Storie di Calcio

3 settembre 1989 – Trent’anni fa ci lasciava Gaetano Scirea

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Roberto Morassut) – Provate a cercare la voce Gaetano Scirea su internet e la troverete dopo le prime tre lettere.

Nonostante i trenta anni trascorsi dalla sua scomparsa Scirea resta un personaggio popolare, una figura simbolo di un calcio che, tra gli anni ‘70 ed ‘80, ha regalato agli italiani memorabili emozioni.

Scirea è stato uno dei campioni della lunga tradizione di liberi lombardi che annovera, tra gli altri, grandi calciatori come Facchetti (di Treviglio) e Tricella (come lui di Cernusco sul Naviglio).

Di Gaetano Scirea ricordo soprattutto lo stile ed i movimenti nobili, la classe del gesto e la testa alta.

Al calcio si può giuocare in tanti modi ma il movimento tradisce l’animo dell’uomo; tradisce l’irruenza, la cattiveria, la riflessività, il genio, la fantasia, la potenza, l’arroganza.

Nulla come il calcio mette insieme spirito e corpo e definisce il senso delle relazioni in un collettivo e l’inclinazione del singolo a compiere una qualsiasi azione nella vita.

Scirea era nobile. Non trovo altro termine.

Divenne un libero per esigenze tattiche ma si vedeva che aveva il piede del regista, dell’ispiratore e un grande equilibrio grazie al quale divenne un grandissimo difensore sfruttando un innato senso della posizione in campo e dietro la difesa.

Egli, per queste sue caratteristiche, trasformò quel ruolo di libero (inventato da Nereo Rocco) in un qualcosa di diverso e di nuovo che all’occorrenza era un regista arretrato, un centrocampista aggiunto.

Forse il primo era stato Beckenbauer ed egli un po’ lo ricordava con quel busto alto, mai ingobbito sulla sfera: un cavallo di razza.

Resta, tra i tanti ricordi, quell’indimenticabile azione del 2-0 contro la Germania nella finale dei Mondiali ‘82 al Santiago Bernabeu.

Un balletto ubriacante nell’area tedesca cui Scirea partecipò con Conti, Bergomi e Tardelli.

Scirea ispira il contropiede e lo chiude con l’assist a Tardelli incastonandovi un tacco umiliante durante la danza azzurra.

Un crescendo di meraviglia calcistica che ci regalò tanta adrenalina e tanto orgoglio.

Un uomo, Gaetano Scirea, che non ebbe mai parole di troppo.

Figlio di operai. Operaio lui stesso prima di diventare calciatore professionista.

Era destinato probabilmente ad una grande carriera da allenatore se non avesse incontrato la morte terribile in automobile.

Nel settembre del 1989 si trovava in Polonia per visionare, come osservatore juventino, il Górnik Zabrze, quella squadra che nel 1969 aveva eliminato la Roma dalla finale di Coppa Coppe con la monetina.

Era la Polonia comunista morente e ormai allo sfascio. Per viaggiare bisognava portarsi nel bagagliaio le taniche del carburante.

E fu così che un impatto incidentale fece incendiare le taniche della vettura su cui egli viaggiava nel sedile posteriore.

Gaetano Scirea incontrò il suo destino proprio nel momento esatto in cui l’Europa cambiava.

Si trovò in una terra sbagliata nel momento sbagliato.

Proprio lui, l’uomo che in campo era sempre stato al posto giusto nel momento giusto.

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