La Penna degli Altri

Serie A, i romantici “irregolari” di un altro calcio: Ezio Vendrame

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FOXSPORTS.IT (Alberto Casella) – Boniperti lo chiamava il Kempes italiano. Talento e genio smisurati ma la fame febbrile per la vita e per le donne gli fecero mettere troppo spesso il calcio in secondo piano.

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Nato a Casarza della Delizia, il paese di Pasolini, nel 1947, Ezio Vendrame finì ancora bambino in collegio, abbandonato dai genitori. Fu il pallone a salvargli la vita quando all’età di 13 anni fu visto per caso giocare dal medico dell’Udinese nel campetto di una colonia alpina. I friulani allora militavano in Serie C ma gli garantirono vitto, alloggio e cinquemila lire al mese. Una miseria, d’accordo, ma in quel momento qualunque cosa era meglio del collegio.

Ragazzino solo, nell’Italia del dopoguerra che sta diventando ma non è ancora, quella del boom economico, cresce vivendo di stratagemmi, come un moderno Lazarillo de Tormes, e di quel talento naturale per la palla di cui Madre Natura lo ha dotato in abbondanza. Peccato che nessuno sia mai riuscito a insegnargli come gestirlo. O per fortuna, chissà. È stato lui stesso ad ammettere che il suo problema era la partita della domenica: ‘uno già lavora sul campo tutta la settimana e quando arriva il sabato sera vuole divertirsi’. Ezio non si tirava mai indietro quando c’era da fare l’alba da Luigi, fuori Vicenza, fra vino e sigarette, che poi il giorno dopo giocare era davvero un’impresa.

Già, la domenica. Ma non è che il lunedì fosse poi tanto diverso: giornata di riposo per eccellenza per i calciatori, per Ezio diventava il giorno da dedicare interamente alla grande passione della sua vita, le donne, come racconta nella sua autobiografia “Se mi mandi in tribuna, godo”:

La mia casa sembrava uno studio di ginecologia. La giornata di visite cominciava già alle 9 del mattino con la signora Giuliana; alle 11 sarebbe arrivata la signora Carla; alle 14 la mia amica Lella; alle 18 quella tr… della Fernanda e, infine, alle 22, toccava alla novità della settimana.

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… Vendrame mal sopportava le costrizioni, aveva una fame bulimica di vita, di amore e di passioni. La stessa fame che non gli fece nemmeno prendere in considerazione le offerte che già allora arrivavano ai calciatori a fine carriera e che lo portò a dire no, senza alcuna esitazione prima a un lussuoso contratto negli Stati Uniti e poi a un altro nel Kuwait. Soprannominato il George Best italiano, aveva, e ha tuttora, un’idea tutta sua del calcio:

Fan***o pressing, squadra corta, fuorigioco e diagonali! Ci sputo sopra agli inventori di queste cagate. Il calcio vero è un’altra cosa, ha un’anima che dovremmo salvaguardare.

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E a Boniperti, che lo chiamava il Kempes italiano e che un giorno gli mandò a dire che se avesse avuto un’altra testa avrebbe giocato in Azzurro, rispose che lui in Nazionale ci giocava da sempre perché da sempre aveva fatto quel che gli pareva – usò un altro termine – senza concedere a nessuno di prendere in mano il telecomando della sua vita.

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Una carriera e una vita sportiva decisamente atipiche quelle di Ezio Vendrame, interprete di un altro calcio, di un calcio che per lui è sempre stato un gioco, il gioco più bello del mondo. E come un gioco lo ha sempre trattato, facendo scelte precise e pagandone tutte le conseguenze fino in fondo, a testa alta e con la schiena dritta. Sempre.

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