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Storie di Calcio

Aspettando Arsenal-Liverpool: l’impresa di Re Titì e dei suoi cavalieri

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Highbury, eh… Highbury quante storie narri

Il profumo dell’erba verde; gli spalti che, se tu chiudessi gli occhi, sentiresti ancora oggi 38 mila gole, di fede Gunners, urlare i nomi dei loro beniamini.

Concepito nel 1913 dall’ingegnere scozzese, Archibald Leitch. Quello stesso ingegnere che nel 1899 aveva soltanto (e si far per dire) disegnato il progetto dell’Ibrox Park. Sede delle partite casalinghe dei Glasgow Rangers.

Il 14 novembre 1934 si consumò la cosiddetta Battaglia di Highbury. Match che vide, dinanzi, le migliori scuole calcio del momento: Inghilterra, forte dell’Arsenal del Sistema di Herbert Chapman, e Italia, vincitrice del Mondiale 1934 e praticante del Metodo di Vittorio Pozzo. La partita terminò 3-2 per gli inglesi: sotto una pioggia battente, nella fanghiglia e con gli azzurri in 10. Azzurri che uscirono applauditi da tutto lo stadio al termine del match. Azzurri soprannominati “Leoni”; sì, “I Leoni di Highbury”. L’Inghilterra dovette sudare, e non poco, per portare a casa il risultato.

Infine, ma ce ne sarebbero tantissime da raccontare, il 7 maggio 2006. Data che chiunque ami il calcio il calcio non può scordare.

Si giocò Arsenal-Wigan Athletic. Si giocò l’ultima partita su quel verde manto erboso.

Highbury tinto di rosso e bianco

Aprì le danze il tap-in di Robert Pires. Poi la rimonta Wigan, che provò a rovinare la festa. Ma tranquilli, quel giorno (come questo che sta per essere raccontato) c’era un invitato con la maglia n.14. L’invitato in questione mise 3 volte il pallone nella rete. Finì 4-2 per i Gunners.

 “38.419 anime conteneva quello stadio. Nel giorno dell’ultima partita ad Highbury, a pochi minuti dalla fine del match, mi inginocchiai vicino la bandierina del calcio d’angolo. Da lì, si poteva ammirare il tramonto più bello di Londra. Erano gli ultimi istanti di vita di quell’impianto. Lo guardai tutto. Dentro di me ero triste. Mi sono fermato 10 secondi, ed ho sentito tutto il battito di quello Stadio. Quei muri, quei ciuffi d’erba, ogni singola cosa era poesia. In quell’istante si alzò una piccola brezza, un vento caldo che mi rasserenò l’anima. Dentro di me dissi: ‘Saluta la tua casa Thierry, non la rivedrai più’. Vorrei tornare, anche solo per un istante, a quel 7 maggio del 2006, per poter rivivere quelle sensazioni. Credetemi… non c’è niente di meglio al mondo”. – L’invitato col n.14, un certo Thierry Henry

La partita

È il 9 aprile del 2004. Siamo a Londra. Siamo ad Highbury. Lo speaker legge le formazioni.

Ad ogni numero di maglia corrisponde un nome. Ad ogni nome un boato del pubblico. Questa la formazione dei padroni di casa:

“Number 1… Jens Lehmann… Oeh… Number 12… Lauren… Oeh… Number 3… Ashley Cole… Oeh… Number 23… Sol Campbell… Oeh… Number 28… Kolo Touré… Oeh… Number 4… Patrick Vieira… Oeh… Number 19… Gilberto Silva… Oeh… Number 8… Freddie Ljungberg… Oeh… Number 7… Robert Pires… Oeh… Number 10… Dennis Bergkamp… Oeh… Number 14… Thierry… Henry… Oeh”.

In maniera diversa viene, invece, presentata la formazione avversaria. Quasi fosse la lista della spesa.

Inoltre, la voce dello speaker pare tesa a far capire: “Giuro, non c’entro nulla con tutto ciò. Non è colpa mia”:

“Dudek, Carragher, Biscan, Hyypia, Riise, Hamann, Gerrard, Diouf, Kewell, Heskey, Owen”.

