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Storie di Calcio

11 agosto 1954 – Nasce Bortolo Mutti, la silenziosa nobiltà del calcio di provincia

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Luca Negro) – Compie oggi 65 anni Bortolo Mutti. Una vita spesa sui campi, prima, da calciatore e poi da allenatore. Nato a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, l’11 agosto 1954, Bortolo aveva piedi buoni e una discreta visione di gioco.  Superato il provino, entrò a far parte delle giovanili dell’Inter, arrivando sino alla squadra primavera, con cui vinse la coppa carnevale a Viareggio nel 1971 giocando nel ruolo di mezzala. All’età di 19 anni, quasi 20, venne però dirottato in prestito alla Massese, in serie C1, per farsi le ossa e in Toscana, coi bianconeri, debuttò nel calcio professionistico totalizzando 25 presenze, nella stagione 74-75, senza mai segnare. Al ritorno alla base, non fu però riconfermato dalla “Beneamata”, la quale, non ritenendolo pronto per il grande salto, lo girò in prestito al Pescara in serie B. Proprio la stagione 75-76 si rivelò speciale per Mutti. 33 presenze e 6 gol che lo fecero divenire il miglior realizzatore di un Pescara giunto nono in campionato. Poi ancora in prestito nella stagione successiva, riuscendo a migliorarsi a Catania, sempre in B, realizzando 8 reti in 33 partite, svariando sempre fra la trequarti e l’attacco, senza però riuscire ad evitare la retrocessione in serie C dei siciliani. Non fu abbastanza per convincere l’Inter e così nell’estate del 1977, Bortolo, fu ceduto al Brescia, in serie B, a titolo definitivo. Quello al Brescia fu un triennio felice. 109 presenze e 28 reti in campionato. Titolare inamovibile, fu tra i protagonisti del terzo posto in serie B della stagione 79-80 che determinò il ritorno in serie A delle “rondinelle”. 9 gol in 36 partite, dividendosi sempre fra centrocampo e attacco, con sacrificio e abnegazione. La grande stagione non gli valse però la conferma.

