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La Penna degli Altri

Jorge Carrascosa: l’uomo che rinunciò ai Mondiali

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Stefano Silvestri, su goal, racconta la storia di Jorge Carrascosa. Lui che avrebbe dovuto alzare la Coppa del Mondo nel 1978 ma decise di lasciare la nazionale poco prima della rassegna iridata.

Ecco alcuni estratti:

La Coppa del Mondo è lì, mai così vicina, alla portata di chiunque voglia toccarla e baciarla. Tutti la osservano, tutti vogliono sollevarla al cielo. Ma colui che dovrebbe farlo per primo, quel 25 giugno del 1978, non c’è. Jorge Carrascosa non è presente al Monumental di Buenos Aires. Eppure sarebbe il capitano di quell’Argentina, che da pochi minuti si è laureata campione del mondo dopo aver battuto l’Olanda in finale.

Carrascosa, che in quel 1978 non ha nemmeno 30 anni, quei Mondiali non li ha giocati. Semplicemente perché è lui ad essersi tirato fuori. Terzino sinistro, non troppo appariscente ma dal carisma strabordante, fino a un anno prima era uno dei titolari dell’Argentina e portava la fascia al braccio. 

Banfield, Rosario Central, Huracán. Il curriculum di club di Carrascosa è tutto qui. El Lobo, il lupo, vince un campionato col Central e un altro col Globo. Fa il terzino, difende meglio di quando attacca, ha valori come il sacrificio inculcati nella mente e nel cuore. Non è un fuoriclasse, non lo è mai stato. Però nel 1970, a 22 anni, debutta con la Selección. Quattro anni più tardi, dopo una lunga assenza, viene convocato al suo primo Mondiale, in Germania Ovest: gioca solo una partita e mezza e per l’Argentina, ultima nel secondo girone e battuta 4-0 dall’Olanda del calcio totale, è un mezzo disastro.[…]

Quando sulla panchina dell’Argentina si siede Cesar Menotti, già suo allenatore all’Huracán, le porte iniziano definitivamente a spalancarsi. Carrascosa è uno degli intoccabili del Flaco. Ma a un certo punto inizia ad avvertire sentimenti strani. Progressivamente, sente di non essere più quel che era in principio. Di non considerare più il pallone una parte fondamentale della propria vita.

[…]Il fútbol, poi, sta cambiando. La passione sta facendo posto al business, gli episodi di corruzione nei confronti dei direttori di gara locali non si contano, la pressione aumenta, la piaga del doping sta prendendo sempre più piede. Si guarda molto al calciatore e al suo successo e poco all’uomo. 

Fino al 1977, in realtà, tutto sembra andare per il verso giusto. Anche se Carrascosa non piace a tutti. Molti tifosi lo prendono di mira, lo accusano di essere il cocco di Menotti, di stare in Nazionale solo grazie a lui. Ma è proprio in quell’anno che Jorge segna la sua prima e unica rete con l’Argentina, contro la Germania Est. Menotti definirà quel momento “la seconda esultanza più intensa dopo quella a un goal di Avallay al Rosario Central. Ho esultato per lui, per il Lobo, che ha dimostrato alla gente quanto valeva come giocatore e come uomo. Ha sopportato i fischi più tremendi che un calciatore possa ricevere e alla fine lo hanno applaudito come se fosse Pelé”.

Menotti, durante quella partita, non può ancora sospettare che il suo pupillo deciderà di farsi da parte. Tutto accade all’inizio del 1978, al culmine di settimane di voci mai confermate. Carrascosa comunica la propria decisione al ct, che tenta invano di fargli cambiare idea. È uno choc.

Ma Carrascosa è così, lo è sempre stato. Un mistero, un antidivo. Se lui non parla, e parlare ai giornalisti non è proprio nelle sue corde, ci pensano gli altri a farlo. In quelle settimane, quelle in cui l’Argentina prepara il Mondiale senza il proprio capitano, le congetture si sprecano. Qualcuno sostiene la tesi della paura. Altri dell’opposizione al regime di Videla. Altri di idee politiche opposte a quelle di Menotti. Altri ancora tirano in ballo la sua forte chiusura nei confronti di ogni elemento esterno al gruppo del Flaco.

Ci metterà un po’, Carrascosa, a dare la propria versione dei fatti. Nel calderone dei moventi includerà anche la vittoria della Polonia sull’Italia ai Mondiali tedeschi del 1974, con tanto di incentivo economico da parte dell’Argentina ai polacchi. “Non è possibile che qualcuno giochi meglio perché gli offrono più soldi”, dirà. In sostanza, è un mix di elementi e situazioni che lo nauseano a farlo propendere per l’addio. E il regime ne rappresenta solo una parte.

È un’accusa in piena regola, un dito puntato dritto contro un mondo controverso come quello del pallone. Non è l’unica arringa. Anni dopo, a metà anni novanta, il Gráfico si ricorda di lui. Carrascosa non è esattamente felice di rilasciare un’intervista. Come sempre. Ma alla fine ne esce un dialogo lungo e piuttosto dettagliato in cui, ancora una volta, l’ex capitano della Nazionale argentina spiega con fermezza le motivazioni che nel 1978 lo hanno portato a una decisione così controcorrente.

In quel Mondiale, Carrascosa si reca sulle tribune del Monumental in una sola occasione, tifoso tra i tifosi: nella terza partita del primo girone, quella che l’Italia vince per 1-0 grazie a Roberto Bettega. Nelle partite decisive non c’è. Neppure in finale, come detto. Del resto, il calcio nel suo complesso ha già iniziato a uscire lentamente dalla sua vita. Jorge gioca un altro paio d’anni con la maglia dell’Huracán, poi annuncia il completo ritiro. Non ha che 31 anni.[…]

Stefano Silvestri – goal.com

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