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Libri: Essere Campioni è un dettaglio – “I Leoni di Spagna”

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), il primo estratto dal libro“Essere Campioni è un dettaglio – Storie dal XX secolo fra sport e società”, edito da “Scatole Parlanti”. In questa occasione, di concerto con l’autore, abbiamo scelto per voi un estratto dal Capitolo VI – I “Leoni di Spagna”, una esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

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Dal Capitolo VI “I Leoni di Spagna”

Arrivato a Madrid con l’aereo presidenziale la mattina della finale, dopo aver pranzato con il re Juan Carlos, il [capo dello Stato Sandro Pertini] si recò nel ritiro degli azzurri, congratulandosi paternamente soprattutto con Paolo Rossi: «Ti ho visto con la Polonia. Ogni volta che avevi il pallone, io gridavo “Spara, spara!”, anche se sono per il disarmo. Però devi ricordarti che se tu fai i gol, tutti gli altri lavorano per aiutarti a farli. E ricorda anche un’altra cosa: sta’ attento alle gambe. L’altro giorno ho visto che ti picchiavano sempre. Appena ti avvicina uno, devi saltare, se no ti pestano i piedi, te li schiacciano. Salta. Salta e spara». Lodò invece Zoff come esempio dell’Italia seria e dell’Italia che crede in se stessa, riportando infine il discorso sui binari che più gli stavano a cuore: «Io sono qui perché tutto il popolo italiano vuole stare con gli atleti che lo hanno onorato. E io lo rappresento».

Non poteva essere meno vero, poiché la sera dell’11 luglio, il Santiago Bernabeu pullulava di tricolori e nella penisola quasi quaranta milioni di noi erano incollati ai teleschermi, oltre i due terzi degli abitanti! Anche gli immortali Rolling Stones compresero quali erano le priorità degli italiani quel giorno e anticiparono al pomeriggio il concerto in programma allo stadio Comunale di Torino, in chiusura del quale, dopo l’esecuzione della trascinante Satisfaction e con indosso una maglia azzurra, Mick Jagger salutò il pubblico pronosticando una vittoria per 3-1.

Bearzot non aveva meno fiducia nei suoi, ma dimostrò di tenere in debita considerazione la Germania Ovest, pur giunta in finale dopo un percorso assai accidentato, iniziato con un’inopinata sconfitta contro l’Algeria, proseguito con l’immonda pastetta combinata con gli austriaci ai danni degli africani e culminato nella semifinale vinta ai rigori sulla Francia di Michel Platini, ferocemente rimontata dopo esser stata avanti di due reti nei supplementari. Nello schieramento iniziale pertanto sostituì lo iellatissimo Antognoni con il diciottenne terzino Bergomi, assennatamente spedito sulle tracce del temibile, ancorché malconcio, Karl-Heinz Rummenigge, che al fischio d’avvio con cinque reti appaiava Pablito in testa alla classifica cannonieri.

Dopo solo sette minuti, il Vecio dovette rimpiazzare l’infortunato Francesco Graziani con Alessandro Altobelli e a metà del primo tempo Cabrini sbagliò pure un rigore. I gol azzurri fioccarono nella ripresa, inaugurati dall’ormai affidabilissimo Rossi, il primo a fiondarsi di testa su un cross basso di Claudio Gentile. Poco dopo, i noiosi seguaci del “catenaccio”, gli inguaribili oltranzisti del difensivismo a ogni costo, i gelidi calcolatori avvezzi ad abbandonare nella metà campo avversaria il centravanti quasi fosse un cavaliere solitario, portarono due difensori a fraseggiare beatamente nel cuore dell’area tedesca. Addirittura, l’elegante Scirea colpì di tacco per restituire la palla all’adolescente Bergomi e, ricevutala di ritorno, ebbe la lucidità di servirla appena fuori dei sedici metri, da dove Tardelli la spedì in rete con un fendente incrociato. Mentre l’indisponente Uli Stielike si sgolava in inascoltate proteste, essendosi accorto che il libero azzurro era con ogni probabilità in fuorigioco sul secondo passaggio di Bergomi, Tardelli liberò il prolungato urlo che divenne la sua inconfondibile opera d’arte, l’emblema stesso dell’intera avventura spagnola. In realtà, era solo la replica più enfatica del suo tipico modo di esultare nelle occasioni più importanti, come dimostrato da due dimenticati precedenti.

Nella finale di andata della Coppa UEFA del 1977, che sarebbe stato il primo trofeo continentale della Juventus, un’analoga festa aveva salutato l’1-0 del versatile centrocampista contro l’Athletic Bilbao, e un calco di fatto indistinguibile dell’allucinata corsa madrilena, Tardelli l’aveva inscenato alla rete della vittoria contro l’Inghilterra, durante il deludente Europeo casalingo di due anni prima; anche allora, infine, era stato Gentile ad “abbatterlo”, dopo che l’invasato jolly azzurro aveva percorso a braccia levate un buon tratto della pista di atletica.