Fu ceduto al Taranto, in serie B, nell’estate del 1980, in cui gli fu negata la gioia del grande salto nella massima categoria. Il debutto in quella serie A, sconvolta dallo scandalo del totonero e delle scommesse clandestine, orfana delle retrocesse a tavolino, Lazio e Milan, la cui lotta per la salvezza fu distorta dai punti di penalizzazione inflitti a Bologna, Perugia e Avellino e che vedeva lo scudetto cucito sulle maglie nerazzurre dell’Internazionale allenata da Eugenio Bersellini. Quella serie A in cui approdarono nell’estate del 1980 campioni del calibro di Falcao alla Roma, Brady alla Juventus e Prohaska all’Inter, fu negata a Bortolo che ricominciò così dalla Puglia, in serie B, giocando più in attacco, stavolta, che sulla trequarti. Fu una stagione deludente quella 80-81. Il Taranto arrivò 18° e retrocesse. Il rendimento di Mutti fu discontinuo, come quello della squadra. Nonostante tutto realizzò 9 reti in 32 partite e il 7 dicembre 1980 divenne il protagonista assoluto, con una doppietta, della leggendaria vittoria per 3-0 del Taranto sul Milan allenato da Giacomini, una delle sconfitte più clamorose della storia rossonera. Arrivò poi la grande occasione, nell’estate del 1981, a 27 anni, di ritornare a casa, giocando per l’amata Dea, quando fu sancito il passaggio di Bortolo dal Taranto all’Atalanta militante allora, in serie C1. Due promozioni in 3 anni. La scalata dalla serie C1 alla serie B sotto la guida tecnica di Ottavio Bianchi e poi sotto la guida di Nedo Sonetti qualche infortunio, qualche acciacco, ma anche la promozione in serie A con gli orobici. 24 reti complessive in 99 partite di campionato con la Dea. 3 gol in 28 partite nell’anno del ritorno nella massima serie, la stagione 83-84, in cui l’Atalanta vinse il campionato di serie B.  Nell’estate 1984, il trentenne Bortolo, considerato ormai in parabola discendente, fu ceduto al Mantova in serie C2. Il debutto in serie A da calciatore restò così un sogno irrealizzabile. Col Mantova conquistò una promozione in serie C1 e giocò fino all’estate del 1987, quando passò al Palazzolo in interregionale, iniziando una carriera di player-manager all’inglese e appendendo definitivamente le scarpe al chiodo nel 1988. Proprio alla guida del club lombardo, visse la prima esperienza esclusiva in panchina, prima salvando la squadra dalla retrocessione in promozione lombarda e poi guidando la squadra, dopo la fusione con la Grumellese, alla promozione in serie C2. Nell’estate del 1991 passò al Leffe guidandolo alla promozione in serie C1. Dopo essere stato posto sotto osservazione per un periodo di tempo, fu ingaggiato nell’estate 1993 dall’Hellas Verona, in serie B in cerca di rilancio dopo la deludente esperienza con Edoardo Reja. La prima grande occasione di una carriera da allenatore in ascesa era giunta per Bortolo, ma i risultati alla guida dell’Hellas non furono esaltanti. Al termine del biennio alla guida degli scaligeri, seppur l’obiettivo dichiarato era la pronta risalita nella massima serie, arrivarono soltanto un 12° e un 10° posto.  Rimasto senza squadra nell’estate del 1995, non dovette aspettare molto per ripartire. L’occasione si presentò a fine settembre, sempre in serie B e gli fu offerta dal Cosenza. I calabresi, gli affidarono la panchina dopo l’esonero di Silipo alla terza giornata e Mutti condusse i rossoblù a un ottimo undicesimo posto contribuendo alla crescita di un grande talento come Cristiano Lucarelli, allora ventenne, che realizzò 15 reti nel torneo, divenendo il miglior realizzatore della squadra. Nell’estate del 1996, il Piacenza orfano di Gigi Cagni, passato al neopromosso in serie A Hellas Verona, gli affida la panchina. Finalmente il coronamento di tutta la carriera, quella serie A tanto sognata, si concretizzò davanti ai suoi occhi all’età di 42 anni. Quella serie A che tanto spesso da calciatore aveva solo sfiorato, era divenuta finalmente una realtà. La sfida non era per nulla facile. Conquistare la salvezza con un club considerato a fine ciclo, che aveva appena perso l’allenatore a cui era legato il periodo più glorioso della sua storia, affidandosi ad un progetto filosoficamente italiano, in un campionato sempre più preda dello sconvolgimento prodotto dalla legge Bosman e dal libero tesseramento dei calciatori appartenenti all’area di Schengen, per effetto della costituzione dell’unione europea. Il Piacenza guidato da Bortolo Mutti. Unica realtà italiana in un campionato di serie A, quello 96-97, che vide ben 55 volti nuovi, nella massima serie, provenienti dall’estero aggiungersi ad elementi più o meno di spicco, già consolidati per il nostro campionato. I pronostici erano tutti contro gli emiliani alla vigilia del torneo, anche perché il bomber Nicola Caccia era stato ceduto al Napoli e sostituito con il centravanti rivelazione dell’Avellino Pasquale Luiso, autore di 19 reti nel precedente campionato di serie B in maglia irpina. Ma spesso i pronostici sono fatti per essere sbagliati. Mutti guidò una bellissima realtà di provincia, nata per stupire, giornata dopo giornata. Fu giustiziere di Oscar Washington Tabarez e del Milan guidato dall’uruguaiano, come gli capito il 7 dicembre 1980, quando da calciatore, indossando la maglia numero 9 del Taranto, sconvolse i rossoneri allora guidati da Giacomini in serie B. Era dicembre anche quel giorno del 1996. Il primo precisamente quando una stupenda rovesciata, un capolavoro del ribattezzato” Toro di Sora”, Pasquale Luiso, affossò i rossoneri e costò la panchina al mai amato dal presidente Berlusconi, Tabarez riportando Arrigo Sacchi alla guida dei rossoneri. Un 3-2 storico, scolpito per sempre nella memoria di tutti gli appassionati di questo sport. Epico come lo spareggio per la permanenza in serie A del 15 giugno 1997, che sul campo neutro di Napoli, vide trionfare Mutti e i suoi ragazzi sul Cagliari. Una doppietta di Luiso e una autorete di Berretta, marcarono a tinte di rosso la vetta di una carriera di uomo silenzioso e riservato, un umile lavoratore di