Storie di Calcio

Antonio Juliano: l’uomo e il calciatore

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Antonio Juliano: Totonno e Napoli

“Uno che mi piaceva moltissimo era Antonio Juliano, Totonno. Un tipo tosto, persona autentica, con un temperamento da condottiero. Giocava un calcio concreto, senza concedere spazio alla teatralità. Un “napoletano atipico”, lo hanno definito, perché era il contrario dello stereotipo partenopeo” (Dino Zoff)

Antonio Juliano, detto “Totonno” con 505 gare giocate in tutte le competizioni, è il terzo calciatore con più presenze nella storia del Napoli, meglio di lui solo Marek Hamsik (520) e Giuseppe Bruscolotti (511). Per il centrocampista napoletano 17 stagioni in azzurro, di cui 12 da capitano, condite da 38 reti, dalla vittoria di due Coppe Italia, una Coppa delle Alpi e una Coppa di Lega Italo-Inglese. Una bandiera, di quelle che non si ammainano mai. Persona dallo spessore umano che va oltre alla bravura da calciatore, poco reclamizzato perché fuori dai palcoscenici dei grandi club e in un epoca dove primeggiavano, anche mediaticamente, Rivera e Mazzola, Bulgarelli e De Sisti in quel ruolo nel quale, comunque, Juliano non era secondo a nessuno. Forse stimato dai napoletani, forse non amato alla stessa maniera.

Forse perché il segreto è tutto in una descrizione che fece di lui il giornalista Antonio Ghirelli: Juliano fa parte di quella razza di Napoletani atipici ai quali fa difetto la fantasia e la genialità, ma solo perché fanno della serietà, della lealtà e del senso del sacrificio il loro stile di vita; è per questo che ha avuto e continuerà ad avere sempre tutta la mia stima”

Totonno è fatto della pasta di chi nasce nel periodo della guerra (1943) sotto le bombe e vive il difficile momento post bellico, dove era da ricostruire tutto un paese. Cresce nel rispetto delle regole e di legami solidi che sono stati la base di molte famiglie napoletane, quelle del ceto umile, nel dopoguerra. Tempi di povertà e miseria ma anche di grande dignità, Totonno aiuta il padre nella salumeria di famiglia. Sono tempi di sacrifici e lui lo capisce presto.

“San Giovanni è stata una scuola di vita. Lì ho capito che cos’erano i sacrifici. Eravamo tre figli, io e due sorelle. Non ricordo che ci mancasse qualcosa. Il perché l’ho capito dopo. Non ricordo di avere visto mai mio padre e mia madre andare al cinema. La casa, i figli, il lavoro, questa era la loro vita”

E intanto prende a calci il pallone, fino a farsi notare e non solo per l’edicola votiva alla Madonna, in quel quartiere San Giovanni a Teduccio, continuamente frantumata.

“Andammo via dal quartiere dopo un mare di quattrini che i miei pagarono per riparare l’edicola. Giocare a pallone riempiva il cuore e dava la speranza di sottrarsi a un futuro mediocre”

Totonno al Napoli

Totonno arriva al Napoli nel 1962 e vive tutta la susseguente storia del club partenopeo fino al 1978. C’è quando il Napoli vince la prima Coppa Italia, nella retrocessione in B e nella risalita in A, nella seconda Coppa Italia nel 1976, nello scudetto mancato per un soffio con Vinicio in panchina. Anzi, è la storia del club, ne diventa il capitano, l’uomo da seguire per l’esempio che da, dentro e fuori al campo. Difende i compagni, dei quali reclama i diritti e per questo motivo non si preoccupa di discutere con presidenti del calibro di Fiore o Ferlaino. Difende tutte le maestranze, dai massaggiatori ai custodi , dal tagliaerba al manutentore, affinché non siano esclusi dai benefici economici destinati alla squadra.

“Quando andavamo in campo, i magazzinieri si fermavano a pregare perché vincessimo vicino all’immagine di una Madonna. I premi-partita li ho fatti sempre dividere con loro”

Insomma, un fratello maggiore di tutti, ma anche un leader che pretendeva impegno e rispetto come e quanto ne dava lui. Perché per lui una squadra non sono solo 11 uomini che vanno in campo. Forse troppo taciturno, poco espansivo ma quando parla lo fa con giustezza di causa. E, sopratutto, mai banale, mai con i peli sulla lingua. Quel retroterra di dignità e legami solidi lo permeano, ne fanno l’uomo che è, forse poco amato, certamente rispettato. Ezio Vendrame (da poco morto), un talento inespresso del nostro calcio, il Best italiano per mattizie senza però mettere a frutto tutto il suo talento, lo descrisse così: “Oh capitano, mio capitano! Mio esempio, mio orgoglio, mio vanto.

