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Donne in Gi(u)oco

ESCLUSIVO – Intervista a Luciana Meles: “La vittoria della Coppa Europa del ’69 tra i ricordi più belli”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Giovanni Di Salvo) – La ragazza Cento-sport: così titolava il giornale Tutto sport nel 1968 per esaltare i successi ottenuti da Luciana Meles. Infatti la piacentina è stata un’atleta polivalente e capace di primeggiare praticamente in tutte le discipline in cui si è cimentata: judo, nuoto, atletica (lancio del peso e del giavellotto), ciclismo e calcio. E naturalmente il mondo del pallone non ha lesionato soddisfazioni e trofei: la Coppa Europa vinta con la nazionale nel 1969, lo scudetto conquistato proprio cinquant’anni fa con il suo Piacenza e la Coppa Italia conquistata nel 1977 con la Lubiam Lazio. A livello individuale poi, tra i tanti riconoscimenti ricevuti, c’è la nomina a Cavaliere Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana conferita il 2 giugno del 1992 per meriti sportivi, la Stella d’Argento assegnatagli dal CONI nel 2021 ed il Premio Fair Play alla carriera nel 2019.

A quale età inizia a giocare e quale è stata la sua prima squadra?

“Ho cominciato nel 1966 per puro caso perché già praticavo atletica e judo. Fu proprio una mia compagna di arti marziali, che faceva parte nella Pro Loco Travo (sodalizio piacentino fondato da Paolo Gabbiani e che poi nel 1969 assunse la denominazione di Piacenza ndr) che mi spinse a provare. Così mi sono presentata al campo e non appena mi hanno visto giocare mi hanno fatto subito entrare in squadra. Da lì è partita la mia carriera di calciatrice.”

Quale ruolo ricopriva e quali erano le sue caratteristiche?

“A quei tempi non avevamo dei ruoli ben precisi. Io già praticavo altri sport e pertanto avevo delle ottime doti atletiche, perciò decisero di schierarmi a centrocampo. Infatti percorrevo il campo in lungo e in largo, non mi fermavo mai e rispetto alle altre compagne avevo una marcia in più. Inoltre ero brava nei dribbling e possedevo un’ottima visione di gioco. Infatti cercavo di evitare i contrasti smistando la palla prima che le avversarie mi venissero addosso, così non prendevo calci e difatti non ho mai subito seri infortuni. La mia maglia era la numero otto ed ero specializzata anche sui calci d’angolo, punizioni e rigori.”

È stata una sportiva a trecentosessanta gradi. Ci racconta come coniugava i suoi molteplici impegni?

“Premetto che a me piacciono tutti gli sport e non ve n’era uno che preferivo in particolare. Basti pensare che ho anche imparato da sola a cavalcare ed a sciare. Tornando alla sua domanda, riuscivo a praticare contemporaneamente più discipline organizzandomi la giornata in questo modo: la mattina mi dedicavo all’atletica, il pomeriggio al calcio e la sera al judo. Inoltre, nel tempo libero, ho frequentato dei corsi ed ho conseguito diversi diplomi in ambito sportivo come il titolo di istruttrice di nuoto, di pallavolo, di pallamano ed il brevetto di bagnina. Non ho voluto conseguire, però, il tesserino di allenatrice per il calcio.”

Le prime grandi soddisfazioni nel calcio arrivato nel 1971. Il Piacenza è protagonista di un bellissimo testa a testa con la Roma, con la vittoria matematica dello scudetto che si concretizza alla penultima giornata. Quando avete avuto la consapevolezza che potevate vincere il titolo?

“Onestamente quell’anno eravamo una corazzata. È stata una bella volata con la Roma sebbene debba ammettere che c’era un grosso dislivello tra le formazioni che occupavano le prime posizioni e le restanti, tanto che noi abbiamo vinto diverse partite con risultati larghi. La vittoria matematica dello scudetto è arrivata il 7 novembre alla penultima giornata con il successo casalingo a tavolino contro l’Audax, che rinunciò a disputare la trasferta. In ogni caso, anche se la partita contro le romane si fosse disputata, sono certa che non sarebbe cambiato nulla perché avremmo vinto ugualmente (la squadra laziale era ultima in classifica ndr). Eravamo veramente un bel collettivo e c’era una grande armonia tra di noi e col Mister Bertuzzi. Ricordo che per festeggiare lo scudetto il nostro sponsor Dante Gabbiani, che non era imparentato con Paolo Gabbiani (il fondatore della squadra ndr), organizzò una cena in un noto locale di Piacenza e ci premiò con una targa.”

Quanto fu importante avere uno sponsor del calibro della Brevetti Gabbiani?

