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Storie

La fuga per amore (?) dell’atomico Boyè – Prima Parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Pierpaolo Viaggi) – “Vogliamo raccontarvi una storia di vita coniugale, una storia insolita, una di quelle storie che lasciano un po’ perplessi e un po’ malinconici. Perché hanno sì, queste storie, un loro significato particolare e una loro morale ma, in fondo, lasciano il tempo che trovano, molto spesso ripetendosi nella vita di ogni giorno. Però questa che noi vogliamo raccontarvi, ha un certo interesse e un certo sapore e una certa prurigine; perché è una storia vissuta veramente e collegata a un clamoroso episodio; anzi, diremmo addirittura determinante l’episodio clamoroso che tutti i giornali hanno in questi giorni sfruttato e la gente si domanda se ne valesse la pena, che anche i giornali più seri, compassati, musoni, di siffatte “coserelle” trattassero tanto ampiamente (riservandovi prime pagine e titoloni a scatola e foto) ed era la stessa gente che poi si ci buttò su avidamente e disillusa sarebbe rimasta se così non fosse accaduto; non avendo il coraggio civile di comportarsi, in separata sede, al modo istesso di quando è in pubblico e vuole assumere toni di sprezzante indifferenza. “Quanto rumore per un Boyè che scappa…”

Così iniziava l’articolo che Aldo Merlo confezionò per i lettori della Gazzetta dello Sport il 1° febbraio 1950 commentando quella che fu un’autentica fuga dall’Italia, dal Genoa, dell’asso argentino Mario Boyè.

Articolo della Gazzetta dello Sport del 1° febbraio 1950

Noi preferiamo iniziare da un giorno di metà agosto del 1949 quando Boyè si presentò nella sede di Piazza De Ferrari accolto da una folla entusiasta che a molti ricordò identiche scene viste quasi vent’anni prima all’arrivo di un altro grande “porteño”, Guillermo Stabile. Forse, è meglio ancora iniziare da qualche mese dopo, l’8 gennaio 1950, da quel Genoa-Triestina 6-2 che segnò di fatto l’ultima osannata rappresentazione di Boyè, l’inizio della fine. Come scrisse sempre Aldo Merlo sulla Gazzetta dello Sport: “un campionario di gol (ndr 4) per tutti i gusti, anche i più raffinati” che lo portarono ad esclamare: “Anche il Genoa ha il suo “matador”? Riprendendo antiche usanze di oltre Oceano, Boyè si è rimesso infatti a macinare gol con la facilità del prestigiatore”.

Nessuno avrebbe potuto immaginare che quel poker avrebbe rappresentato l’ultimo “piatto” vincente, che neppure tre settimane più tardi “el señor de la cancha” avrebbe lasciato l’Italia e i tifosi, non solo genoani, sbigottiti per quella che fu un’autentica fuga di cui nessuno riuscì mai a sapere i reali motivi malgrado i tanti racconti, le tante voci, quelli che oggi sarebbero chiamati “gossip”, che attorno a quell’episodio fiorirono. Ancora parecchi anni dopo, a metà degli anni sessanta, Edilio Pesce, uno dei cantori più illustri di fatti genoani, raccontò di aver rivisto il campione argentino nella sua pizzeria a Buenos Aires e di aver cercato, dopo i convenevoli di rito, di tornare sull’argomento: “una smorfia di amarezza e disturbo increspò il suo viso lasciando cadere il discorso…”

Né poteva mancare il racconto di un altro grande aedo di storie rossoblù, Gianni Brera, su quello che se non altro per aver avuto epilogo a Roma merita pure esso l’epiteto di “pasticciaccio brutto”.

foto pianetagenoa1893.net

Racconta dunque Brera che Boyè “si porta dietro la giovane e bella moglie ma per non lasciarla sola le impose la compagnia della madre (sua di lui). La moglie si chiama Rita ed io qui posso scrivere abbastanza sicuro del fatto mio che il trionfante Boyè abbia accettato di venire a Genova proprio per sottrarre la Rita alle insane tentazioni della ciudad rioplatense (…) Finisce che un brutto giorno, dopo averne presi 3 a Roma, il Genoa perde il suo elemento più dotato: Boyè resta a Roma con moglie e mammà. Il buon vecchio Falcone, che ha accompagnato la squadra, si accorge della gherminella e tenta invano di sventarla. Boyè è un uomo finito: la sua fuga in Italia è miseramente fallita e un amore fatale richiama la Rita a Baires (…) Comunque sia andata, Boyè ha riportato la moglie al suo grande amore e finalmente ha potuto divorziare (…)”.