E pensare che prima di conoscerti, quando giocavo contro di te, mi stavi proprio sul cazzo! Ti ritenevo arrogante, presuntuoso, superbo. E soltanto io so come e quanto mi sbagliavo. Ora, alla tua grande professionalità così diversa dalla mia potrei anche sputare sopra, ma per la tua grande disponibilità verso i più deboli ti nomino mio capitano per sempre. Me li ricordo bene quei due vecchietti che avevano il compito di magazzinieri e quell’altro che alle nove di ogni mattina ci accoglieva sorridente allo stadio con il caffè bollente e aromatico preparato con la sua Moka. La ‘bassa forza’ li chiamavi tu, ‘gli ultimi’ li chiamo io. E non erano numeri e nemmeno parti d’arredo degli spogliatoi del San Paolo, erano persone che tu con orgoglio hai sempre voluto rendere visibili a tutti noi”

Perché Antonio Juliano l’essere napoletano lo sentiva sin dentro il midollo. Amava quei colori, quella città e cercava di rappresentarla al meglio, lontano dai stereotipi dei Pulcinella o del “ciuccio” rappresentativo della squadra. Mai banale.

Parole e fatti

E così l’uomo Juliano, che in Nazionale vanta solo 18 presenze, nonostante tre partecipazioni ai Mondiali (1966, 1970, 1974), un secondo posto ai mondiali del 1970 e un titolo di campione d’Europa nel 1968. Non le manda a dire quando deve rivendicare di essere un uomo del sud e per questo pagarne un prezzo. È la vigilia del mondiale del 1974, la disastrosa spedizione in Germania di Valcareggi. Totonno, senza peli sulla lingua, denuncia, rischiando l’espulsione dai ranghi azzurri, come i giocatori del Sud siano penalizzati nei confronti dei colleghi che militavano negli squadroni del nord. E forse aveva ragione visto che Gianni Brera, non certamente un tenerone, lo descriveva così:

“Il gioco del Napoli si fonda sulla regia di Juliano, al quale i devoti gregari portano palla con assoluta diligenza. Il Capitano Azzurro fornisce, anche se a flebile ritmo, prestazioni stupende”

Non giocherà nemmeno un minuto in quel torneo maledetto del 1974. Arriva Di Marzio al Napoli, allenatore rampante, e non vede di buon occhio Juliano, Ferlaino nicchia su un contratto a un giocatore oramai avanti con l’età. Il presidente gli offre un contratto da dirigente. Totonno capisce, ma è anche dannatamente orgoglioso. Vuol dimostrare di valere ancora qualcosa e se ne va al Bologna del suo mentore Pesaola, non senza polemiche.

“I cicli, purtroppo, si chiudono e non si può rimanere ancorati per tutta la vita ad uno stesso ambiente o ad una medesima città. Non è un problema di soldi, ma di esigenze tecniche dell’allenatore e di rispetto per me. Certo, subito dopo questa mia nuova esperienza ritornerò a Napoli, alla mia terra. Al momento il mio è solo un arrivederci che durerà non più di due anni. Sono cosciente, infatti, dei miei limiti e di poter disputare non più di due tornei a buon livello. Poi riprenderò la via di casa, definitivamente”

Quel legame con quella città, quella terra, quel mare e quel sole, quei colori se li porta nel cuore, lui lo sa. Come conosce anche i problemi, l’anima dannata di quella città e non ha paura di parlarne, senza ipocrisie: “Osservi il fenomeno del contrabbando di sigarette. In teoria, appunto, è da condannare. In pratica, però, è un bene che sopravviva: col contrabbando, infatti, vivono oltre trecentomila persone. Immerse nel pericolo, per di più.