È stato fondamentale. Il campionato era molto dispendioso perché avevamo lunghe trasferte come Roma, Napoli, Cagliari e Messina. Infatti ci spostavamo in aereo e mangiavamo e pernottavamo fuori. In quegli anni vi erano diverse ditte che volevano sponsorizzarci ma Dante Gabbiani fu quello che mise sul piatto la cifra più alta rispetto agli altri. Tra l’altro noi giocatrici venimmo anche assunte nella sua azienda. Ad esempio io ero nell’ufficio produzione ed andavo a vedere il montaggio delle macchine girando tra i capannoni con la bicicletta. Il mio ingaggio di 6 milioni, ero la più pagata ma penso che all’epoca non lo sapesse nessuno delle mie compagne, me lo diede proprio lo sponsor e così potei acquistare una Fulvia Coupé. In realtà io avevo anche uno sponsor personale, una ditta di Fiorenzuola, che mi forniva il materiale sportivo: palloni, tute e scarpe, tant’è che ho sempre utilizzato la Pantofola d’oro. “

Il calcio, inoltre, quell’anno le ha permesso di incontrare anche tanti campioni.

“Si esatto. Infatti quando la squadra maschile del Piacenza giocava in casa e noi non eravamo impegnate nel nostro campionato, prima del fischio d’inizio scendevamo in campo anche noi e consegnavamo alla squadra avversaria un mazzo di fiori ed un gagliardetto e poi facevamo una foto di rito. Il 1° settembre del 1971 abbiamo incontrato anche i giocatori dell’Inter, impegnati in un’amichevole. Il calciatore che più mi rimase impresso fu Facchetti, gran giocatore. E poi ho avuto anche la possibilità di conoscere Rivera, il mio idolo, e Prati del Milan. Molti giornalisti mi hanno paragonato proprio a Rivera. Giancarlo Summonte, invece, mi ha accostato a Benetti ma io non mi trovo d’accordo perché avevamo un modo di giocare molto diverso: lui era un mastino mentre io, al contrario, evitavo il gioco duro.”

Nel 1973 avviene il passaggio alla Lazio. Cosa la spinse a lasciare la sua Piacenza?

“Quell’anno erano sorti dei dissapori tra Paolo Gabbiani e Dante Gabbiani, che difatti non sponsorizzò più la squadra. Intanto mi arrivò una proposta della Lubiam Lazio che mi offrì un ingaggio più alto di quello che percepivo. Così, insieme a mia sorella Tiziana e a Rosa Rocca, che giocavano con me a Piacenza, ci siamo dette: “Ma dai, proviamo a fare un’esperienza diversa in un altra squadra”. Venimmo poi contattate da Mario Cappellini, il nuovo sponsor del Piacenza, ma in ogni caso ormai avevamo dato la parola a Valbonesi e quindi non ci saremmo tirate indietro. L’8 agosto del 1977 a Rimini vincemmo la Coppa Italia ai calci di rigore, spezzando una maledizione che ci aveva visto sconfitte per due volte in finale. Io, mia sorella Tiziana e Sossella, tutte rigoriste, sbagliammo il nostro tiro ma ci pensò Maura Furlotti, che chiamavamo il “Professore” perché giocava molto molto bene, a realizzare il penalty decisivo. Quella fu la mia ultima stagione con la Lubiam Lazio.”

Poi come si articola la sua carriera?

“Dopo la Lazio avevo voglia di riavvicinarmi a casa e l’occasione si presentò quando mi contattò la Metro Rodengo. Nel frattempo mia sorella si era sposata e non giocava più mentre Maria Rosa Rocca non trovò un accordo con la squadra bresciana e così le nostre strade si divisero. Rimasi per due stagioni poi il club si sciolse, probabilmente perché era venuto meno il supporto dello sponsor. Intanto nelle vicinanze c’era l’Alaria Bergamo, che militava in serie B. Così proposi alle mie compagne di restare insieme e di trasferirci lì. Mi feci portavoce della loro richiesta d’ingaggio e quando sentirono quale era la mia tutte loro erano convinte che non sarebbe mai stata accettata. Ed invece la società bergamasca me lo concesse. Concordai con loro di darmi metà di quanto pattuito ad inizio stagione e l’altra metà solo in caso di promozione. Ho indossato la maglia dell’Alaria solamente per quel campionato di serie B, infatti mi rendevo conto che la mia carriera era ormai agli sgoccioli. Inoltre ero diventata fisioterapista e volevo avviare uno studio nella mia città. Così nel 1981 ritornai a giocare nel Piacenza ma ci rimasi soltanto tre mesi. L’ambiente non mi piaceva più, era una realtà completamente diversa rispetto a quella che avevo lasciato e pertanto decisi di appendere le scarpe al chiodo per dedicarmi solamente alla mia nuova attività lavorativa aprendo un grande poliambulatorio. Lo sport è bello fino ad una certa età. Finché sei giovane tutto quello che hai lo devi dare. Poi, però, devi capire quando è arrivato il momento di smettere e occorre farlo quando sei ancora all’apice delle tue capacità. Ed io ho fatto così. Successivamente mi sono occupata di una squadra amatoriale, l’OFRA IVECO, che mi ha dato grandi soddisfazioni nei campionati UISP. “