Il 2-0 tagliò le gambe alla Germania, ma questo l’avremmo capito solo molti anni dopo. Sul momento, mentre in tribuna le celebrazioni di Pertini erano solo appena più sobrie di quelle di Tardelli, mi passò davanti agli occhi tutta la sapienza statistica accumulata attraverso la compulsiva consultazione di centinaia di pagine di giornali, riviste e annuari sportivi, sui quali era incisa nero su bianco una banale e incontestabile verità: la Deutsche Mannschaft non è mai morta. Sarebbe stato sufficiente il doppio vantaggio con ancora metà del secondo tempo da giocare? La scaramanzia e gli almanacchi dicevano di no. Negli ultimi venti anni, la Germania Ovest aveva messo in bacheca una Coppa del Mondo e due Campionati europei, cui dovevano aggiungersi un argento e un bronzo mondiale e una finale persa, ai rigori, nella Coppa Henry Delaunay. Questo impressionante ruolino di marcia era stato spesso ottenuto recuperando in extremis partite quasi perse. Lo stesso rocambolesco 4-3 di Città del Messico, el partido del siglo del 1970, scaturì da un pareggio insperato del mercenario Schnellinger, difensore del Milan, che trafisse il compagno di squadra Albertosi trovandosi a passare per l’area di rigore sulla via verso gli spogliatoi; a Wembley, nel 1966, i tedeschi avevano impattato al 90° e poi erano stati derubati del titolo mondiale dal “gol-non- gol” di Geoff Hurst ai supplementari; infine, antefatti particolarmente inquietanti, avevano conquistato entrambe le loro Coppe del mondo superando in rimonta formazioni lanciatissime e da cui erano stati inizialmente surclassati, l’imbattuta Ungheria di Ferenc Puskás nel 1954 e la meravigliosa Olanda di Johan Cruijff vent’anni dopo.

Mentre rielaboravo silenziosamente questa mole di informazioni, contenendo a malapena le pulsazioni entro limiti sanitariamente accettabili, un altro contropiede chirurgico mise Altobelli nella condizione di triplicare. Pertini commentò categoricamente dalla tribuna: «Adesso non li prendono più!». Rimase il tempo per la rete dell’onore dei panzer, ottenuta da Breitner con un fiacco diagonale e la cortese collaborazione di Zoff, ormai del tutto svuotato e con la testa alla premiazione.

Dopo il fischio finale, un’interminabile scarica di adrenalina ci scaraventò per strada a festeggiare. Eravamo milioni, sventolando bandiere assemblate alla bell’e meglio con magliette, costumi e tovaglioli, o riesumate con il vecchio stemma sabaudo in bauli impolverati dove giacevano da oltre quarant’anni. Ora che eravamo campioni del mondo, sembrò che il vecchio e anacronistico tricolore fosse di nuovo tollerabile.

A rinforzare un rinato sentimento di comunità e di passione collettiva provvide ancora Sandro Pertini, riportando la squadra in Italia con l’aereo presidenziale, a bordo del quale andò in scena la celeberrima e fotografatissima partita a scopone, e ospitandola al Quirinale per il pranzo ufficiale. Non erano ancora i tempi degli artefatti e un po’ rituali festeggiamenti gestiti dai poteri pubblici o dalla FIFA, con pullman scoperti in giro per città drappeggiate da ben pagate società di marketing; né erano più quelli della “speculazione ideologica che il fascismo aveva sapientemente organizzato sulle affermazioni degli atleti italiani”. Tuttavia, la spontanea esplosione di gioia popolare, il suo afflato unificante, segnarono – si è potuto a ragione sostenere con il senno di poi – un chiaro spartiacque nelle sempre mutevoli combinazioni di elementi che concorrono a formare un’identità nazionale e l’odierno, inestricabile intreccio di politica, linguaggio sportivo, sentimenti nazionali, televisione e calcio cominciò proprio durante la calda estate del 1982, per le gesta di un manipolo di eroi in mutande e le sapienti sottolineature ideali e culturali di un uomo politico di stampo risorgimentale.

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Paolo Bruschi è nato a Firenze e vive a Empoli. È laureato in Scienze Politiche e ha un Master Europeo in Scienze del Lavoro. È socio della Società Italiana di Storia dello Sport e dell’Unione Nazionale Veterani dello Sport.
Collabora saltuariamente con “il manifesto” e anima un blog storico-sportivo dal quale prende il nome questo libro

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