Più che “buh” sembrano forti sbadigli quelli che arrivano dalle gradinate.

Certo, ai tifosi dell’Arsenal annoia sentire la formazione del Liverpool.

Gli allenatori

Da una parte troviamo Arsene Wenger.

Nasce il 22 ottobre del 1949 a Strasburgo, capoluogo dell’Alsazia.

Qui dobbiamo aprire una parentesi.

Il carattere degli alsaziani è a metà tra la durezza tedesca e l’estrosità francese. Anche la loro lingua, l’alsacien, rappresenta questa loro peculiarità: comprensibile solo da loro, che comprendo tedesco e francese.

Tale carattere lo mostra lo stesso Wenger nel suo modo di vedere il calcio. Viene da una terra contesa. Viene da una terra piena di mescolanza e che rende, la stessa mescolanza, un qualcosa di inarrivabile, un qualcosa a sé. Viene da una terra orgogliosa della propria identità.

Calciatore? Da annoverare 3 presenze nel Racing Strasbourg vincitore della Ligue 1 1978-79.

Da allenatore? Ebbene… il caro vecchio Arsene ne ha da raccontare qualcuna.

Non benissimo col Nancy (retrocesso alla sua terza stagione, 1986-87). Passa a condurre il Monaco verso la vittoria del campionato: stagione calcistica 1987-88. Gli anni successivi alla guida dei monegaschi annoverano: 3 terzi posti; 2 secondi posti e un nono posto (alla sua penultima stagione).

Nel 1994-95 arrivano offerte dal Bayern Monaco e dalla Nazionale Francese; ma Wenger declina, volendo restare a tutti i costi sulla panchina rosso-bianca.

Viene esonerato per aver iniziato male la stagione.

Sempre il solito anno prende le redini, nella J-League (campionato giapponese), del Nagoya Grampus Eight, portandolo dalla terzultima alla seconda posizione in classifica.

Nel 1996 lo chiama l’Arsenal, del quale diventa manager. E qui la storia dell’alsaziano si fa molto interessante.

Più di mille panchine con l’Arsenal e più di 800 in Premier League (battendo Sir Alex Ferguson).

Primo allenatore non UK o irlandese nella storia della franchigia.

Due double coi Gunners: nella stagione 1997-98 e nella stagione 2001-2002. Due dei tre double nella storia del club.

In totale ha vinto: 3 Premier League; 7 Coppa d’Inghilterra (record assoluto per un allenatore nel torneo) e 7 Community Shield.

Wenger rimase 22 anni, dal 1996 al 2018, alla guida dell’Arsenal.

Ma non finisce qui. Nella stagione 2003-2004, cioè quella in cui si svolge il match che stiamo raccontando, il natio di Strasburgo colleziona la bellezza di 0 sconfitte. Sì, 0 sconfitte. Proprio come il Preston North End durante la stagione, temporalmente vicina (si fa per scherzare), del 1888-1889.

Dall’altra parte troviamo Gerard Houllier.

Nasce a Thérouanne, nella regione dell’Alta Francia, il 3 settembre del 1947.

67 esima tappa della Via Francigena. Una città centro delle terre appartenenti ai popoli celtici, Menapi e Morini.

Popolazioni che si opposero con forza all’invasione romana.

Le terre dell’Alta Francia sono fredde, bagnate, umide e piovose. Caratteristiche che le avvicinano a quelle delle due isole britanniche.

Infatti, Houllier ha un’enorme passione per la lingua inglese. Tanto da ottenerne la laurea all’Università di Lille.

Ed è questa passione che lo trascina a Liverpool nel 1969 e lo inizia al calcio.

Gioca per la squadra dell’Università Alsop di Liverpool. Poi, tornato in Francia, milita, sempre a livello amatoriale, nelle file di Hucqueliers e Le Touquet Athletic, dove ha la sua prima esperienza da allenatore. Dopo una parentesi con il Noeux-les-Mines, nel 1982 passa al Lens che porta in Ligue 1 e in Coppa UEFA.

Viene ingaggiato dal PSG nel 1985, col quale vince la Ligue 1 1985-86. Nel 1988 diventa assistente della Nazionale Francese guidata da Platini, al quale subentra nel 1992. Ma l’anno successivo si dimette dall’incarico di CT, per non aver raggiunto la qualificazione al Mondiale 1994, perdendo contro Israele e Bulgaria.

