Storie di Calcio

Argentina – Brasile ’82: la seconda partita del girone della morte

Il 2 luglio 1982 si giocava la seconda partita del girone della morte. E si trattava di Argentina-Brasile, ovvero, potenzialmente, il top del top calcistico. Una partita che nessuno si aspettava e augurava nel secondo girone. E, tra l’altro, veniva considerata una iattura che si giocasse (a Barcellona) ma nel piccolo Sarrià e non nel […]

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Il 2 luglio 1982 si giocava la seconda partita del girone della morte. E si trattava di Argentina-Brasile, ovvero, potenzialmente, il top del top calcistico.

Una partita che nessuno si aspettava e augurava nel secondo girone. E, tra l’altro, veniva considerata una iattura che si giocasse (a Barcellona) ma nel piccolo Sarrià e non nel ben più capiente Camp Nou (il che non era il massimo ai fini di incamerare pingui incassi). Ma l’Argentina non si era classificata prima nel girone iniziale con Belgio, Ungheria ed El Salvador.

Il secondo turno avrebbe visto il vincitore del primo gruppo nello stesso girone della prima classificata del gruppo 3 e della seconda del gruppo 6 (presuntivamente il girone avrebbe potuto essere composto da Italia, Argentina e Urss). Il vincitore del secondo gruppo se la sarebbe giocata con la prima classificata del gruppo 4 e la seconda del gruppo 5 (probabilmente Germania Ovest, Inghilterra e Jugoslavia). Il vincitore del gruppo 5 avrebbe sfidato le seconde classificate dei gruppi 2 e 4 (si pronosticavano Spagna, Austria e Francia). Infine, il vincitore del gruppo 6 avrebbe incrociato i guantoni con le seconde dei gruppi 1 e 3 (sulla carta Brasile, Polonia e Belgio). Da notare come i vincitori dei gruppi 5 e 6 (era ipotizzabile fossero Spagna e Brasile) avrebbero dovuto incontrare solo squadre seconde qualificate. Dal secondo turno era ipotizzabile si qualificassero per le semifinali Argentina, Germania Ovest, Spagna e Brasile. In semifinale si sarebbero potuti vedere i match Argentina-Spagna e Germania Ovest-Brasile.

Probabilmente, nei desideri segreti dell’organizzazione del Mundial la finale ideale doveva essere Brasile-Spagna. Il che avrebbe assicurato più interesse e guadagni. Ciò che importa segnalare è che Argentina e Brasile, seguendo certe logiche di previsione e di aspettative, si sarebbero dovute eventualmente misurare in una delle due finali e non nel secondo turno. Così, il 2 luglio si fronteggiavano le due tradizionali rivali sudamericane, considerate con la Germania Ovest le più chiare candidate al titolo finale. L’Argentina era quella del ’78 con in più Maradona, e Diaz al posto di Luque. I carioca avrebbero massacrato gli eterni nemici sportivi, dando l’impressione che non ce ne potesse essere per nessuno. Ma l’Argentina aveva adottato una tattica che aveva permesso al Brasile di far emergere, risaltare ancor più e moltiplicare la propria forza. Il match era lo scontro tra la cupa disperazione dello spirito di chi ancora subiva una dittatura ormai moribonda (in quel frangente il paese dei gauchos era  dilaniato da contrasti sociali insanabili, tanto da far temere la guerra civile), ma per questo ancor più cattiva e resa ancor più isterica da una recentissima guerra persa (quando, invece, qualche mese prima si pensava di acquisire le isole Falkland/Malvinas, rinsaldando e accentuando quell’orgoglio nazionale che nel ’78 aveva condotto i calciatori argentini a dare l’anima per vincere, benché poi si finisse con il favorire, a livello di immagine internazionale, un regime brutale, ma ancora saldo), e la gioiosa danza traboccante vitalità di chi si era già liberato della cappa di un regime autoritario e poteva scatenarsi anche per rifarsi del passato triste, che aveva imprigionato le anime più e ancor prima dei corpi.

Questo avrebbe condotto l’Argentina a una brutta e rude partita a base di assalti ciechi e irrazionali e il Brasile a una recita corale seguendo la propria naturale tendenza a esprimere meravigliose forme estetiche con ariose geometrie e con leggiadri ed efficaci saggi atletici, che permettevano a quei giocolieri nati che erano i carioca di esibire insieme eterea grazia e disarmante potenza e superiorità. La partita tra le due sudamericane vedeva l’Argentina ricercare spasmodicamente la vittoria, preferibilmente con molti gol di scarto, per nutrire ancora qualche speranza di qualificazione.

