, ucciso nel 1980 da un clan rivale. De Pedis ha rinsaldato i contatti con l’alta finanza, le banche e la mafia. La Minardi è ammaliata da Renatino, da quell’amore criminale che le consente di avere tutto: “Mi trattava come una bambina, mi portava alla sauna del Grand Hotel – racconterà anni dopo nel corso di una trasmissione televisiva –. Mi faceva mille regali, valigie Louis Vuitton piene di banconote da 100 mila lire, mi diceva spendili tutti, se ritorni a casa senza averli spesi non ti apro la porta. Andavo da Bulgari, da Cartier, pagavo in contanti per due orologi d’oro, i commessi mi guardavano preoccupati, pensavano che fossero il bottino di una rapina. Ma io li tranquillizzavo, dicevo loro: Me li dà mio marito, sapete, è un tipo stravagante…”. Per due anni a Sabrina sembra di essere in un film, la protagonista de “Il Padrino”, la grande saga cinematografica tratta dai romanzi di Mario Puzo e trasposta sullo schermo da Francis Ford Coppola. Quella grande passione, però, è fatta anche di pericoli, di eccessi, di cocaina. Bruno non la cerca più, ma l’avvisa: “Tieni lontana nostra figlia dal tuo uomo. Se sparano a lui possono colpire anche lei. Perché è così che finiscono i boss della mala: con la bocca sotto sul marciapiede”. Intanto Renatino viene arrestato: è il 1984. Esce di galera nel 1987 e si sposa con un’altra. Sabrina se ne va in Brasile. Quando torna, De Pedis la va a cercare. Vuole scappare con lei, andare in Polinesia. Ha capito che il suo tempo sta per finire e che i conti sono rimasti da saldare. Se ne sono andati anche gli anni ’80. Il 2 febbraio 1990, Sabrina e Renatino escono insieme. Mentre lei fa acquisti in una merceria, lui si incontra con Angelo Angelotti, un vecchio esponente dei maglianesi, in via del Pellegrino, dietro a Campo de’ Fiori. De Pedis, dopo averlo salutato, sale sul proprio motorino. Lo affiancano due killer. Viene giustiziato con un colpo alla schiena. Il boss è morto come aveva detto Bruno a Sabrina: con la bocca sotto sul marciapiede”.

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