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La Penna degli Altri

Viterbese, quando la storia siamo noi

CUORIGIALLOBLU.COM (Sergio Mutolo) – Sono giorni difficili per la Viterbese. E, dunque, anche per i suoi tifosi. In modo paradossale, arrivano dopo il grande entusiasmo e le inevitabili speranze suscitati dalla conquista della Coppa Italia Serie C. Si credeva che un successo di questo rilievo sarebbe stato portatore di chissà quali sfracelli. Alzi la mano chi, anche lontanamente, immaginava di ritrovarsi al punto in cui siamo.

Il fatto è che il club gialloblù ha già attraversato molti e molti periodi bui. Nè poteva essere diversamente. L’epoca della sua fondazione risale a 111 anni fa. Un secolo e oltre. Impossibile non trascinarsi dietro scorie di ogni genere.

La foto sbiadita messa a corredo di questa riflessione, tratta dal mio archivio personale, è quella della Viterbese 1965-66 allenata da Bela Kovacs. Il campionato era quello regionale di Prima Categoria, corrispondente all’attuale Eccellenza, il quinto nella scaletta del calcio italiano dell’epoca.

L’allenatore ungherese, famoso per il suo basco, aveva già sfiorato l’anno precedente la promozione in Quarta Serie (l’odierna Serie D). Fu una stagione intensa e ricca di soddisfazioni. Si concluse con il salto di categoria tanto atteso e agognato dai tifosi gialloblù. In Serie D fu l’anno del presidente Enrico Rocchi. L’ingegnere romano fece salire la Viterbese in serie C. Nel primo anno il club fu inserito nel girone meridionale. Le difficoltà logistiche furono immense.

Dal mio punto di vista questo rimando alla memoria, nelle asprezze del presente, non va letto come frutto di bieco patetismo. E’, viceversa, la riproposizione delle radici che alimentano la “grande storia del club”. Solo facendo riaffiorare queste radici il (vituperato) calcio moderno riuscirà a sopravvivere a se stesso. E all’opaco oggi in cui è stato trascinato da inadeguati padroni del vapore.

La storia della Viterbese, vissuta alla periferia del grande calcio italiano, potrebbe sembrare poco interessante. Molto meno coinvolgente, rispetto a quella di club che vantano un passato ricco di gloria e di trofei.

Ma non è così. Perchè questa è la “nostra” storia. Tramandata da una generazione all’altra. Ricca di aneddoti, di ricordi, di gioie e di amarezze. Una storia che sopravviverà a periodi complessi come quelli che stiamo vivendo e che vivremo ancora.

Certo Viterbo non si potrà mai riallacciare al “quarto d’ora granata”, al gesto di Valentino Mazzola che si tira su le maniche e infiamma il Filadelfia. Ciò non toglie che lo stadio della Palazzina, intitolato al grande presidente gialloblù Enrico Rocchi,  è stato e resta il nostro “tempio”. Al suo interno si sono consumate le nostre storie personali, in totale simbiosi con la storia del club.

Per questa e per molte altre ragioni chi è tifoso della Viterbese non smetterà mai di esserlo, per tutto il tempo della sua esistenza. Ha scritto il poeta milanese Giovanni Raboni che “si è tifosi della propria squadra perché si è tifosi della propria vita”. Niente di più vero.

La passione per le maglie è un fiore che sboccia all’improvviso. Non appassisce. Non appassirà mai. Si andrà trasformando, come nel nostro caso,  in un amore trascinante e perenne. Una magia. Un fenomeno impossibile da spiegare a chi non ha mai provato questo genere di sensazioni. Perché la storia siamo noi.

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Redazione

GLIEROIDELCALCIO.COM Storia da raccontare

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