Quale è stato l’allenatore che l’ha aiutata maggiormente a crescere come giocatrice?

“L’unico che mi ha insegnato qualcosa è stato Sergio Guenza alla Lazio. Lui era un tecnico che impostava i vari ruoli. Io, ad esempio, ero il cursore destro. Ma faccio presente che a Piacenza avevo un mio allenatore personale, Guido Veneziani. Con lui sono migliorata parecchio nei palleggi ed ho imparato a calciare anche col piede sinistro. A tal proposito mi ricordo che mi faceva allenare calzando sul piede destro la scarpa da ginnastica e su quello sinistro quella da calcio.”

Nel 1978 è tra le promotrici della nascita del primo sindacato per le calciatrici. Quali erano i problemi principali della vostra categoria?

“Nel 1977 disputai l’ultima partita con la Nazionale, a Wembley contro l’Inghilterra, ed in pratica nacque in quell’occasione il primo sindacato per le calciatrici. Infatti con le mie compagne della nazionale stilammo un elenco di problematiche che necessitavano di essere risolte. Innanzitutto bisognava introdurre un’assicurazione che ci coprisse in caso di infortuni. Io ne avevo stipulato una personale ma molte mie colleghe ne erano sprovviste. Inoltre ritenevamo corretto che venisse riconosciuto un rimborso spese a tutte quante. Infatti a quell’epoca venivano pagate solamente alcune, le più brave, mentre tutte le altre no. Il progetto fu portato avanti, incontrammo Campana ed il suo avvocato che ci fornirono le linee guida da seguire. Così nel marzo del 1978 nasce l’Associazione Italiana Calciatrici e le prime riunione si tennero a Brescia nella sede dell’AIC. Vi aderirono, all’inizio, una trentina di calciatrici. Quando la Federazione ne venne a conoscenza mi convocò a Roma per avere delle informazioni e poi mi squalificò per sei mesi a seguito di questa iniziativa. Certamente ci rimasi male, provai a parlare col Presidente Trabucco ma non ci fu verso di annullare questo provvedimento. Poi subentrò Anna Caverzan, che portò con sé molte ragazze venete, e che alle successive elezioni venne eletta Presidente. Le feci i complimenti e le raccomandai di portare avanti questa iniziativa e di non far disperdere tutto quello che avevamo perché ci era costata così tanta fatica creare questo sindacato a tutela delle ragazze. Ed invece l’Associazione è andata avanti per pochi anni e tutto è finito in una bolla di sapone.”

Quali sono i ricordi più belli con la maglia azzurra?

“Certamente l’esordio avvenuto nel 1968 in occasione della prima partita in assoluto disputata dalla nazionale contro la Cecoslovacchia. Fu veramente una gran bella soddisfazione essere convocata e sentire l’inno dinanzi un pubblico numerosissimo. Ero piccolina, i particolari non li ricordo più ma l’emozione è ancora vivida ed impressa nella mia mente. 

E poi c’è la vittoria della Coppa Europa nel 1969 a Torino. Tutto fu memorabile: l’atmosfera che si respirava, la vittoria sulle danesi, la premiazione. È stato veramente qualcosa di stupendo.”

 

Si ringrazia Luciana Meles per la documentazione fotografica messa a disposizione e Massimo Farina per le fotografie della Pro Loco Travo e del Piacenza scudettato.

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Per chi volesse approfondire l’argomento:

Giovanni Di Salvo “Quando le ballerine danzavano col pallone. La storia del calcio femminile con particolare riferimento a quello siciliano”  della GEO Edizioni.

Giovanni Di Salvo “Le pioniere del calcio. La storia di un gruppo di donne che sfidò il regime fascista” della Bradipolibri (Prefazione scritta dal CT della nazionale Milena Bertolini)

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Ingegnere palermitano con la passione per il giornalismo e il calcio femminile. Autore di due libri: "Le pioniere del calcio. La storia di un gruppo di donne che sfidò il regime fascista" e "Quando le ballerine danzavano col pallone. La storia del calcio femminile".

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