La Penna degli Altri

27 novembre, buon compleanno Mancio

Published

on

LAGIORNATASPORTIVA.IT (Daniele Errera) – Scontroso, taciturno, costantemente arrabbiato. Ma aveva anche dei difetti. Roberto Mancini era un carattere duro in campo, e anche fuori. Che fosse in panchina da calciatore o da allenatore. Polemico, si. Ma anche decisamente strabiliante. Il Mancio è stato un favoloso calciatore, uno dei più grandi numero 10 della storia del calcio italiano, andatelo a rivedere. E’ stato solo ‘sfortunato’ nel capitare nel momento di migliore esplosione di fantasisti della storia azzurra e di giocare non in uno dei classici squadroni del nord, bensì nella Sampdoria.

Quando si hanno accanto numero 10 quali MaradonaGullit, Savicevic, Baggio, Totti, Del Piero, Zidane, Rui Costa, Matthaus, Stoickov, Hagi, Boban, Zola e tanti altri, era complicatissimo farsi notare. Anche se si avevno quelle qualità: controllo perfetto, visione di gioco inimmaginabile, tiro potente, buon colpo di testa, evidente carisma e chi più ne ha più ne metta. Il Mancio aveva tutto. Anche quel caratteraccio di cui parlava il ‘suo’ allenatore, Vujadin Boskov: “Se Mancini ha un carattere un po’ meno aggressivo, diventa un grandissimo giocatore perché ha un talento enorme. Lui è un gran talento. Tante volte quando un giocatore sbaglia e non fa passaggio a lui ma a un altro giocatore, lui comincia a gridare ed escono diverse parolacce, che non è bello”. Ma se gli si passava il pallone, allora era musica. Sinfonia celestiale. Il suo destino si coniuga ineludibilmente con l’amico di una vita, Gianluca Vialli. Quando il centravanti veniva preso dai maggiori della Cremonese, il Mancio aveva già segnato 9 reti in Serie A, col Bologna. Poi il grande Paolo Mantovani lo portò a Genova, sponda blucerchiata. Un paio di anni dopo gli affiancò proprio Vialli. E con lo Zar Vierchowod e altri bei giocatori in mezzo al campo, la Samp poteva sognare. Boskov diede poi la mentalità adatta, avendo allenato fra gli altri anche il Real Madrid. Solo che il campionato della Serie A era il più duro della storia del calcio: il Milan degli olandesi, l’Inter dei tedeschi, il Napoli dei sud americani. Gente forte in ogni singola squadra, anche in zona retrocessione. La Samp riuscì a vincere prima in Europa che in Italia. Dopo un paio di Coppe Italia, andarono a fare qualcosa di serio in Coppa delle Coppe. Dopo due tentativi la coppia Mancini-Vialli ebbe la meglio. Poi il Mondiale 1990Notti Magiche, ma non per i doriani. Vierchowod, Pagliuca e Mancini sostanzialmente non giocarono, mentre Vialli fece molta panchina a causa di un infortunio. Motivazioni, grandi motivazioni, dopo. La Serie A 1990-1991 fu roba loro. Niente da fare per Sacchi o Trapattoni. Poi l’avventura in Coppa Campioni: una bellezza. La Samp in finale di Champions, pazzesco. Contro il Barcellonadi Cruijff. La storia è nota: 1-0 Barca, con un goal di punizione di Koeman, Vialli vicinissimo alla rete per due volte. Poi solo crampi. Un grande peccato.

La coppia si separa, il centravanti vola a Torino, sponda bianconera. Il Mancio resta qualche altro anno alla Samp, prima di andare alla Lazio, dove la guiderà alla vittoria di due Coppe Italia, una Coppa delle Coppe e un campionato, in rimonta contro la Juventus di Carlo Ancelotti. Poi la carriera da tecnico.

Dove va, fa bene. Anche da allenatore: Fiorentina, Lazio, Inter, Manchester City, Galatasaray, di nuovo Inter, Zenit San Pietroburgo. Ora la Nazionale. Attilio Lombardodiceva che aveva il DNA del vincente. Ed è così: in campo e fuori. Ben venga per la Nazionale italiana, che allena da qualche mese. E’ quello che sperano tutti i tifosi azzurri.

Vai all’articolo originale

più letti

Exit mobile version