una nobile provincia operaia che solo due mesi dopo, sarebbe stato scelto dal Napoli per il rilancio tecnico di una squadra e di una società, che pativa ancora enormemente il vuoto lasciato dal Pibe de Oro, sua maestà Diego. Ma i presupposti di rilancio non ci furono neppure allora e Bortolo fu fagocitato prestissimo coi sogni partenopei. Bastarono 4 sconfitte in 7 partite ufficiali per dire addio a Napoli. Ripartì da casa, dalla serie B. Nell’estate del 1998 arrivò la chiamata della Dea appena retrocessa in cadetteria. Ma l’aria di casa non sortì gli effetti sperati. La stagione fu deludente e per i bergamaschi arrivò solo un sesto posto nonostante i presupposti della vigilia. Mutti tornò quindi al sud, richiamato a Cosenza, nell’estate 1999, sempre in serie B, là dove aveva lasciato ottimi ricordi. Dopo due buoni piazzamenti coi calabresi, fu scelto per il rilancio di una piazza ambiziosa. Nell’estate del 2001 arrivò la chiamata del Palermo. C’era molto fermento. La società controllata da Franco Sensi, presidentissimo della Roma e presieduta da Sergio D’Antoni volle porre le basi per un rilancio in un campionato difficile che presentava all’avvio compagini del calibro di Napoli, Bari, Sampdoria, Genoa, Cagliari, Siena e Vicenza. A dirla lunga fu la classifica finale che non vide nessuna di queste società riuscire a beneficiare della promozione che fu centrata da Como, Modena, Empoli e Reggina. Una serie B di una qualità tecnica impressionante. Ma il Palermo di Mutti fu attrezzato per ben figurare, ponendo le basi di una squadra destinata a grandi risultati e più importanti palcoscenici. Nell’estate del 2002 mentre il Palermo passava nelle mani dell’ex presidente del Venezia, Maurizio Zamparini, Bortolo Mutti veniva scelto per una nuova avventura in Calabria, questa volta alla guida della Reggina. Questa volta in serie A. Avventura sfortunata per Mutti, sostituito a novembre da De Canio. Non per la Reggina che riuscì a raggiungere il 14° posto e a salvarsi. Il buon Bortolo rimase senza squadra per 11 mesi, ripartendo poi da Messina, in serie B, alla guida dei giallorossi, che avevano appena esonerato Vincenzo Patania e portandoli fino al quarto posto e alla storica promozione in serie A, trascinati dalle 19 reti messe a segno da Arturo Di Napoli, bomber di scuola Inter, dalle parate di Marco Storari, dalle sgroppate di Alessandro Parisi e dalla tenacia di Carmine Coppola. È l’inizio di un periodo d’oro per Bortolo Mutti, che nella stagione successiva alla guida dei siciliani in serie A, ottenne uno storico settimo posto, vero e proprio apice e coronamento di una carriera. Un piazzamento finale che ebbe dell’incredibile sullo sfondo di un calcio italiano malato, che stava per subire gli sconvolgimenti delle inchieste giudiziarie. Fra gli eroi della squadra, il più presente difensore della nazionale iraniana, Rahman Rezaei, una vera e propria diga. Simbolica e premonitrice la vittoria del 22 settembre 2004 a San Siro alla terza di campionato. Dopo aver battuto 4-3 la Roma in casa e aver strappato un punto a Parma, contro il Milan, vittima preferita di Mutti. Fu 2-1. La più bella pagina della storia del club siciliano scritta dal suo condottiero, unico a far sussultare i cuori dai tempi di Zeman, Franco Scoglio e Schillaci. La bella favola si concluse nella primavera del 2006. Successivamente al pareggio interno per 1-1 con l’Udinese, Mutti fu sostituito con Giampiero Ventura, che fece il suo debutto subendo un secco 3-0 a San Siro dall’Inter. Il Messina concluse il campionato al 18°posto, retrocedendo sul campo. Ironia della sorte riuscì a salvarsi, ripescato successivamente alla deflagrazione del più grande scandalo che coinvolse il calcio italiano. “CALCIOPOLI”. Bortolo Mutti ripartì dalla serie B, stavolta al nord, dopo anni in cui vi mancava. Ma i 14 mesi trascorsi a Modena non furono esaltanti. Da dimenticare assolutamente la breve parentesi alla guida della Salernitana. Subentrato a Castori nel dicembre 2008 fu esonerato dopo appena 5 partite e sostituito dallo stesso Castori. Dopo un anno venne chiamato nuovamente in serie A, a casa, chiamato alla grande impresa di salvare dalla retrocessione l’amata Dea dopo le dimissioni di Antonio Conte. Ma non ci riuscì. Dopo quello splendido apice raggiunto dal suo Messina, il successo sembrò irraggiungibile, come la possibilità di vedersi affidare una panchina in estate. Nel febbraio del 2011 il Bari gli affidò la squadra, dopo aver esonerato Giampiero Ventura, con l’obiettivo di salvarsi. Ma non è più tempo di imprese. Messina è sempre più lontana. Venne allontanato dopo 14 partite. Nel dicembre 2011 gli venne affidata la panchina di serie A di un Palermo nel caos, dove il “mangia allenatori” Maurizio Zamparini, aveva già cacciato Pioli e Mangia. La pacatezza e la serietà di Bortolo, riportano serenità e dignità all’ambiente, centrando il 16° posto e la salvezza. Dopo le ultime 25 panchine di serie B fra Padova e Livorno, a cavallo fra il settembre 2013 e il gennaio 2016, Mutti tornò a casa, nella nobile silenziosità della sua provincia e di quella persona riservata, schiva e gentile, che le inchieste sul calcioscommesse del luglio 2012, col deferimento per omessa denuncia, non riuscirono a intaccare e in tanti spero si uniranno ai miei auguri di buon compleanno per uno dei volti più simbolici del calcio di provincia degli ultimi 40 anni. Un manifesto dell’operosità di un uomo di sport che ama molto la concretezza e poco gli allenatori incravattati.

Bortolo Mutti, la silenziosa nobiltà del calcio di provincia.

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Nato nel 1976, ho iniziato ad amare il calcio, dal 1983, da quelle prime figurine attaccate al mio primo album Panini. Un calcio romantico ormai scomparso che aveva il potere di far sognare tutti, proprio tutti. Fotografo artistico, fotoreporter e opinionista sportivo. Racconto la realtà ma amo scrivere di quel passato che mi fa tornar bambino.

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