C’è chi non crede al destino; eppure… È il 1998 e il Liverpool cerca una nuova figura che possa portare un po’ d’aria fresca. Indovinate chi viene scelto? Sì, proprio Gerard Houllier.

I Reds, col francese al comando, vincono: una Coppa d’Inghilterra; 2 Coppa di Lega; un Charity Shield; una Coppa UEFA e una Supercoppa UEFA.

L’idillio, però, si spezza.

13 ottobre 2001, si gioca Liverpool-Leeds Utd. Quel cuore… quel maledetto cuore. Houllier viene operato d’urgenza. Resterà per 5 mesi lontano dai campi.

Le stagioni successive sono amare.

Nel 2004 si dimette.

Tutto finito? No, la sua storia continua. Nel 2005 torna in Francia, questa volta sulla panchina del Lione. Vince 2 Ligue 1 e 2 Supercoppa di Francia. In Champions League riesce a portare i transalpini ai Quarti e agli Ottavi di Finale.

Nel 2007 ne lascia la guida, causa le troppe divergenze con la presidenza del club.

Infine, nel 2010 viene chiamato dall’Aston Villa. L’ultima sua avventura, strano ancora una volta, lo riporta in Inghilterra. Un ultimo saluto, alla terra che lo ha affascinato per tutta la vita.

Giugno 2011, altro dolore al petto, altro ricovero d’urgenza. Houllier deve lasciare l’incarico.

Un tipo tutto d’un pezzo e con una forte passione per il calcio e per l’Inghilterra.

Si è spento il 14 dicembre 2020 a Parigi. Colpa di quel maledetto cuore.

Primo tempo

Viene lanciata la monetina. Gerrard decide: “Iniziamo noi”.

Ci sono lui e Owen nel cerchio di metà campo.

L’arbitro fischia.

Il Liverpool gestisce palla. L’Arsenal pare ancora doversi scaldare. Sì, perché al minuto numero 5’: corner per i Reds. Alla battuta va Carragher. Il terzino sistema il pallone, crossa. Sul secondo palo stacca, libero da marcatura, proprio Gerrard che impatta di testa. La palla va dritta verso l’area piccola, dove c’è un’altra testa, quella di Hyypia. Il finlandese si tuffa e devia: 0-1 e vantaggio Liverpool.

I Gunners si guardano tra loro, immobili e silenti.

Lo abbiamo detto: si stanno ancora scaldando.

Passano i minuti e la squadra di Wenger prende sempre più campo. Eppure manca ancora qualcosa. Già! Mancano quei quattro davanti: Pires; Henry; Bergkamp e Ljungberg.

Quattro portate da palati fini.

All’11esimo, Owen ha una mezza occasione in contropiede, ma Campbell entra in scivolata e vanifica ogni tentativo di conclusione.

Minuto 13’: Pires ottiene il pallone sulla sinistra. Rallenta, alza lo sguardo e passa a Ljungberg tra le linee. Lo svedese porta palla e, appena la retroguardia avversaria prova a pressarlo, scavetto con Henry servito davanti al portiere. Il francese segna, ma il guardalinee sventola la bandierina: offside.

Peccato. Ma tranquilli, stanno solo scaldandosi.

Minuto 26’: i giri del motore iniziano ad alzarsi, anche se non troppo. Lauren riceve palla sulla destra, serve Henry che si propone. L’attaccante stoppa e si gira. Vede il bellissimo taglio di Ljungberg. Passaggio millimetrico per il numero 8 che calcia. Dudek respinge. Calcio d’angolo.

L’Arsenal continua a far girare palla e a non trovare molti spazi. I quattro devono accendersi, ma lo fanno ad intermittenza.

Minuto 28’: recupero palla Liverpool. Riise calcia lungo. Owen si avventa sul pallone. Lehmann tenta di ostruire la porta con un’uscita disperata. Campbell uno dei suoi recuperi. L’attaccante dei Reds, stretto in questa morsa, spreca, calciando alto.

Si resta 0-1.

