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Il nemico alle porte: la sfida calcistica dell’Inghilterra alla Germania di Hitler 

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Il nemico alle porte: la sfida calcistica dell’Inghilterra alla Germania di Hitler

Nel 1934, un mese dopo l’incontro di calcio fra Inghilterra e Italia, a Ginevra si chiusero i lavori della Conferenza mondiale sul disarmo, durante la quale erano emerse tutte le insormontabili difficoltà nel mantenere in vigore gli accordi sulle limitazioni degli armamenti firmati a Versailles. La Germania di Hitler aveva già pubblicamente abbandonato la Società delle Nazioni, dopodiché annunciò l’imminente sostituzione delle sue vecchie corazzate marine, al fine di far risorgere il Terzo Reich «in una pace di equiparazione, di onore e di sicurezza». 

La Gran Bretagna, davanti all’evidente impossibilità di impedire il riarmo navale tedesco, si accontentò di vincolarlo tramite la stipulazione di un accordo, attraverso il quale Londra riconosceva a Berlino il diritto di costruire una sua flotta con lo stesso numero di sommergibili di quella inglese. 

Il patto navale anglo-tedesco fu poi sancito su un campo da calcio, quello del Tottenham, il White Hart Lane. La controversa decisione di disputare un match amichevole con la Germania nazista, nel bel mezzo del quartiere ebraico di Londra, aveva destato non poche preoccupazioni all’interno delle comunità giudaiche inglesi, le quali, in quel preciso periodo, stavano ricevendo continue segnalazioni dai sodali newyorkesi sul crescente movimento di protesta che intendeva boicottare le imminenti Olimpiadi di Berlino. 

Nel frattempo, effettivamente, Hitler stava inasprendo la sua campagna antisemita. A Monaco, città dove era nato il nazismo, alcuni membri delle truppe d’assalto in camicia bruna, avevano imbrattato con frasi ingiuriose le saracinesche delle botteghe ebraiche, distrutto parecchie vetrine dei negozi e aggredito diversi ebrei con pugni in faccia e bastonate. Inoltre, per le strade della città era possibile imbattersi in cartelli che dicevano: «Gli ebrei qui non sono graditi» oppure «ingresso vietato agli ebrei», fino alle più perfide segnalazioni stradali realizzate con macabro umorismo su cui erano indicati due diversi limiti di velocità, uno più basso per i tedeschi e uno più alto per gli ebrei, con un evidente incoraggiamento al suicidio in auto. 

Tutto ciò accadeva in Europa alla luce del giorno, e nessuno andò in aiuto dei malcapitati. Persino il presidente del Comitato Olimpico Internazionale, il cinquantasettenne belga Henri de Baillet-Latour, non alzò un dito per appoggiare la causa ebraica del boicottaggio. In una lettera al suo predecessore Pierre de Coubertin, scrisse invece che nutriva un certo rispetto per i nazisti, i quali avevano avuto il merito di possedere «progetto e metodo» in un’epoca in cui ogni cosa in Europa «stava andando a pezzi». Inoltre, aggiunse: «So che gli ebrei gridano prima che ci sia una ragione per farlo, e mi ha sempre colpito il fatto che tutti gli orrori che sono accaduti ad esempio in

Russia non hanno mai eccitato la pubblica opinione nello stesso modo. Perché? Perché la propaganda non è stata così abile». 

In merito alle preoccupanti notizie che talvolta trapelavano dall’estero sulla stampa inglese, i sudditi di sua maestà si erano dichiarati inizialmente dubbiosi riguardo alla partecipazione del Regno Unito ai Giochi, anche perché, come scrisse un quotidiano londinese, la Gran Bretagna era «la madre dello sport e il giudice ultimo della sportività». 

Anche Joseph Kennedy, prossimo ambasciatore americano a Londra, nonché padre del futuro presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald, era favorevole al congiunto boicottaggio angloamericano alle Olimpiadi dei nazisti. Per quanto già all’epoca girassero voci più o meno fondate riguardo a un’eventuale simpatia che i Kennedy nutrivano nei confronti di Adolf Hitler, corre l’obbligo di segnalare che l’allora giovane studente John, ancora promettente laureando ad Harvard, si era già dimostrato un attento osservatore delle dinamiche politiche che ruotavano attorno a Downing Street. Nel 1940, infatti, su esortazione del suo professore Carl Friedrich, decise di adattare la propria tesi di laurea in un libro, incentrato sulla disastrosa diplomazia britannica applicata con i nazisti, con il titolo di Why England slept

Tuttavia, la firma sugli accordi navali e la partita amichevole con la Germania del 1935 inaugurarono di fatto la futura politica inglese dell’«appeasement». Ecco perché la discutibile decisione di far disputare il match nello stadio progettato dall’architetto Archibald Leitch – l’uomo che ha rinnovato il concetto delle moderne arene sportive – fu più che altro un calcolato disegno diplomatico mirante a ridurre le polemiche nei confronti del nuovo “amico” tedesco. 

La partita tra Inghilterra e Germania, terminata 3-0 per gli inglesi senza che si registrasse, dentro o fuori dal campo, alcun episodio di violenza, portò le due federazioni calcistiche a rinnovare i rispettivi rapporti di fiducia con l’organizzazione di un secondo incontro calcistico, stavolta da disputare in Germania. 

Nel 1938, l’ufficio degli Affari esteri a Londra, già al corrente della prossima Conferenza di Monaco, incaricò Nevile Henderson, il titolare dell’ambasciata britannica a Berlino, di accogliere i calciatori inglesi con un suggerimento che somigliava tanto a un ordine. «Prima del calcio d’inizio e durante l’esecuzione degli inni nazionali sarebbe cortese verso i nostri ospiti tedeschi che faceste il saluto nazista». 

Nello stadio che nel 1936 aveva celebrato i trionfi di Jesse Owens, quelle undici braccia tese rappresentano ancora oggi una delle pagine più vergognose nella storia del calcio inglese. Tuttavia, all’interno di questa umiliante genuflessione al male eterno, spiccò l’eminente figura di Stan Cullis, giovane centrocampista del Wolverhampton, il quale fu l’unico dello spogliatoio a non mostrare alcuna esitazione. «Per la partita non contate su di me», disse confermando di possedere una tempra morale e una dignità umana ben superiore a quella di Henderson o di Stanley Rous, il presidente della Federazione calcistica inglese. 

Cullis era uno degli elementi più promettenti di quella nazionale con cui aveva già collezionato una manciata di presenze. Ciò nonostante, sul suo futuro radioso da calciatore, un anno più tardi, sarebbe calato il buio della guerra. Lo ritroveremo, comunque, nei panni di uno dei protagonisti che più di tutti hanno contribuito alla nascita della Coppa dei Campioni. 

GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Gallo)

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