Perché ci vuole coraggio, tanto coraggio, ad affrontare il mare in qualsiasi condizione e raggiungere le navi a venti-venticinque miglia lontano dal litorale. E a parlare, si fa presto, senza dare soluzioni. Ecco, perciò, quasi per assurdo, che questo fenomeno non è poi così negativo. La gente, d’altra parte, deve campare. E d’aria non si vive…” E sa che ci ritornerà, a Napoli, nel Napoli. Juliano ricompare nel Napoli, richiamato proprio da Ferlaino che gli affida finalmente quel ruolo di dirigente che Totonno aveva sdegnosamente rifiutato qualche anno prima.

Leader nella vita, sul campo e dietro una scrivania

Juliano incomincia a sdoganare il Napoli da facili rappresentazioni come quella del “ciuccio”, animale simbolo della squadra, che fa il giro del campo. C’è la riapertura degli stranieri e Totonno, che di calciatori se ne intende, piuttosto che inseguire la celebrità, insegue ciò che serve al “suo” Napoli. L’esperienza di Krol, campione olandese avanti negli anni, ormai andato a svernare nel campionato canadese, è quello che serve alla squadra.

La sostanza prima della forma, come lo era per Juliano sul campo. Krol diventa il miglior calciatore straniero della Serie A 1980-81. In quella stagione, con Marchesi allenatore, Juliano conquista da dirigente un ottimo terzo posto col suo Napoli, alle spalle di Roma e Juventus e davanti all’Inter, lottando fino alla penultima giornata per lo scudetto. Ancora una volta dissapori con Ferlaino, Marchesi chiede ed ottiene un robusto ritocco al suo ingaggio. Juliano non era d’accordo e per questo motivo decise di andarsene. L’orgoglio davanti alle scelte opportunistiche.

Ritorna, chiamato da un Napoli in zona retrocessione, e compie il suo capolavoro. Porta a Napoli il giocatore più forte di tutti i tempi: Diego Armando Maradona. Lo fa superando i dubbi di Ferlaino per il costo del giocatore. E lo fa da giocatore di poker, bluffando con il club blaugrana e i giornalisti. Prima di concludere, a Barcellona, il trasferimento del pibe con un colpo di mano e tutta l’astuzia napoletana, Juliano ha dall’Ingegnere un biglietto in cui gli raccomandava di valutare bene l’operazione perché con i soldi che sarebbe costato Diego si sarebbero potuti prendere cinque calciatori.

I nomi di quei cinque Juliano non li ha mai voluti svelare. Restano un segreto su un foglietto di carta che custodisce gelosamente. Con Ferlaino, carattere difficile a margine di una riconosciuta capacità imprenditoriale, è un rapporto di amore e odio e Totonno, quando capisce che arriva un manager del calibro di Italo Allodi, ha l’ennesimo scatto di orgoglio: lui il vassallo non lo fa e decide così di andare via di nuovo.

Perdendo, per la terza volta, l’occasione di vincere il campionato col Napoli, cosa che accadrà da lì a poco. Pazienza, ci sono cose che l’uomo Juliano non può concedere, severo come è sempre stato prima con se stesso poi con gli altri. La stagione 1998/99 è stata l’ultima di Juliano a Napoli da dirigente, con la squadra che in B fallisce clamorosamente la promozione con Ulivieri in panchina. Antonio da le dimissioni prima della fine della stagione.

Tutto d’un pezzo

Un uomo tutto di un pezzo al quale può essere forse perdonata la sua unica debolezza, il suo unico derogare a quella rigida etica di onestà morale e intellettuale. E’ il 2012, in un convegno sulla legalità nel calcio Juliano sorprende tutti gli astanti confidando che prima dell’ultima giornata del campionato 1977-78 in cui si giocava Napoli-Milan si accordò con l’allora capitano dei rossoneri Rivera affinché la partita terminasse in parità (1-1 il risultato finale). Con quel risultato entrambe le squadre si sarebbero qualificate alla Coppa UEFA:

“Con un pareggio avremmo avuto la certezza di qualificarci entrambe in coppa Uefa. Incontrai Rivera ed Albertosi negli spogliatoi, prima della partita, e decidemmo per il pareggio. Ne parlai coi miei compagni, spiegandogli quanto concordato con gli avversari: finì 1-1”

Conoscendolo, chissà quanto gli sarà costato mantenere quel silenzio per trent’anni. Un uomo non è tale se non conosce anche la sua debolezza.

GLIEROIDELCALCIO.COM (Antonio Mattera)

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