Abbiamo avvertito sopra: si accendono ad intermittenza. Beh… Quando si accendono… Minuto 30’: Pires recupera palla a centrocampo e non ci pensa due volte. Testa alta. Leggero tocco sotto la sfera. Pallonetto. Lì a ricevere… L’invitato col numero 14 stoppa al volo di destro e subito col piattone sinistro appoggia in porta. Dudek esce, ma può solo osservare la palla entrare. Siamo 1-1 ad Highbury.

Tutto bello ok, però una cosa impressiona.

Quando la palla arriva sul piede destro del 14 la folla è già in piedi. Come se sapessero quello che sta per accadere. Anzi, lo sanno. Titì non sbaglia. Titì una sentenza.

Che questa sia una partita complicata, lo dimostra l’esultanza di Henry. Rabbioso. Stringe forte i pugni. Contrae i bicipiti. Urla: “Come on!”. Il suo viso rivela aggressività.

Intanto, dagli spalti piovono applausi. Una squadra del genere non si vede tanto spesso.

I quattro cominciano a girare?

Al minuto 33’ sfiorano il vantaggio: Bergkamp fa un passaggio alto verso Ljungberg. Lo svedese, d’un soffio, non riesce ad agganciare il pallone.

Il Liverpool si sfalda. La compattezza difensiva e le ripartenze continuano ad essere la loro fonte di speranza. Fonte non lasciata al caso, perché, davanti, badate bene, non hanno sprovveduti.

Infatti, minuto 41’: palla a Gerrard. Siamo nel cerchio di centrocampo e la manovra è lentissima. Ci teniamo a sottolineare questa cosa: vero, da una parte hai quattro calciatori che valgono più di un intero reparto; ma dall’altra ne hai uno, con la fascia di capitano, che vale una mediana intera. Il 17 calcola una linea di passaggio visibile solo a lui. Una lama calda che taglia il burro. Ecco cosa sembra. Se uno vale un centrocampo, l’altro, il ricevitore, vale un Pallone d’Oro. Owen sa prima dei difensori, in quale punto il suo compagno indirizzerà la sfera. Sa prima come debba impattarla, dove debba direzionarla. Il suo scatto è fulmineo. Si avventa sul pallone e lo indirizza verso la porta: 1-2 e Liverpool di nuovo avanti.

Lo avevamo anticipato: non sono sprovveduti.

Arriviamo al 45esimo. Doppio fischio e tutti negli spogliatoi.

I Gunners escono dal campo pensierosi, a testa bassa. Muti. Senza proferir parola.

I Reds sorridono, contenti per come stanno gestendo la partita. E non la stanno gestendo male.

Secondo tempo

Arsene Wenger non deve esserci andato piano negli spogliatoi, perché l’Arsenal rientra sul terreno di gioco con atteggiamento deciso.

I centrocampisti Vieira e Silva sono impavidi. I fluidificanti Cole e Lauren danno vita a sovrapposizioni energiche. Campbell e Touré proteggono concentrati la metà campo difensiva. I quattro davanti hanno trovato l’ispirazione.

Infatti, bastano 30 secondi e subito, alla porta di Dudek, giunge il primo squillo d’allarme: Bergkamp mette in mezzo. Ljungberg devia di testa, ma non benissimo. La palla finisce ad Henry, sul primo palo, che viene anticipato. Si alza un campanile che termina sul piede destro di Lauren. Il camerunense calcia. Hyypia devia la traiettoria in scivolata. La palla torna ad Henry. Il francese prova un tiro a giro, sfiorando il secondo palo.

I Gunners spingono, spingono. L’inerzia del match è cambiata.

Certo, anche il Liverpool ha una mezza occasione con un tiro da fuori di Kewell, ma Campbell e Touré fanno buona guardia.

Alla fine, minuto 49’: Henry si abbassa per ottenere palla. E la ottiene. Subito serve Ljungberg sulla trequarti Liverpool. Lo svedese di prima alza uno splendido pallone per Robert Pires. Il francese si infila tra le maglie avversarie e col sinistro batte Dudek: 2-2 e parità ristabilita.