Il Brasile poteva tessere il proprio abituale gioco ancor più liberamente. Gli argentini iniziavano attaccando (nel primo tempo avrebbero registrato un possesso di palla in termini statistici in percentuale maggiore rispetto agli avversari) e nei primi minuti avrebbero creato molteplici occasioni, tutte rintuzzate. Ma l’Argentina aveva anche un limite: le proprie azioni erano prevalentemente basate sulle invenzioni individuali; la manovra corale ragionata scarseggiava; solo Ardiles cercava di dare ordine, coerenza e geometrie. Abbondavano, invece, le iniziative personali, soprattutto di Maradona, che fatalmente finivano annullate dalla difesa brasiliana. E se l’Argentina cercava da subito di condurre assalti, era il Brasile al 12’ a passare: dopo un’azione argentina, Galván perdeva palla e il Brasile ripartiva. Fallo di Passarella su Serginho. Punizione bomba di Eder a 174 km orari, traversa; Zico riprendeva e la metteva dentro. Al 29’ Maradona si segnalava per un doppio dribbling e dava a Calderón, che sparava alto.

L’Argentina per un po’ esercitava un leggero dominio territoriale, ma inconcludente. A fine primo tempo qualche spunto per parte: al 43’ dopo un calcio d’angolo, Passarella colpiva ottimamente di destro, ma con altrettanta perizia Valdir Peres (che non era quello scarso portiere che si è voluto far passare) mandava oltre la traversa. Un minuto dopo, bella triangolazione Luizinho-Eder- Luizinho, con palla che giungeva a Zico. Il suo tiro era preda di Fillol. All’inizio del secondo tempo per almeno due volte l’Argentina creava dei pericoli; si faceva vedere Maradona ancora con pregevoli iniziative personali; in un’azione superava in area Junior, che riusciva, però, in extremis a colpire il pallone e mandare in angolo. Ma toccava anche la gamba del giocatore, che reclamava il rigore. Ma l’Argentina, cercando di rendersi pericolosa, si esponeva al contropiede: falli ed errori difensivi aumentavano e il Brasile rispondeva colpo su colpo e poteva usufruire di molte più possibilità per raddoppiare. Dopo un’occasione di Zico poco oltre il 20’ del secondo tempo, il Brasile faceva gol al 23’ con una grande azione corale: Socrates-Eder-Zico, che apriva per Falcao a destra. Cross del romanista e bel colpo di testa di Serginho, che coronava con la rete un’azione da manuale, nella quale l’Argentina impietosamente mostrava le proprie manchevolezze difensive, accentuate dall’ottimo movimento di Falcao.

Qualche minuto dopo Maradona dava un magistrale saggio nell’esecuzione di impressionanti dribbling, lasciando sul posto due giocatori brasiliani, ma il suggerimento per Diaz non veniva adeguatamente capitalizzato. Al 30’ altro capolavoro corale brasiliano: Junior-Zico-Junior e gol. Al 35’ Maradona innescava Passarella con un pallonetto. Il colpo di testa del libero argentino veniva parato da Valdir Peres, autore di una bella partita. Sul finale la partita si incattiviva: Passarella commetteva un brutto fallo a danno di Zico, che era costretto a uscire. Il sostituto di questi, Batista, al 41’ veniva fatto oggetto di un calcio da parte di Maradona, che così, mestamente, concludeva il Mundial con un’espulsione. Nel frattempo l’Argentina cercava il gol della bandiera, che arrivava solo al 44’ con Diaz, dopo un errore difensivo brasiliano. Così i carioca il 2 luglio avevano annichilito un’Argentina brutta, scriteriata, presuntuosa e più fallosa che non contro l’Italia. Ma è da dire che nei momenti di massima pressione argentina il Brasile compiva più di uno sbaglio in difesa. Dato che Bearzot, che il 2 luglio volle essere al Sarrià, annotava, mentre andava cercando la chiave di volta per depotenziare la forza verde-oro, mettendone a fuoco i punti deboli.

Il CT azzurro non mancava di far notare ai propri come i difensori brasiliani non fossero immuni da pecche. I sudamericani erano molto abili a mascherare le loro lacune, con un gioco elegante, ritmato, quasi danzato. La loro forza era nel centrocampo, che, attaccando in coro, però, esponeva la retroguardia, perché il solo Cerezo proteggeva la difesa. Lo snodo era la boa d’attacco, Serginho, che con la sua stazza fisica (utile per smontare le tradizionalmente munite difese europee – ed è per questo che Santana lo preferiva ad altri giocatori forse più tecnici) si metteva al servizio dei fantasisti come sponda per concludere in area avversaria. Egli era il punto di passaggio quasi obbligato per ogni azione d’attacco. Ma come fermare il Brasile prima che divenisse letale? Come fare a spuntarlo prima che arrivasse in area, per poi colpirlo? Per questo il 2 luglio Bearzot volle essere al Sarrià: voleva studiare ancora più a fondo il Brasile, immaginando che avrebbe demolito l’Argentina. E si era portato dietro praticamente tutta la squadra, compreso lo staff sanitario e organizzativo: una trentina di persone, per potersi confrontare con collaboratori e giocatori, perché era un’occasione speciale per avere una visione complessiva di come si muoveva il Brasile nelle varie fasi: ma soprattutto permise ai singoli giocatori di osservare gli avversari mentre scorrazzavano nei settori di loro pertinenza, in ogni istante, anche quando le telecamere non li inquadravano. Così per novanta minuti, da spettatori, potevano rilevare le loro debolezze.

Bearzot non era convinto, quindi, che il Brasile fosse semplicemente imbattibile.

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