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La Penna degli Altri

Centoundici anni di storia, passione e amore. Auguri Bari, vecchia stella del Sud

BARIVIVA.IT (Riccardo Resta) – Facciamo finta che esista la macchina del tempo, saliamoci su e impostiamo la data del 15 gennaio 1908: siamo in via Roberto da Bari, dove in un buio retrobottega il portiere austriaco Floriano Ludwig fonda il Foot Ball Club Bari. Sono passati 111 anni da quel giorno; un tempo lunghissimo che è volato via in un baleno, trasportando con sé ricordi, qualche gioia e molte più delusioni.

Già, perché a ben pensarci il Bari calcio in bacheca ha poco o nulla: una Mitropa Cup, un Mondialito e un perpetuo saliscendi fra Serie A, B e C. E poi c’è il 16 luglio del 2018, il giorno che tutti noi vorremmo cancellare e che ha segnato la storia biancorossa in maniera indelebile, come un marchio a fuoco. Quel fallimento, quell’onta, quel disonore da cui siamo ripartiti a testa bassa, con gli occhi gonfi di lacrime e il cuore colmo di voglia di riscatto, traditi da chi due anni prima ci aveva illusi di averci salvati. Oggi festeggiamo i 111 anni di storia, ma è un po’ come se spegnessimo la prima candelina, quella dopo il reset, la ripartenza dalla Serie D, quella dell’era De Laurentiis, della nuova SSC Bari che un po’ di pace ci sta regalando dopo tanto penare.

Cosa è cambiato dal 15 gennaio 1908 al 15 gennaio 2019? Tutto: uno stadio nuovo, un logo nuovo, una dirigenza nuova, anni e anni di comparsate nella nobiltà calcistica italiana per poi tornare puntualmente nell’anonimato. Noi baresi non siamo mai stati in grado di restare fra i grandi per più tempo di una visita di cortesia, eppure le nostre emozioni ce le siamo prese, portandoci nelle categorie inferiori lo scalpo delle grandi del pallone nostrano. Due giorni fa è venuto a mancare Philemon Masinga, uno che la sua impronta sui cuori biancorossi l’ha lasciata e come: soli 24 goal in maglia Bari, ma quelli contro Inter e Milan furono maledettamente pesanti, il suggello di imprese storiche. In questi 111 anni il Bari ha messo in riga la Juve, buttandola fuori da una Coppa Italia in cui i biancorossi di Bolchi si fermarono solo in semifinale al cospetto del Verona futuro campione d’Italia; abbiamo visto cadere la Roma, il Napoli, abbiamo stretto amicizie fraterne da Genova a Reggio Calabria, passando per Salerno. Abbiamo detto addio con le lacrime agli occhi a Ingesson, Mancini e Masinga, gli idoli degli anni ’90, forse il vero periodo d’oro per il galletto. E poi abbiamo visto la nostra squadra scomparire in un caldo pomeriggio di mezza estate, e l’abbiamo vista rinascere dalle proprie ceneri come l’araba fenice.

E allora, quando ci poniamo la fatidica domanda “cosa è cambiato?”, possiamo anche rispondere fieri: nulla! Sì, perché se ne vanno i calciatori, passano gli allenatori, si alternano presidenti, proprietà e dirigenti, ci si ritrova a giocare sui campi pietrosi della periferia estrema del calcio italiano dopo aver calcato il terreno di San Siro e dell’Olimpico, ma c’è una cosa che resta sempre uguale. Ed è l’amore di una città intera, di un popolo per i suoi colori, per la vecchia stella del Sud che nonostante tutto continua a irradiare la propria luce e a scaldarci il cuore. Il bianco e il rosso sono passione, sono sofferenza, sono abbracci. Il biancorosso è uno stile di vita, è una trasferta in più, è una domenica in viaggio o sugli spalti del San Nicola sacrificando amici e famiglia. In una parola: il Bari è amore.

«Sappiate amare la Bari. Sappiatela custodire e guardatela sempre con occhi innamorati». Nell’intenzione di Floriano Ludwig queste parole dovevano suonare come un monito, o al massimo come un invito. Per noi, invece, sono diventate Vangelo. Come è stato possibile? Questo è il grande mistero di una maglia bianca bordata di rosso, di un galletto che non è mai stanco di tirare su la cresta anche quando si trova di faccia nella polvere: «Non te lo so spiegare, tanto non capirai!». Auguri Bari; non ti lasceremo da sola… mai!

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Redazione

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