Ma non finisce qui: 50esimo. Henry si abbassa di nuovo sul centrosinistra della mediana Arsenal. Si fa dare palla. Punta Hamann che prova a stenderlo con un tackle. L’attaccante dei Gunners, però, è più svelto e lo salta. Poi ci tenta Carragher, inciampando goffamente; mentre l’invitato col 14 gli sposta il pallone. Henry entra in area di rigore. Diagonale imparabile per Dudek: 3-2 e rimonta effettuata.

Ora bisogna aprire una parentesi su Thierry.

Per l’ennesima volta, i tifosi già festeggiano prima che segni concretamente. Titì è una sentenza.

Poi quella corsa sotto il pubblico a braccia aperte. La sua classica corsa a braccia aperte. Quasi a nutrire i suoi polmoni, il suo corpo di quelle grida di gioia. Quasi a scrollarsi il peso di chi ha la responsabilità di trascinare una squadra intera, una città intera verso vette enormi.

Tatticamente, però, fa un movimento che cambia la partita. Un movimento che dimostra la sua caratteristica di leader. Rispetto al primo tempo scende a prendere il pallone a centrocampo.

Vuole essere lui il regista della squadra. Lui che controlla e gestisce l’azione.

Il Re nel suo reame. E quando è così… Non lo fermi.

Perché l’energia di Highbury si riflette in lui, da lui.

Da questo momento la partita diventa a senso unico.

Al 53esimo Touré imposta da dietro. Pires ottiene palla e subito trova l’imbucata per Bergkamp. Il Liverpool deve ringraziare il suo capitano. Steven Gerrard non molla mai e corre. Quanto corre quell’uomo contro 11. Il 17 non solo anticipa l’avversario lanciato a rete, ma guadagna anche una rimessa laterale. Rimessa che aiuta a respirare la propria squadra.

Minuto numero 59’: altra palla verso Titì. Punta l’uomo e lo salta. Entra dentro l’area di rigore e mette il pallone in mezzo. La difesa del Liverpool spazza in affanno.

Vieira comincia a menare. L’Arsenal inizia a tirar fuori la propria cattiveria, la propria volontà agonistica.

Rincorrono gli avversari. Si avventano su ogni pallone. Pressano alti.

Il Liverpool prova ad abbassare i ritmi, ma la partita sembra ormai sfuggita di mano.

Minuto 68’: Lauren crossa. Henry, tutto solo, si mangia un gol già fatto.

Strano, eppure, questa volta, il pubblico rimane tranquillamente seduto.

Cosa che non accade 10 minuti dopo: l’Arsenal preme. Gli uomini di Wenger la vogliono chiudere. Ljungberg scambia con Bergkamp. Il dieci alza la testa e vede Re Titì. Lancio lungo. Henry stoppa al volo e calcia. Dudek respinge, ma la palla sbatte sul corpo dell’attaccante francese, finendo in rete: 4-2 e pratica chiusa.

Sfortunato l’estremo difensore del Liverpool, che sorride stizzito.

Intanto, il Re si toglie la maglia e corre verso il proprio popolo a braccia aperte. A prendere gli applausi di un Highbury che sa di aver davanti una squadra mai vista.

Nel finale, l’Arsenal sfiorerà un paio di volte il 5-2.

Alla fine, l’arbitro fischia tre volte.

Lo stadio esulta davanti all’impresa di Re Titì e dei suoi cavalieri.

Conclusione

Stasera si terrà una partita importantissima per la Premier League; una partita con tantissima storia: Arsenal-Liverpool.

I Gunners arrivano da capolista e dalla vittoria nel derby coi concittadini del Tottenham; mentre i Reds noni e dal pareggio pirotecnico col Brighton di De Zerbi.

Stando ai caratteri dei due tecnici, Arteta e Klopp, la partita si annuncia ricca di emozioni.

Un po’ come quella qui raccontata e che, speriamo, sia servita da antipasto per prepararvi a quello che vi aspetta.

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Vivo a Cerreto Guidi, cittadina della campagna toscana in provincia di Firenze. Sono uno scrittore e un aspirante giornalista sportivo. Cerco di raccontare il calcio alla Foucault. La storia e la tattica sono i miei mezzi. Appassionato del football in tutte le sue forme.

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