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Libri: “Mondiali 1982. La rivincita”. Italia vs Germania

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), il secondo estratto del libro “Mondiali 1982. La rivincita” di Francesco De Core, Vicedirettore del Corriere dello Sport-Stadio, edito da Diarkos.

L’estratto, scelto di concerto con l’autore, si riferisce alla finale di quel Mondiale epico, Italia vs Germania.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

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“Nello spogliatoio i magazzinieri hanno sistemato le divise e gli scarpini. In maniera accurata. Gli azzurri vanno in campo per il riscaldamento. Come sempre c’è Cesare Maldini ad accompagnarli, a dare loro le ultime indicazioni, dettagli che a volte possono essere risolutivi come una frase di conforto, di attenzione, di sostegno. Lo stadio è fasciato dal tricolore. Oltre 40 mila gli italiani: a un’ora dal fischio d’inizio, il Bernabeu è attraversato da elettricità allo stato puro.

Al rientro, le ultime parole del Vecio. «Ragazzi, parliamoci chiaro. Arrivati a questo punto sarebbe assurdo non farcela. E ricordatevi: la velocità è più importante della potenza. E noi siamo più veloci di loro. Può darsi che vi riempiano di lividi: ma prima devono prendervi». I ragazzi sentono, nel silenzio, di essere una cosa soltanto. Sanno che vinceranno solo restando uniti, compatti nella sofferenza e nelle difficoltà, d’aiuto l’uno con l’altro. Diversamente, sarebbero votati alla sconfitta. Stare di qua o di là: una notte, novanta minuti per deciderlo.

Non manca di tenersi il consueto rito propiziatorio: stavolta è Zoff, il capitano, e non Conti, a inginocchiarsi davanti ai compagni per lanciare il grido di battaglia. Gentile e Tardelli gli mettono le mani sulla testa. Dino sussurra: «Chi si ritira dalla lotta…» E gli altri, urlando con tutto il fiato in corpo: «È un gran figlio di mignotta!»

Rossi indossa la catenina portafortuna, Tardelli una madonnina sotto un parastinco. Salgono insieme, Italia e Germania. Gli sguardi si incrociano, gli uni temono gli altri e viceversa. C’è grande rispetto. Enorme. Sono le 19 e 55. All’apparire sul terreno di gioco, un boato. Tutto di marca italiana. Il nostro inno è cantato da più di mezzo stadio. Una voce sola scuote Madrid. Macchie tedesche, ma appunto macchie, nell’azzurro dipinto d’azzurro.

La voce ufficiale scandisce le formazioni. L’Italia schiera Zoff, Bergomi, Cabrini, Gentile, Collovati, Scirea, Conti, Tardelli, Rossi, Oriali, Graziani. La Germania gioca con Schumacher, Kaltz, B. Foerster, Briegel, K.H. Foerster, Stielike, Littbarski, Dremmler, Fischer, Breitner, Rummenigge. Arbitra un brasiliano di Rio de Janiero, Arnaldo David César Coelho, che di mestiere fa il professore di educazione fisica: è il primo sudamericano a dirigere una finale mondiale. Soprattutto ha fama di essere fischietto autorevole ed energico. Unica, magra consolazione per il movimento brasiliano, che nel frattempo guarda la partita con spirito desolato e allestisce il processo a Santana, reo di essere tornato a casa a mani vuote, sconfitto e scornato.

Gianni Brera, nell’ultimo articolo, ha appena invocato Santo Catenaccio. Non deflette dalle sue posizioni, è convinto fermamente che Bearzot sia stato come folgorato sulla strada dell’unico modo che l’Italia possiede per giocare al calcio e imporsi. «In passato li abbiamo sempre battuti, tranne due volte: e sempre li abbiamo infilati toreandoli come ciechi e impetuosi aggressori […]. I tedeschi sono più forti e gli italiani li possono battere solo se riescono a farli infilzare sul loro ferro: cioè, per uscir di metafora, se si rimettono all’antica e taumaturgica rudezza di Santo Catenaccio».

Ma l’Italia non è solo catenaccio. Ha una capacità moderna di adattarsi al dispositivo altrui e nel contempo di imporre il proprio, fatto di scambi rapidi, di tagli veloci, di improvvise accelerazioni. Non solo difesa, non solo passività, e contropiede. Bearzot è il compendio di questa evoluzione. Sperimentata in “laboratorio” e adattata in campo. La squadra lo segue. Lo seguirebbe dappertutto, come avvenuto anche nei momenti più scabrosi.

E la favola del gioco duro che si è attaccata come una etichetta posticcia sul logo Italia viene puntualmente smentita dopo appena otto minuti della finale. Ancora una volta, come contro la Polonia, è Graziani a pagarne le conseguenze. Dopo un paio di conclusioni di Littbarski e Rummenigge, ben poco pericolose, l’attaccante della Fiorentina viene affrontato da Dremmler sulla trequarti: il tedesco in scivolata prende il pallone, ma fa carambolare Graziani rovinosamente a terra. Spalla destra lussata, lacrime agli occhi e partita finita. Al suo posto, senza snaturare l’architettura tattica e gli equilibri collettivi, entra Altobelli, prima opzione alternativa in attacco. Ora, è il momento di mostrare che lui, Spillo, di quella finale può essere protagonista alla pari di compagni e avversari. E non per circostanza fortuita.

La Germania spinge. Sospetta di non avere risorse per novanta minuti; teme che, in fondo, la semifinale epica vinta contro la Francia diventi, alla fine, un peso. Il risvolto più amaro di quella magnifica rimonta. Ma la difesa azzurra non sbanda mai. Attenta, precisa. Chiude ogni varco. E quando il livello di intensità sale, si fa trovare pronta. Breitner, Gentile e Tardelli pagano il conto salato del gioco che si fa più duro. Ma restano in campo.

Al 24’, il primo vero scossone alla gara. Altobelli, in veste di rifinitore, apre sulla destra per Conti, che a sorpresa si inserisce alle spalle di Briegel: il tedesco frana addosso al romanista. Ed è rigore. Lo urla due volte Martellini all’Italia davanti alla tv prima che l’arbitro indichi il dischetto. La posa di Coelho, abituato a muoversi con una certa enfasi, è inequivocabile. Conti resta a terra, ma la barella può attendere. Rossi si avvicina a Cabrini: sono loro i rigoristi designati da Bearzot. «Antonio, te la senti?» «Sì, sì…»

Così Pablito si allontana, Cabrini prende palla e la sistema con cura sul dischetto. Mentre sta per prendere la rincorsa, un petardo esplode vicino al pallone. Si alza un rivolo di fumo. Cabrini non se ne cura. Parte deciso e calcia di sinistro. La palla finisce fuori, alla sinistra di Schumacher che ne aveva intuito la direzione. «Fuori, fuori, fuori…» dice in preda allo sconforto Martellini. Il portiere tedesca alza il dito come a dire: ecco il segno del destino, vinceremo noi.

Cabrini, con le mani sulla testa, è come imbambolato, sotto choc. I compagni lo rincuorano, lo scuotono, ma Antonio vaga per il campo: sembra un fantasma immerso in un’altra dimensione, ipnotizzato. C’è un attimo di silenzio in cui piomba il Bernabeu. Ma la partita riprende subito, i tedeschi si rifanno avanti dopo lo scampato pericolo. Una punizione di Conti viene bloccata da Schumacher, la replica di Dremmler, su sponda di Rummenigge, finisce in curva.

Negli spogliatoi, alla fine del primo tempo, gli azzurri hanno una sola missione: recuperare Cabrini”.

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