Volendo considerare nulla più che una distrazione il fatto che la moglie si chiamasse Elsa e non Rita, il racconto di Brera riassume la versione più accreditata ma resta il fatto che il grande giornalista/scrittore, già in altre circostanze a proposito del Genoa, ha mostrato di lasciare un po’ troppo allentate le briglie alla sua “fantastica” – nel senso di un eccesso talora di fantasia – vena narrativa.

A seguire da vicino la vicenda fu soprattutto Aldo Merlo. In uno dei primi articoli sulla vicenda per la Gazzetta dello Sport, sottolineava l’assoluta imprevedibilità di simile conclusione dell’avventura italiana di Boyè. Tutto sino ad allora si era svolto nella più assoluta normalità: dopo uno scontato periodo di acclimatamento al nostro campionato e a prendere confidenza coi compagni di squadra, aveva ripreso con i ritmi realizzativi (12 gol in 18 presenze) che lo avevano posto in evidenza in terra argentina ed ora rappresentava la punta di diamante del Genoa. Anche con Società e tifosi i rapporti erano decisamente buoni: era stato trattato nel migliore dei modi, era costato parecchi quattrini – una grossa somma di pesos, pari a 14 o 15 milioni di lire italiane, pagata alla società di appartenenza, il Boca Juniors – e aveva percepito un ingaggio dai 3 ai 5 milioni di lire. All’arrivo a Genova, era stato accolto con tutti gli onori ed era ben visto da tutti. Metteva nelle competizioni un’accentuata volontà di vittoria.

Al termine della partita con i giallorossi romani, Boyè aveva chiesto al segretario del Genoa, Falcone, il permesso di rimanere nella capitale per salutare la madre e la moglie in partenza due giorni dopo per l’Argentina. Anche Aballay aveva chiesto di andare a salutare la moglie, ma si era limitato a domandare un permesso di un paio d’ore per poi rientrare in seno alla squadra. Questo particolare aveva insospettito Falcone che prima di concedergli il permesso, lo aveva avvertito che non sarebbe stato bene qualche suo gesto impulsivo, tanto più che non vi erano ragioni per commettere una scorrettezza nei riguardi della società. Boyè aveva rassicurato Falcone e quasi con le lacrime agli occhi aveva replicato di essere un galantuomo e che sospetti del genere lo addoloravano fortemente. Falcone concesse il permesso ma chiese ad un giornalista romano, Vassallo, di appurare le reali intenzioni del giocatore; e per Vassallo non fu difficile verificare che mentre Aballay aveva prenotato un posto per sua moglie, Boyè ne aveva prenotati tre, di cui uno in bianco.

La Società rossoblù, sia pure colta di sorpresa, si mise subito in movimento. Venne telegrafato a Roma alla Federazione Calcio, furono avvertite le autorità consolari argentine e la Questura e partirono per la Capitale con una circostanziata denuncia firmata dal presidente Poggi, il consigliere Danovaro e Tosi, il factotum del Genoa. Malgrado le assicurazioni avute dalla Questura di Genova che con tale sistema il giocatore si sarebbe potuto fermare, a Roma i due delegati rossoblu si trovarono di fronte al reciso rifiuto delle autorità di polizia romane, le quali risposero che non potevano intervenire nella faccenda non essendovi gli estremi per poterlo fare. Allora Danovaro e Tosi raggiunsero Ciampino per cercare di convincere Boyè a recedere dall’antipatico gesto ma senza risultato.

Furono parecchi a chiedersi perché la società avesse lasciato nelle mani del giocatore il passaporto; particolare di relativa importanza in quanto ai cittadini argentini veniva rilasciato dal proprio consolato, a semplice richiesta, il lasciapassare per rientrare in patria. Prendeva sempre più consistenza l’impressione che tutto non fosse stato così improvviso come si riteneva inizialmente. A parte il fatto che la moglie di Boyè parlava dell’Italia come di una “prigione” e mai aveva fatto mistero del suo ostinato intento di rientrare a casa, nel clan rossoblu si era fatta strada la sensazione che sul giocatore fossero state fatte pressioni che esulavano dal semplice ambito sportivo. Era infatti trapelato che una quindicina di giorni prima, nello spogliatoio, Boyè si fosse lasciato sfuggire la frase: “Ora arriva un telegramma di Peròn e andremo a fare i campionati del mondo…”.

Non era perciò da escludere che la frase andasse messa in relazione alla campagna in atto in Argentina per il ricupero dei calciatori più famosi emigrati. Sotto questo profilo è interessante notare come sulla rivista “Goles” del 29 novembre, sotto il titolo “Non dubitiamo: o torneranno o ce li andremo a prendere” campeggiasse una fotografia proprio di Boyè con la dicitura: “El atòmico, un’altra delle indiscutibili figure della rappresentativa argentina sul cui ritorno circolano voci non controllate”.

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